di Andrea Sirotti
C’è un modo, in Kaveh Akbar, di nominare Dio senza metterlo al sicuro in un olimpo devozionale. Dio entra nei suoi versi come forza esposta al dubbio, alla goffaggine, alla fame, al desiderio, al corpo. Il sacro non vi appare mai nella forma di una certezza ascetica; irrompe semmai come una pressione, una ferita, un’ipotesi che torna a bussare proprio quando sembrerebbe impossibile crederle. Per questo Il miracolo, la raccolta uscita in Italia nel 2025 per Il Saggiatore, è un libro religioso nel senso meno pacificato del termine: costringe il lettore a sostare nel punto in cui fede e dubbio si assomigliano e si feriscono a vicenda, senza offrire alcuna dottrina, per quanto eretica possa essere.
Nato a Teheran nel 1989 e cresciuto negli Stati Uniti, Akbar è tra le voci più riconoscibili della giovane poesia statunitense contemporanea. Il successo del romanzo Martire! ha allargato il suo pubblico, ma la sua opera poetica aveva già imposto un timbro inconfondibile, costruito su tensioni antitetiche continuamente riaperte: confessionale e anti-confessionale, mistico e comico, coltissimo e quotidiano. Dopo Calling a Wolf a Wolf, segnato dall’esperienza della dipendenza e della disintossicazione, Pilgrim Bell, di cui Il miracolo è l’edizione italiana, sposta l’interrogazione su un terreno ancora più radicale. Non si tratta soltanto di sopravvivere al proprio disordine, ma di capire che cosa possa significare pregare, parlare, amare, scrivere, quando ogni linguaggio a disposizione è già compromesso e incrinato.
L’accesso al libro è un aforisma teologico: «ogni testo che non è sacro è apostasia… dunque è sacro». In questa torsione vi è già una poetica. Akbar non oppone il sacro al profano: li mette in cortocircuito. L’angelo, la moschea, l’abluzione, il Corano, la mistica sufi, Hafez, Rumi, Rabi‘a al-Basri convivono con il bourbon, i sex-toy, i cracker, i missili, la violenza della burocrazia contemporanea. Il risultato non è provocazione facile, ma fedeltà al reale: se il mondo è impuro, lo sarà anche la preghiera; se il corpo è ferito, anche la lingua dovrà portarne i segni.
Il testo che dà il titolo italiano alla raccolta, un’emotiva prosa poetica, riprende il momento della rivelazione coranica: Gabriele che afferra il Profeta analfabeta e gli ordina di leggere. Akbar interpreta quell’episodio come una scena fisica, quasi violenta. La rivelazione non arriva per riempire un soggetto già pronto; prima lo svuota. Il miracolo, non è aggiunta, ma spoliazione: ciò che accade quando l’io viene privato delle sue finte pienezze – padri, madri, amanti, droghe, denaro, arte, lode – e resta davanti a ciò che non può possedere. Da qui la potenza del ritornello negativo: «Gabriele non viene per te». Non c’è consolazione spettacolare, non ci sono epifanie risolutive. C’è «più vita», ed è precisamente questo il punto più difficile: riuscire a stare in tanto caos di vita in assenza di chiarezza.
La campana del titolo originale attraversa il libro come un segnale intermittente. Le sei poesie intitolate “Campana del pellegrino” sono costruite per fratture minime, enunciati spezzati, punti che interrompono il respiro dove la sintassi vorrebbe continuare. È una musica fatta di inciampi. Il pellegrino di Akbar, smarrito, ascolta un rintocco che lo richiama e lo disorienta ulteriormente. La campana può essere voce di rivelazione, secondo l’hadith evocato nel libro, ma può anche essere allarme, rumore nel corpo, vibrazione nell’orecchio medio. Di sicuro occorre porsi in ascolto e mediare, filtrare, digerire. In Akbar il suono non è mai puro: passa attraverso membrane, denti, fiato, vergogna.
