Gesù vuole che mettiamo tutta l’umanità sulle ginocchia di Sua Madre, perché guarisca le piaghe e medichi le nostre ferite.
Archivio mensile:Novembre 2025
Giuliano Mesa
Apparizioni
Kobayashi Issa
Meriti
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 26
Jirì Orten
C’è calore da te…
C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.
Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso e entri nella musica.
Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
essere pronto per sempre, finito essere – e avere.
Avere, avere almeno, almeno quel che è piú fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser piú taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.
Essere morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sí, cosí proprio, cosí pienamente e totale,
e non vedere piú niente che abbia nome di foglia.
Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.
Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Giansalvo Pio Fortunato

Poesia e divino: molte domande, poche risposte
La complessa relazione tra poesia e divino si pone entro due sfere assai specifiche ed articolate. In una chiave rigorosamente analitica, la segnicità, insita a qualsiasi forma poetica, si evidenzia in maniera chiarissima nella segnicità del sacro e, con esso, del divino. D’altro canto, una vigorosa esperienza del sacro e del poetico si accomunano per vari punti di tangenza (?), che devono essere adeguatamente posti in risalto. Continua a leggere
POESIA E POLITICA.33. Giovanni Nuscis

Ai forti, ai furbi, ai cinici,
con carriarmati e rapine
e basse operazioni,
vanno le terre, il potere la ricchezza.
L’acqua è di chi ha le taniche e le braccia
per prenderla. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 2

Il Cibo 2. Il cibo che non sazia
“Non so perché lo faccio… Mi vedo farlo, ma non sono io… non è il vero me stesso… Quando mi guardo allo specchio non sono un mostro…”. Si confessa, si lascia andare, cerca di capire, di resistere all’avvilimento, il ragazzo grasso seduto curvo, le mani intrecciate, circondato da altre persone con evidenti problemi di peso che attendono il loro turno per parlare. Quando la riunione viene sciolta dal rassicurante terapeuta, “Alla prossima volta, stessa ora…”, seguiamo una di queste persone, che s’incammina per strada: è consapevole degli sguardi derisori lanciati di sottecchi da alcune snelle ragazze, è consapevole delle vetrine colme di ottimo cibo; gocciolante di sudore, giunge infine a casa, dove non gli resta che aprire il frigorifero e ingozzarsi. Ed è la stessa persona che ritroviamo mentre sta per varcare la soglia di un commissariato, salutato con rispetto apparente, “Buongiorno signor commissario…”, “Buongiorno, capo!”. Ma l’uomo obeso, ora, non suda più; il volto è torvo ed esprime una grinta non effimera. Continua a leggere
Pietà
L’ocra in punta di lingua, di Elisabetta Sancino
Elisabetta Sancino, L’ocra in punta di lingua, (Ronzani- LietoColle, maggio 2023)
Quella di Elisabetta Sancino è una poesia che si apre oltre la soglia della convenzione, della rabbia e della paura, rappresenta l’Aperto rilkiano ovvero quello che la creatura vede “con tutti gli occhi”.
Una poesia terrigna, con una capacità di evocazione, anche lirica, struggente e originale.
Perciò non consente facili etichette, restia a categorie e a collocazioni rassicuranti.
Vortica con il nostro vorticare di creature capaci di interrogare il senso e il non-senso delle cose, l’enigma del teatro del mondo a partire da esperienze brucianti e da una psicologia ritratta nella sua pullulante proliferazione di echi. L’io esplode, si disperde, e viene assorbito dai versi che fanno da tramite fra l’introspezione, il corpo e il paesaggio; il fuori viene alla fine reso possibile e per questo la narrazione ha una ‘scansione esplosa’, espressione di un movimento di formazione, di scoperta e di esperienza in divenire. Continua a leggere
Il Seme
Juan Ramon Jimenez
Siviglia a Madrid, 30 giugno
Addio!
Sognando, in treno
Oh, come verde indietro
rimani, Andalusia,
che bianca tra le tue agre
vigne!
Le alte terrazze,
dove il sole intreccia
colori di cristalli
malva, rosa la sua calce fresca
guardano la tua gioia.
In tutti c’è la mia anima
con la banderuola, in alto,
in alto.
…Qua e là, il mare, lungi,
in nastri accesi -.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Il quando e il come
(M.Chagall, Il mondo sottosopra)
«In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». [Lc 21,5-19] Continua a leggere
Poesia oltre la siepe, di Marco Masciovecchio

