Uno psicologo nei lager

di Fabrizio Centofanti

“Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, è un libro che bisogna leggere. Non elencherò le ragioni, tranne una che le supera tutte: si tratta di un antidoto alla disperazione, una via d’uscita dall’inferno, tema di grande attualità, come ognuno può capire. È il libro delle cose ultime: l’ultimo destino, l’ultima libertà. Una volta letto, non ci si può più lamentare, perché tutto ciò che abbiamo appare superfluo: all’internato non rimane che sé stesso, ed è lì che si gioca la partita. Non si può vivere al livello del “cosa”, e neanche del “come”: è necessario arrivare al nocciolo della questione, ossia al “perché”. La vita, allora, non è più una condizione, ma una conquista interiore. E il suo senso non è una categoria generale, si realizza nella concretezza dei fatti, è una risposta esatta a una domanda precisa. Il problema, dunque, non è più che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma cosa questa si aspetta da noi. Abbiamo un compito, originale e unico, qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Anche il dolore è un compito, e anch’esso è originale e unico: solo una tale consapevolezza può strappare alla paura della sofferenza e della morte. Soltanto l’unicità e l’irripetibilità della persona restituiscono alla vita il suo significato. È un libro controcorrente, che ci ricorda come l’apparente inutilità sia il presupposto di ogni sacrificio. Dal prendere la propria croce scaturisce la possibilità di riscoprire un senso: l’uomo, la donna, possono essere più forti del destino.
Non voglio dire troppo, cito solo una scena che fa intuire quanto un’opera non religiosa possa essere misteriosamente tale. Un capo operaio offre a Frankl un pezzo di pane, togliendolo dalla propria razione del mattino. Ecco – pensa Viktor -, quello non è più un semplice pezzo di pane; è l’umano. Forse, addirittura, il divino.

2 pensieri su “Uno psicologo nei lager

  1. S&R

    Ho sempre pensato che questo libro dovrebbe essere un testo scolastico, perché i ragazzi possano avere una prospettiva diversa, uno spunto di riflessione su cosa voglia dire essere veramente umani.

    “Che cos’è, dunque, l’uomo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può “avere”, ma ciò che l’uomo deve essere; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos’è, dunque, l’uomo? domandiamocelo ancora. È un essere che decide sempre ciò che è ”.

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