Il quando e il come
(M.Chagall, Il mondo sottosopra)
«In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». [Lc 21,5-19]
Abbiamo bisogno di coordinate per gestire la realtà. Senza sapere come e quando, annaspiamo e non capiamo più. Ci servono per illuderci di possedere il tempo e lo spazio. La consapevolezza del come e del quando ci permette di collocare gli eventi e le persone in modo che tutto rientri nello schema noto e rassicurante. Così, la domanda è naturale: quando? E quale sarà il “segno”?
Ora, un segno è tale se è intellegibile; se, cioè, permette di percepire una realtà non altrimenti significata se non da una percezione indiretta e mediata, non comprensibile con categorie di pensiero, ma raggiungibile attraverso “segni”. Ma anche il segno va compreso, anzi, perché un segno sia tale è necessario che lo si interroghi e ci si interroghi di fronte ad esso. Non è mai una realtà la cui comprensione è evidente e immediata. Ci si chiede, insomma, uno sforzo interpretativo che necessita di strumenti idonei che ci permettano di non cadere in tranelli linguistici o sovrapposizioni culturali. La parola che in ebraico viene usata per dire “segno” (“ot”, aleph e tau) è scritta con la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto, come se tutti i segni fossero compresi fra queste due lettere; come se ogni segno fosse una complessità di segni; come se in ogni segno ci fossero tutti i segni.
Non basta guardare il mondo per come esso ci appare, ci si propone un’altra prospettiva da quella attuale, un cambio di mentalità, un rovesciamento di posizione. Non sarà la realtà ad essere diversa da quello che è, ma saremo noi ad assumere diversa posizione che ci permetta di vedere la realtà in modo diverso. Non si tratta di contorsionismo intellettuale, ma di percepire il nostro come un punto di vista non definitivo, aperto a cogliere una non probabile verità sulle cose e sulle persone, sugli eventi e sulle scelte. Verità non probabile perché da noi non immediatamente percepita, ma pure presente e autentica.
Di fronte alle pietre del Tempio, quale altra immagine può presentarsi se non quella di granitica sicurezza a baluardo di contenuti e di sistemi fra loro collegati? Che cosa ci potrà sembrare più solido di questa costruzione? Chi, o che cosa potrà mai scalfire la sua solidità o diminuire il suo potere?
“…non resterà pietra su pietra che non sarà distrutta”. È scioccante. Non si mette in discussione solo il Tempio e la ritualità ad esso legata. Si sta dicendo che crollerà tutta l’architettura di un sistema teologico, che è anche sociale e culturale, fino a qui garantito e rassicurante.
È rivoluzionario tutto ciò. O blasfemo. Ricolloca il Tempio nello spazio che gli compete e non permette che prenda il posto di Dio.
E, di fronte a questa enormità, l’unica domanda che ci viene spontanea è “quando?” e “come ce ne accorgeremo?” In altre parole, sembra che l’unica cosa che ci stia veramente a cuore sia la salvaguardia di ciò che abbiamo costruito, cioè, la salvaguardia di noi stessi.
Gesù chiede un cambio di prospettiva: Guardate che tutte le sicurezze, quelle che voi ritenete tali, sono destinate a venir meno. La stabilità sociale, il benessere economico, le condizioni climatiche, gli equilibri mondiali, la salute e persino la famiglia. Nulla sarà esente dal possibile crollo. Chi fonda la propria vita su queste sicurezze crollerà con esse. Senza di esse annasperà e si sentirà perso. Sembra che lo svelamento del “senso della storia” debba confrontarsi con la smentita del senso stesso. Ma “non vi terrorizzate”.
Queste pietre dovranno essere “ricollocate”. Non sarà solo un crollo senza speranza. Il verbo greco usato da Luca e, correttamente, qui tradotto con “distruggere” ha anche un’altra accezione di significato: “alloggiare”, “trovare collocazione”. Come dire: la distruzione sarà per una ricollocazione. Quello che è stato “sloggiato” sarà “ri-alloggiato”. Nulla di ciò che sembra perso è perso veramente. “Nemmeno un capello del vostro capo”.
Certo, ci saranno momenti in cui verrà voglia di “normalità”; momenti in cui viene meno la voglia di farsi domande; momenti di stanchezza. Ci saranno situazioni in cui si cercherà più una casa che una ricollocazione. Capiterà di non avere la capacità di cercare sempre nuove prospettive. Quelli saranno i momenti in cui vacilleremo, proprio mentre ci sembrerà di essere sicuri.
Quale perseveranza potrà mai essere possibile? Solo quella che si fonda sulla fedeltà che non dipende da noi. Sulla fedeltà dell’altro che ci chiede responsabilità. Perseveranza sarà darsi la mano e continuare a camminare. Portati non dalla forza delle nostre sicurezze, ma dalla debolezza dell’amore.