Francesca Romana Rotella è una poetessa italiana contemporanea, nata a Roma nel 1975. Si è laureata in lingue e letterature straniere con una tesi sullo scrittore e poeta spagnolo José Jiménez Lozano. È attiva nel panorama culturale romano, dove partecipa a letture e ai “poetry slam”. Nel 2024 ha organizzato con CASA – Community Autogestita Scrittori Artisti – in collaborazione con la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) il I° Poetry Slam under 20 del Lazio. Continua a leggere
Libertà
Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 1
Ti parlo lentamente perché mi hanno detto che sei morto.
Anche se non riesco a immaginarti con gli occhi chiusi e con la tovaglia della messa ai piedi. Piuttosto penso tu abbia cercato un posto in penombra per non farti più trovare.
Come sai, qui, il mondo scorre, produce, comunica, senza però originare nulla di sacro.
L’anello si è ormai spezzato, non abbiamo compassione nemmeno di noi stessi; non troviamo virtù teologali nel nostro animo.
Siamo scesi, mio Dio, e oggi copriamo il suolo senza pensare alla sorte della vita, avanziamo in una superficie ad alta risoluzione, che non è terra e non è mondo.
Siamo diventati inutili transitanti.
Parliamo con la voce delle macchine, pensiamo in schemi. Persino la nostra anima è costretta a giustificarsi e a dimostrare la sua utilità.
Abbiamo scambiato la trascendenza per un bug dell’apparato sociale.
Ormai sono anni che ci hanno educati a credere che la tua assenza sia una conquista. Ma senza di te l’uomo ha perso la sua dimensione universale, non fa che dilatarsi dentro il proprio limite: vaga tornando sempre nello stesso punto, confondendo l’espansione con la salita.
Ti parlo perché in questa nuova fede della ragione io credo si nasconda un’angoscia letale. Ed è per questo che siamo sventurati, smarriti, senza neanche uno spirito che ci guidi.
Tu non eri l’opposto dell’uomo, ma ti hanno fatto diventare la sua parte inutilizzabile. E così, quando l’uomo ha deciso di poter essere tutto, ti ha espulso: come un errore del sistema, come un file corrotto. Continua a leggere
E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Le occasioni”, di Eugenio Montale
Si è oramai insediato l’autunno: stagione dai delicati e coinvolgenti colori, che a molti porta un dolce e inguaribile senso di nostalgia. Eccola che ci avvolge, con lo sfumare dei dettagli e dei giorni: nostalgia, dal greco nòstos, ritorno. Questa e la prossima tappa della mia rubrica volgeranno così l’attenzione a due poesie che richiamano i mesi di novembre e dicembre – e alle due raccolte che le contengono, tra le parole del loro canto e il non detto di un ritorno interiore.
La poesia di oggi è tratta da “Le occasioni” (1939) di Eugenio Montale: il suo secondo volume poetico (in parte anticipato da alcuni testi usciti su rivista) che fu anche, come scrisse Pier Vincenzo Mengaldo, la sua prima opera di levatura europea. “Ossi di seppia”, uscito nel 1925 e di cui si è celebrato quest’anno il centenario, offriva alcuni elementi fermi del giovane e ambizioso poeta genovese: la non adesione al clima culturale del fascismo, l’impegno artistico ed etico ad una via di fuga che fosse anche imperitura ricerca di autenticità esistenziale. Ma presentava anche qualche elemento dannunziano lievemente eccessivo, tra l’esaltazione delle liguri riviere e le tuffatrici estive.
Le “Occasioni” cantano invece appieno la desolazione storica del tempo; e, con essa, la dimensione metafisica di Clizia, Musa salvifica. Emblematico è uno dei “Mottetti”: “Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del suo grande viso in ascolto / la mia nebbia di sempre. // Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre”. Un oggetto d’uso quotidiano, cioè una forbice, può portar via un volto caro, solo in una memoria che vorrebbe far dimenticare, avvolta nella nebbia. Il poeta continua a cantare, benché si senta ferito dentro come l’acacia tagliata dai boscaioli. Intanto novembre sparge la sua belletta (fanghiglia), a cui opporre la poesia e la nostalgia mai distrutta del mito.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 49
L’oggetto estetico proietta il proprio compimento nella lettura attenta e strumentata, complice, integrativa; resta un muto spartito, un treno d’onde di pure virtualità finché non viene “eseguito”, convertito in entità olisticamente articolata, si direbbe quasi catalizzato dall’atto critico, autentico acceleratore di particelle cui è dato svelare un numero teoricamente infinito di livelli successivi di realtà testuale ignoti allo stesso produttore.











