di Gian Piero Stefanoni
Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell’affondo del mistero dell’uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleinue Delbrêl.
Passando ponte con Mario Dell’Arco, sesto connubio
Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo.
Per questo tra le asperità e le urgenze di una speranza che volge al cammino non cessando nel suo interrogare di strattonare e denudare, denudarsi alla luce di una universale affermazione che sia finalmente di vita e di pace, questa scrittura nel mistero di uno sguardo che nulla scarta del rapporto col divino, pronta nell’onestà degli strattonamenti anche a rigettarne le forme non accettando infingimenti entro un male che non ha spiegazione, può aiutarci a riflettere meglio su motivi e direzioni di una fede per ognuno quotidianamente alla prova.
Ognuno col suo volto tratteggiato dalla sua storia, coi suoi rimorsi e i suoi rimpianti ma anche coi suoi legami, le sue costruzioni. Con il suo dire in relazione agli eventi entro una Storia più vasta, nell’interpellarsi reciproco in una consegna sovente drammatica di ultimi, di insaziati inascoltati e dimenticati.
Di una umanità reclamante non come massa informe ma ognuno nella propria singolarità la pienezza di una dignità altrimenti negata a cui la Chiesa come Cristo sul mar di Galilea è tenuto ad accoglierne e sanarne appunto la speranza.
Quella speranza cui come detto, come sappiamo, è legato il prossimo giubileo nell’immagine non solo simbolica dei tanti che approderanno a San Pietro passando ponte, quel ponte degli Angeli a noi romani così caro, e su cui la relazione d’ognuno col proprio credo è sempre scossa.
Gli Angeli, quegli Angeli non di pietra ma come incarnati già agli occhi a sostenere annunciando una Passione che è per noi, è la nostra, chi nella spina, chi nel velo negli strumenti del flagello, quale macchia, quale nube nel cielo tra le guglie e il Tevere nel torbido delle acque e dei ricordi, quale tempo in ogni tempo allora continueranno a sollevare nell’accensione come di prece che non riusciamo più a tenere?
Una carnalità ancora incombente che chiede soddisfazione come di pioggia forse o un abbandono al nitore che verrà a sera dopo il lavacro, come nel dipinto del giovane Bonichi nell’incombenza della fine, come in noi in particolare nei tramonti autunnali tra queste strade dai cui sussurri, dai cui ritorni altre figure, altri autori come Vigolo per esempio si son lasciati dire.
Ed è qui che Dell’Arco ci soccorre, nella vicenda umana prima che d’autore, interrogata questa nello scarto rovesciato di una religiosità che se annuncia e acceca non riscalda ma pure resta, attecchisce facendosi controversia di spirito.
Ruvido, severo allora il discorso dell’architetto nella plasticità di una parola che trae luce dalla incarnata bellezza di un cielo aderente e prossimo ai richiami di una città che ne tenta la veste salvo poi con essa disperdersi nello slavato balbettio delle colonne, nell’ingrigire delle funzioni e delle forme.
Di tanta volta a confondersi in Angeli intrecciati ovunque nella città eterna, luminosi e felici dovunque siano, sulle chiese, sui cornicioni, appesi agli stemmi nobiliari (“A cavacecio ar timpano, o a cavallo/a l’occhialone, o sopra ar piedistallo,/de guardia all’ape ar drago, a la colomba,/o arampicato in pizzo a la cornice”), gradualmente se ne avvertirà un patire separato da quello dell’uomo perché a lui indifferente (“anniscosto abbeterno/ (..)/sordo a ogni voce,/(..) /Inchiodato ar peccato”), e a cui forse le orazioni stesse degli angeli più non basteranno.
Per quanto, a ben leggere, a fronte di un Salvatore senza più folla intorno, che più non s’affaccia, a cui lo stesso Lazzaro pare voltare le spalle chiedendo il creatore all’uomo forse troppo (“m’hai fatto co la fanga: come speri/che m’entri er celo drentro a li pensieri?”), l’indice puntato è principalmente nei confronti di una chiesa arroccata nella sua corte regale d’ori e di pompa, fuori, “dietro a na porta chiusa/, la tera”, ancora da lavorà, senza orizzonte, gli uomini uguali alle bestie, addossati l’uno agli altri ma isolati, a cercare “pe tera/er da magnà,er da beve, la lettiera”.
