Quando ho ricevuto l’invito di Fabrizio a rispondere alle domande sullo stato della poesia e della letteratura, dell’arte, e sulla loro funzione salvifica nei tempi disperati che stiamo vivendo, ho provato subito istintiva una sorta di ritrosia, quasi di avversione. Pochi giorni dopo, il mio amico Massimiliano Damaggio mi ha mandato il messaggio di commento a un video da lui realizzato di recente che ho deciso, con il suo consenso, di proporre qui come risposta; preceduto, su richiesta di Fabrizio, da due mie righe di introduzione.
Massimiliano è un poeta, uno vero, e infatti ha scelto davvero la poesia. Scegliendo di non scrivere. Si è ritirato nell’interno della Grecia con la sua compagna, lontani da tutti e da tutto, e vivono una vita di luminosa frugalità, con il solo bagaglio necessario per “passare”, disappartenenti, sottraendosi a tutto quello che non sia il perpetuo miracolo della natura superstite.
Massimiliano è più coraggioso e puro di me, e i nostri scambi mi riconducono ogni volta alla necessità di ciò che la mia caparbia aspirazione a una irenica socialità mi induce a dimenticare. E condivido profondamente, disperatamente con lui la necessità di sottrarsi senza esitazione all’orrido mercato di cui anche la poesia, la letteratura, l’arte, come nostre emanazioni, oggi più che mai sono parte.
Ma io, contrariamente a lui, non riesco a non credere all’energia della parola, al di là dell’utilizzo, delle intenzioni, dei significati, delle lingue, della parola stessa; parola disincarnata, che non ci appartiene mai, e che a tratti abbiamo il privilegio di sentire agire fuori e dentro di noi, sempre altrove. Quella parola – qualunque cosa sia, ovunque sia – che alla fine scopro sempre coincidere con il silenzio, il vuoto che persegue Massimiliano. Ne sono convinta, per quel che può valere, per questo malgrado tutto io e lui siamo così vicini.
M. L.
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Ciao, Mia.
Ti scrivo in fretta, mi perdonerai, circa il video che ho fatto uscire in questi giorni:
https://youtu.be/drD-7EOZOkk?feature=shared
Nasce da due motivazioni: 1) il mio amore per la montagna e la contemplazione; 2) la distruzione sistematica dell’ambiente in questo paese, la Grecia. Forse più per il secondo caso, visto che il primo genera di solito video “muti” di voci umane, in omaggio e rispetto all’ambiente, che è il vero interprete.
Secondo quanto dichiara il ministro dell’ambiente e dell’energia (che sono, chissà perché, riuniti insieme), l’indipendenza energetica da fonti esterne è la priorità del paese. La Grecia non è, come credono all’estero, una terra di mare. Non lo è nel senso che il mare la assedia da tutte le parti, ma i greci con il mare – come in fondo vuole la loro indole – hanno poco a che spartire. È invece una terra di montagne. La quasi totalità del territorio è montuosa, con una media di picchi anche abbastanza elevati, dai 2000 fino ai 3000 metri. Proprio a causa di questa sua peculiarità, e per la presenza costante di vento quasi ovunque, ecco che l’indipendenza energetica la si vuole realizzare riempiendo ogni vetta con ciò che qui chiamano “parchi eolici” ma che col parco – è ovvio – hanno ben poco a che spartire. Il marketing è davvero il male degli ultimi duecento anni. Ovviamente queste nuove industrie sono perlopiù di grandi aziende internazionali che, dietro canoni ridicoli per lo sfruttamento del territorio pubblico, fanno soldi a palate.
Adesso guarda un po’. Il suocero del ministro degli esteri Yorgos Ierapetrìtis è Michàlis Gourzìs, vicepresidente e membro del consiglio esecutivo della Terna, l’azienda maggiormente attiva nella catastrofe ambientale dell’industria eolica. Sua figlia, Alexandra Gourzìs, avvocato specializzato in temi legati alle cosiddette “energie verdi”, è moglie di Ierapetrìtis, nonché direttrice del dipartimento di rappresentanza e supporto legale della RA?E?, l’organismo governativo che distribuisce i permessi di installazione delle pale eoliche. Il presidente della Terna Yorgos Peristéris, infine, è inoltre il testimone di nozze della bella coppia Alexandra Gourzìs e Yorgos Ierapetrìtis. Intreccio da greconovela, insomma. O meglio: ternonovela.
Coincidenze?
Coincidenze che portano sempre più lontano, fino alla villa milionaria della presidentessa della repubblica Greca delle Banane Katerina Sakellaropoùlou, che ha a che fare anch’essa (villa e signora) con la Terna. Secondo questo ex avvocato arrivato per miracolo alla presidenza, è possibile l’installazione di “pale eoliche in aree naturali protette”.
Il sangue della Sakellaropoùlou non è tuttavia meno acqua di quello del ministro dell’ambiente e dell’energia, Theodoros Skylakàkis (skylos in greco significa cane), il quale tempo fa disse che installare pale eoliche in mare aperto non sarebbe stato un problema estetico, poiché lontano dagli occhi. Acqua purissima il suo sangue, visto che ha omesso che il mare è un ambiente, e forse il più importante in assoluto per la vita su questo pianeta.