Uno dei nuclei più intensi della raccolta è il rapporto tra lingua e appartenenza. In “Ci sono 7.000 lingue vive” il plurilinguismo è la condizione di chi vive tra idiomi, tradizioni e intimità non traducibili, non conciliabili. Il farsi compare sulla pagina come memoria familiare e come opacità; l’arabo della preghiera è spesso suono prima ancora che significato; l’inglese è la lingua dell’America, cioè dell’infanzia, della scuola, della poesia, ma anche dell’impero. In “L’accento di mio padre”, Akbar formula una delle intuizioni più belle del libro: un accento non è semplicemente suono. Ridurlo a fonetica significa guardarlo da fuori. L’accento è storia, migrazione, pudore, vergogna, amore filiale; è ciò che resiste alla traduzione proprio mentre la invoca.
Tradurre Akbar, allora, significa non levigare troppo. La sua poesia chiede di conservare gli urti, le improvvise cadute di registro, la compresenza di tenerezza e sfrontatezza, l’oscillazione tra formula sacra e battuta, tra supplica e sarcasmo. Nella versione italiana abbiamo dovuto seguire una sintassi scissa, a volte quasi sgrammaticata, dove l’errore apparente è energia espressiva. I punti che spezzano il verso non sono vezzi grafici: sono colpi di fiato, piccole crisi del dire. Addomesticarli avrebbe significato tradire una voce che fa della discontinuità la propria forma di verità.
La famiglia, in Il miracolo, è un altro luogo di rivelazione imperfetta. Il padre, figura severa e gigantesca, ritorna come origine della voce, della paura, dell’appartenenza. In “Ristorante di Reza, Chicago, 1997”, il bambino impara che l’identità non è una somma di tratti somatici, ma una specie di benedizione obliqua, anche quando passa per l’ironia crudele del padre. In “Come funziona la preghiera”, invece, la scena religiosa si apre al riso: due fratelli pregano nella cameretta, un rumore rompe la solennità, e la risata non cancella Dio, ma lo riporta tra i corpi vivi. Questa è una delle grandi lezioni di Akbar: l’irriverenza è la prova più umana della devozione.
Anche la sobrietà non viene mai celebrata come guarigione lineare. In “Sette anni sobrio”, la fiducia in Dio convive con la necessità di legare il cammello, di tenere l’acqua a portata di mano. La fede non abolisce la prudenza, il desiderio non sparisce, la salvezza non diventa possesso stabile. C’è in Akbar una conoscenza precisa della ricaduta, del corpo come archivio di appetiti e paure. Per questo i suoi versi non predicano la redenzione: la cercano nella pratica quotidiana, in una disciplina precaria e fragile.
Ma sarebbe riduttivo leggere Il miracolo soltanto come un libro egotistico, intimo. Akbar porta continuamente la ferita privata dentro una storia più grande: l’America, la guerra, il razzismo, la violenza tecnologica. In “Il mio impero” e “Il Palazzo” la casa del privilegio brucia dall’interno. L’impero rende felici perché la sofferenza è altrove; l’opportunità americana si paga con vite non vissute, frutti non scelti, corpi resi invisibili. Il poeta non si assolve: sa che l’arte può diventare consumo del dolore altrui. E tuttavia continua a scrivere, perché il silenzio non sarebbe innocenza.
Forse il miracolo, allora, è proprio questo: la possibilità di restare esposti senza trasformare l’esposizione in posa. Akbar non chiede alla poesia di salvarci dal corpo, dalla storia o dalla colpa. Le chiede qualcosa di più umile e più arduo: di tenerli insieme abbastanza a lungo perché una voce possa ancora passare. Una voce piena di crepe, fame, infanzia, dottrina e bestemmia, padri perduti e madri che resistono. Una voce che non sa se Dio arriverà, e proprio per questo continua a chiamare.
In un tempo in cui molta poesia rischia di scegliere tra purezza lirica e testimonianza, tra fede e disincanto, Kaveh Akbar mostra che le grandi opposizioni sono spesso cattive abitudini mentali. Il sacro non è estraneo al linguaggio rotto e gergale: lo attraversa, lo valorizza. Il miracolo illumina per un istante la ferita, senza però guarirla del tutto. È lì, in quella luce instabile, che il lettore italiano incontra una delle voci necessarie della poesia d’oggi.