Quel fuori nella sua Roma da lui attraversata anche nel dolore personale di un figlio scomparso a un solo anno d’età e portato come segno invisibile tra i tanti di un grido eterno a cui la natura tutta pare non partecipare rimandando ovunque la sua fecondità indifferente. E a cui forse per Dell’Arco neanche Cristo può rispondere.
Un perché raggrumato e interrogato tra i tanti perché d’ognuno a partire dalla scrutatio degli Angeli dal ponte da cui siamo partiti e dalla rilettura personale del Vangelo in un percorso che è quasi un percorso inverso di fede.
Se infatti nel primo testo (“Ponte degli Angeli”, in Tormarancia, è del 1950) già sul finale della rassegna delle coppie degli Angeli la Croce ingemmando nel suo bruciare ha come in Jammes l’immagine redentrice di “arbero in fiore” (da cui gli Angeli stessi sotto l’incessante spinta del vento, “uguali a na manciata de farfalle” andranno poi come nunzianti a disperdersi), nel secondo che è di trent’anni più tardi al silenzio di un Dio che più non guarisce (“più fermo d’uno scojo”) il suo credo volta le spalle.
Dominante è qui il rifiuto della resurrezione, come ebbe magistralmente a ricordare Pietro Gibellini, l’umanità “un arveare d’ommini/oggi un mar de spini:/le braccia tese ar celo/a chiede aiuto”, tagliata fuori da un Cristo sotto teca, distante da un qualcosa che a Lui stesso va sfuggendo.
Questa l’amarezza dell’accusa (la virile accusa, più esattamente, secondo Gibellini) da parte di un uomo ormai disincantato, non Abramo, non Giobbe, nel sentore di una poesia che come la Parola non fa frutto.
Ed è allora proprio a partire da questo che vogliamo soffermarci, scontando o nella possibilità di scontare come Dell’Arco, con Dell’Arco le medesime notti, il medesimo buio, l’anima bloccata nella cecità del trauma che ci nasconde, laddove il male infingendo confonde e preme.
Perché forse è anche l’uomo, ci domandiamo, ad attendersi troppo dal suo creatore.
Nella concretezza della vita quotidiana là dove la fede è provata per una terra inascoltata nei suoi dolori il rischio, o diciamolo meglio, la tentazione lo sappiamo bene può anche essere quella del taglio, della separazione e non quello dell’avanzare, le mani con Cristo laddove quelle di Cristo dovrebbero anche essere le nostre nello scioglimento di una salvezza che è per tutti e che dunque viene anche da un attivo e cooperante abbandono.
In Dell’Arco piuttosto ad emergere è una opposta duplice tensione, riconoscimento e negazione, ove lo sconforto non solo trattiene ma risucchia l’uomo al buio, e con l’uomo Cristo nel pantano quasi di una orgogliosa disperazione.
Nel discrimine, allo spirito che cessa di attendere sfugge nella stessa attesa il perché di un Cristo che salva, ognuno unendo il mistero della propria passione alla sua, che da solo non può dove l’uomo è solo, dove lui stesso è solo.
Dell’Arco si ferma. Per quanto nella nostalgia del compianto, in lui non c’è remissione, non c’è invocazione ma il rimando ossessivo di un muro; non andando incontro, non fuoriuscendo da sé si impossibilita a vedere Cristo dove Cristo è.
Così sovente molti di noi, non comprendendo nella paralisi che Cristo, nella sua opera, abbisogna di tutti, e che dunque il senso di solitudine e dolore che pervade il mondo attende una risposta non trincerata dietro se stessa.
Lo smarrimento narrato da Dell’Arco ci insegna nella crudezza del suo disincanto che allora dovremmo condividerci anche a partire da questa difficoltà, riflettendovi e lavorandovi.
L’uomo non ha che da vigilare e credere alla tensione che venendo da Dio ci pronuncia a Dio, in quella perseveranza del quotidiano, della ferialità dove la vita nei suoi labirinti è continuamente scritta.
Lo sappiamo, andando a concludere, la poesia stessa può aiutarci, nel suo rimemorare la vita in tutte le sue accezioni, soprattutto dove la vita è offesa, dove è a rischio d’ognuno quella preziosità, perché unica, altrimenti mancante in un mondo che sempre più fa dell’uniformità il suo controcanto.