Ecco che dunque, da qualche anno in qua, è improvvisamente andato aumentando il numero dei già alti incendi estivi di boschi. Ogni anno peggio, sempre peggio. Tristemente famosi: l’incendio del sud dell’isola di Eubea, nel 2021, dove sono bruciati 500.000 acri; e l’incendio del meraviglioso (e protetto) parco di Dadià lo scorso anno, dove sono bruciati 810.000 acri: l’incendio di maggiori proporzioni mai avvenuto sul territorio dell’Unione Europea.
Coincidenze?
Il sud dell’Eubea è oggi un sito industriale eolico, con centinaia e centinaia di pale eoliche piantate dappertutto, su ogni possibile rilievo, sopra i centri abitati, di fianco (proprio di fianco) alle recinzioni delle aree archeologiche. Bisogna assolutamente vedere il documentario Il piano (To schédio) di Nelly Psaroù per capire cosa sta succedendo. Ovviamente succederà qualcosa anche a Dadià.
Altra coincidenza?
Nel posto dove vivo io, i monti Geraneia, c’è stato un catastrofico incendio nel 2021, che ha bruciato 71.300 acri. Qui, ora, vogliono impiantare un’industria eolica di proporzioni colossali che conterà un totale di 104 pale eoliche, CENTOQUATTRO, distruggendo ciò che è rimasto, e anche i boschi freschi e pieni di vita come quelli sopra casa mia, in una zona che fa parte della rete europea Natura 2000: tutta la zona protetta. Sarebbe l’industria eolica più grande di tutto lo Stato di Bananas. Per capire cosa si perderebbe, eccoti il link a un video con spezzoni del posto in questione, proprio sopra casa mia, dove vado spesso a camminare e contemplare.
L’opposizione di tutte le comunità è fortissima. Fatta eccezione per alcuni sindaci a busta paga da governo e industriali eolici (ad esempio il sindaco di Karistéa in Eubea, il luogo martire per eccellenza dell’occupazione eolica), la quasi totalità di cittadini è assolutamente contraria a quanto avviene. E ciò nonostante, tutto prosegue a ritmo serrato, con l’intervento di polizia che picchia e manda all’ospedale la gente che protesta pacificamente contro l’ecatombe. Qui noi, come associazioni, singoli cittadini, amministrazioni comunali, siamo in mano agli avvocati per cercare in ogni modo di fermare il campo di sterminio.
Questa è la Grecia di oggi, mentre i turisti arrivano a frotte con biglietti da 20 euro e sorbiscono cocktail davanti all’azzurro mare Egeo. Consumandolo.
Il video che ho fatto non fa riferimento diretto a tutto questo, ma chiunque qui da noi lo guardi capisce immediatamente che il riferimento c’è, ed è fortissimo. Non entro adesso nel merito del come dovremmo vivere per evitare tutto ciò – e anche altro – perché sono cose che richiedono tempo, calma e lunghe motivazioni. Come sai, ho il mio modo di vedere il nostro passaggio sul pianeta, ma non ti scrivo per parlare di questo.
Questa in sintesi la genesi del video e del testo che è anche, in fondo, una mia testimonianza dell’orrore umano, cui non riconosco ormai altra sostanza se non quella cancerogena. Credo fortemente in ciò che ho scritto e detto: la nostra storia è una oscena distesa di croci, sotto cui sono sepolte miliardi di persone. Ma la cosa peggiore, è che abbiamo fatto di un pianeta meraviglioso un incubo per qualsiasi altro essere vivente, messo alla catena, sfruttato, coltivato, mangiato, scuoiato, usato. La vergogna che provo verso me stesso e la mia specie, non ha limiti. E per questo non m’interessa assolutamente più qualsiasi manifestazione culturale dell’uomo, perché testimonianza della nostra stessa malattia autoreferenziale. Siamo malati di autismo. Chiusi dentro la nostra stretta gabbia “umana”, viviamo solo e soltanto del nostro “ambiente”, bolla del tutto avulsa dal resto della vita del pianeta, che percepiamo solo come “cosa” – da usare, ovviamente.
Mi parlavi della parola, e in parte anche della poesia. Fino a quando queste cose saranno quello che sono, e cioè ossessivi resoconti del nostro autismo, potranno benissimo restare fuori della mia vita. Ne sarò solo felice. La parola non serve a nulla se non, forse, a far scendere qualche lacrimuccia a chi guarda il documentario. Sorseggiando però una Coca-Cola… E se la risposta è sempre che “la poesia non deve servire” io, che alla poesia da un po’ preferisco i fichi secchi, devo ribattere che sono per fortuna ormai uscito dalla gabbia “umana” e ho visto le grandi distese di “reale” realtà dove la parola non ha alcun senso di esistere. Nessuno riuscirà a riportarmi là dentro, dove lo schifo è assoluto e il dolore incontenibile.