Kaveh Akbar, Il miracolo (Pilgrim’s Bell), a cura di Mia Lecomte e Andrea Sirotti, Il Saggiatore, Milano 2025.
***
Il miracolo
Gabriele che afferrava l’uomo analfabeta, solo e digiuno in una caverna, e comandava LÈGGI, l’uomo che rispondeva Non posso, Gabriele che lo spremeva più forte, comandava LÈGGI, l’uomo che ansimava Non so come fare, Gabriele che lo spremeva così forte da non poter respirare, che spremeva fuori l’aria di protesta, l’aria del dubbio, lo schiacciava fuori dal suo schiacciabile corpo umano, diceva LÈGGI NEL NOME DEL TUO SIGNORE CHE TI HA CREATO DA UN GRUMO, e quindi: alfabetismo. Rivelazione.
Finché Gabriele non ebbe spremuto fuori ciò che in lui era vuoto il Profeta non poté essere riempito di miracolo. Immagina il vuoto in te, le vaste cavità che hai impiegato una vita a tentare di riempire – con padri, madri, amanti, lingue, droghe, soldi, arte, lode – e immaginale perdute. Cosa rimane? Cos’altro non sei, che è ciò che ti fa – una casa utile non per le assi i soffitti o le mura, ma per lo spazio vuoto nel mezzo.
Gabriele non viene per te. Se fosse, lo chiameresti Jibril, o Gabriele come stai facendo adesso? Tutto questo per chi?
Una crisi per volta. Gabriele non viene per te. Formaggio su un cracker, un po’ di pesce salato.
Da qualche parte un uomo sta guidando all’omicidio un aereo robotico. “Robot” dal ceco robota, che significa lavoro forzato. Lavoro omicida, forzato. Non vede mai i corpi, sono impliciti per assenza. Come le piume su un uccello di carta.
Gabriele non viene per te. In assenza d’un bagliore che squarcia le nubi, che faccia squillare le trombe, cosa? Più vita. Più soldi, sesso pigro. Madre, fratello, amante. Viaggi e riporti sciarpe di seta, un sacchetto di cioccolatini per chi non sai ancora. Qualcuno li vorrà. Consegnali in un campo vuoto. Ti addormenti affrontando la lentiggine sul polso.
Da qualche parte una donna schiaccia un bottone che chiude porte metalliche con gente dietro. Le serrature le sono utili perché c’è un vuoto dall’altra parte che tiene a posto la vita delle persone. Non conosce i nomi delle persone. L’anonimato è caratteristica ancillare delle serrature. “Ancillare”, dal latino ancilla, che significa serva. Un vuoto per tenere a posto tutto il loro vivere.
Tu creato da un grumo: Gabriele non viene per te. Tu troppo pieno per mangiare. Tu troppo chiuso alla porta.
Troppo crudele per immaginare.
Gabriele non viene. Tu troppo amato per amare. Troppo parlato per sentire. Troppo bagnato per bere.
No Gabriele.
Tu troppo orgoglio per piangere. Troppo gioco per star fermo. Troppo sbronzo per eiaculare.
No. Gabriele non verrà per te. Troppa paura per muoversi. Troppa ghiaia per sasso. Troppa sella per cavallo. Troppo crimine per pagare. Gabriele, no. Non più. Tu troppo andato per salvare. Troppo esangue per martirio. Troppo diamante per carbone. Troppa nazione per mondo. Tu bruta, crudele ghiaia. Gabriele. Dio d’uomo. No. Formaggio su un cracker. Pietà. Pietà.
