
Ai forti, ai furbi, ai cinici,
con carriarmati e rapine
e basse operazioni,
vanno le terre, il potere la ricchezza.
L’acqua è di chi ha le taniche e le braccia
per prenderla.
Colline di ossa lascia qua e là il minotauro
lungo i labirinti del pianeta
tra mercati finanziari, industrie, gabinetti politici.
Noi lo nutriamo come un figlio
coi nostri scarsi averi, il nostro ingenuo assenso.
Impassibile ai lamenti, il sole
continua a picchiare sulle fronti
e sulle nuche inermi.
Confusa è la strada, l’origine, la meta.
Santo è chi resiste. Non può esaurirsi
la pazienza delle madri giunte fino a qui
da altri sogni, da altro tempo
anch’esso miserabile ed ingiusto;
propizio solo per alcune; per le altre
solo tracce di qualcosa in dissolvenza.
Cose che non fanno cronaca
non c’è nulla ormai che generi indignazione
fino a indurre a reagire.
Nulla in fondo è così grave.
Sono i troppi accadimenti, ogni giorno
a spegnere la forza, la voce, a legare le mani.
Tutto si fa piccolo, ordinario, e si dimentica.
Quei fili che attraversano le vite d’ogni popolo
vibrano per mano di qualcuno.
Non sarà alba di speranza
quella che non toglie la polvere dagli occhi.
Spaccato in due lo schermo di proiezione
vedremo barcollante, di spalle, che s’allontana
un senza nome, un senza storia
ci spiacerà vederlo scomparire.
