Archivi tag: Mia Lecomte

La campana e il vuoto. Kaveh Akbar, o il sacro come ferita

di Andrea Sirotti

C’è un modo, in Kaveh Akbar, di nominare Dio senza metterlo al sicuro in un olimpo devozionale. Dio entra nei suoi versi come forza esposta al dubbio, alla goffaggine, alla fame, al desiderio, al corpo. Il sacro non vi appare mai nella forma di una certezza ascetica; irrompe semmai come una pressione, una ferita, un’ipotesi che torna a bussare proprio quando sembrerebbe impossibile crederle. Per questo Il miracolo, la raccolta uscita in Italia nel 2025 per Il Saggiatore, è un libro religioso nel senso meno pacificato del termine: costringe il lettore a sostare nel punto in cui fede e dubbio si assomigliano e si feriscono a vicenda, senza offrire alcuna dottrina, per quanto eretica possa essere. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Massimiliano Damaggio, introdotto da Mia Lecomte

Quando ho ricevuto l’invito di Fabrizio a rispondere alle domande sullo stato della poesia e della letteratura, dell’arte, e sulla loro funzione salvifica nei tempi disperati che stiamo vivendo, ho provato subito istintiva una sorta di ritrosia, quasi di avversione. Pochi giorni dopo, il mio amico Massimiliano Damaggio mi ha mandato il messaggio di commento a un video da lui realizzato di recente che ho deciso, con il suo consenso, di proporre qui come risposta; preceduto, su richiesta di Fabrizio, da due mie righe di introduzione.

Massimiliano è un poeta, uno vero, e infatti ha scelto davvero la poesia. Scegliendo di non scrivere. Si è ritirato nell’interno della Grecia con la sua compagna, lontani da tutti e da tutto, e vivono una vita di luminosa frugalità, con il solo bagaglio necessario per “passare”, disappartenenti, sottraendosi a tutto quello che non sia il perpetuo miracolo della natura superstite. Continua a leggere

La parola ai poeti. Mia Lecomte

[foto di Dino Ignani]

Nel 1919, invitato dalla prestigiosa rivista surrealista «Littérature» a rispondere alla domanda «Perché scrive?», Blaise Cendrars replicava laconicamente: «Perché sì». Motto caustico, tanto importante per l’autore da essere ribadito e declinato qualche anno dopo nella poesia che chiude la sua raccolta “brasiliana” Feuilles de route (1924): «POURQUOI J’ÉCRIS. Parce que…»[1]. In quei puntini di sospensione c’è tutta la poetica di Cendrars, il suo rifiuto dell’enfasi, delle ragioni magniloquenti che ammantano il privilegio di dirsi scrittore, poeta, lo sprezzo di una certa idea di letteratura e del sistema che la rappresenta.

La poesia non appartiene, è qualcosa di universale e intimo ad un tempo, di cui a tratti, per motivi imperscrutabili, è data la possibilità di prendere atto, e di riferire. Continua a leggere