Ristorante di Reza, Chicago, 1997
I camerieri ciondolavano riempiendo shaker
di sommacco sparecchiando
piatti di cipolla e ravanelli
mio padre indicava ogni persona sussurrava
persiano dell’uomo vecchio con la barba
argentata sussurrava araba della donna con
il neo all’occhio persiano il ragazzo che versa
l’acqua bianco l’uomo al telefono
avevo otto anni
ancora soffice come un pollice e meravigliato
chiesi come facesse a dirlo visto che
erano tutti pelle-
marrone-capelli-scuri come noi quasi tutti
nel ristorante sembravano come noi
sorrise un piccolo
sorriso orgoglioso un nido caldo
porto col labbro è facile disse siamo solo più brutti
tornò al suo agnello ma io ero sconcertato appena
toccato il mio gheimeh avevo grandi occhiali e pessimi
denti mi sentii molto persiano
quando la donna
con occhi chiari e capelli biondo-castano
lasciò il nostro assegno mio padre mi guardò
dissi araba? Scuoteva la testa rideva
andammo in macchina a casa crebbi ci vollero anni per
mettere insieme ciò che mio padre
quel giorno intendeva mio padre che ascoltava
esclusivamente i Rolling Stones
che chiamava i Beatles
una band per ragazze
mio padre che indossava solo nero anche
intorno a casa il cui ombrello
faceva piovere le cui braccia
potevano tagliare rete metallica e fare lo stufato e
gonfio di vecchie cicatrici di fattoria mio padre mio
padre mio padre fece
il mondo il primo suono che ho mai sentito
è stata la sua voce che sussurrava l’azan
nel mio orecchio destro non avevo bisogno
d’altro mio padre amava
che fossimo brutti e così da brutto
ero benedetto sorridevo con tutti i denti
Campana del pellegrino
La calma che apprezzi.
Non ricambierà. Due bistecche.
Che maturano su un davanzale.
Un vassoio viola.
Pieno di carbone.
Diventa casa dalle molte stanze.
Che attraversi nei sogni. Mostrami.
Sulla grande porta blu.
Dove fa male.
Questa è la stagione dove la grazia.
È più probabile. Dove i più remoti.
Angeli opprimono la nostra galassia.
Con il suono. Un anello d’argento.
Perso nelle lenzuola è sempre.
Un anello d’argento. Tu puoi essere.
Più santo o più pieno ma.
Non entrambi. Guarda come l’elemento.
Caldo brilla rosso. Come.
Il miele raffredda il tè. Supponi.
Ci fosse una ragione per questo.
Supponi non ci fosse.
Sette anni sobrio
Abbi fede in Dio ma lega il cammello. Abbi fede
in Dio. La bottiglia accanto al letto le prime
settimane. Non si sa mai. Abbi fede.
Dopo le notti di troppo-rilassato-per-
respirare. Dopo le notti – nessuna ripetizione,
solo insistenza. Abbi fede.
Comprare lamponi per
guardarli marcire. Mentre intingi il pane nell’acqua.
Abbi fede. Trovi un dente d’oro affiorato
sulla spiaggia. Così lungo a venire. Gurfa:
la quantità d’acqua che può starti
nella mano.
Abbi fede in Dio.
La quantità nella tua mano.
Ma porta l’acqua.
Il mio impero
Il mio impero mi rendeva
felice perché era impero
e mio.
Ero troppo stupido per provare rabbia verso qualcosa.
I bambini piangono alla nascita, si diceva,
perché il diavolo li punge come introduzione
alla conoscenza.
Sedevo tastando la mia cornice dorata, contando
i rancori come dita dei piedi:
qui mia madre, qui il mio anello
qui il mio sesso, e qui il castello.
Tutto ancora lì. L’ira è desiderio
di ripagare quel che hai sofferto.
Inginocchiandoti su monete
innanzi alla deità minore nello specchio.
Ignaro come perla.
Che i profeti non arrivarono per alleviare il nostro soffrire
ma pare per sperimentare – posso dirlo? –
una perdita?
Il mio impero mi rendeva felice
così amavo, facilmente, i suoi cittadini – tale amore
un tipo di nascita, un’introduzione al dolore.
Qualunque cosa impari l’averla imparata mi fa arrabbiare.
I nuovi missili possono intercettare il battito del cuore di una mosca
in cima a un mucchio di macerie da 6000 miglia di distanza.
Che le mosche hanno cuori, 104 grandi cellule, che battono.
E per questo sapere:
un mucchio di macerie.
I profeti vennero per prender parte alla sofferenza
come un parco divertimento, che fa del nostro soffrire
la principale attrazione.
Nella brochure:
il lutto di un padre per il proprio padre morto,
la spina spezzata in una mano.
Il mio impero mi rendeva felice
perché era un impero, crudele
e la sofferenza non era la mia.

