Elisabetta Sancino, L’ocra in punta di lingua, (Ronzani- LietoColle, maggio 2023)
Quella di Elisabetta Sancino è una poesia che si apre oltre la soglia della convenzione, della rabbia e della paura, rappresenta l’Aperto rilkiano ovvero quello che la creatura vede “con tutti gli occhi”.
Una poesia terrigna, con una capacità di evocazione, anche lirica, struggente e originale.
Perciò non consente facili etichette, restia a categorie e a collocazioni rassicuranti.
Vortica con il nostro vorticare di creature capaci di interrogare il senso e il non-senso delle cose, l’enigma del teatro del mondo a partire da esperienze brucianti e da una psicologia ritratta nella sua pullulante proliferazione di echi. L’io esplode, si disperde, e viene assorbito dai versi che fanno da tramite fra l’introspezione, il corpo e il paesaggio; il fuori viene alla fine reso possibile e per questo la narrazione ha una ‘scansione esplosa’, espressione di un movimento di formazione, di scoperta e di esperienza in divenire.
Come scrive Silvia Secco nella prefazione al libro, il lavoro poetico della nostra autrice “porta sulla scena il lungo e quasi estenuante duplice monologo di una medesima reclusione” e si snoda attraverso le due sezioni Boudicca la Rossa e L’ocra in punta di lingua che titola la raccolta.
Boudicca la Rossa è nome particolarmente denso di significato, in quanto evocatore della figura dell’impavida possente guerriera Boudicca (Vittoria), la regina celtica che fra il 33 e il 61 d. C. (un periodo che vide l’inizio della dominazione romana in Inghilterra), si fece protagonista e condottiera del suo popolo subendo soprusi e violenze d’ogni sorta insieme alle due figlie, avute dallo sposo Prasutago, re della tribù degli Iceni.
La Soncino descrive molto bene come dietro le parole, non ci sia solo un nome di donna, ma un personale e particolare modo di essere donna. La scrittura diviene lo spazio e il luogo dal quale parlando di sé in nome di ciascuna donna si scioglie la durezza della fatica di vivere, per scoprire che si è tutte prese in un gioco di anamorfosi, sempre spostate, sempre oblique, sempre in parte fuori dagli schemi, eccentriche, sul filo di una follia creativa e dissacrante.
Poesie come brevi prose istantanee e arma di difesa per cantare l’opposizione agli stereotipi quotidiani, come magia per ricomporre un mondo in frantumi, frantumi di lievito e spine, citando Angela Caccia, e non certo sterili macerie; poesie come pietre per ricostruire infinite volte la casa vacillante dell’io.
E tutto sempre con una concentrazione febbrile e frenetica, in un linguaggio denso, in cui si fondano suono, anzi ‘eco’, ‘essenza’ del suono echeggiante di ricordi, suggestioni, emozioni e pregnanza simbolica.
Poesia che “brucia da sempre per autocombustione”, scrive Silvia Secco, “e innesca il principio generatore del fuoco”: […] “nella miseria dei baci in pausa pranzo / se ti nomino ti sfaldo comeun narciso / se ti canto ti uccido”
Attraverso un diarismo aperto, passionale, impetuoso e vitalmente impuro, Elisabetta Sancino descrive la pratica della scrittura come personalissimo ma non autoreferenziale hortus conclusus, che tuttavia configura, pur nella sua inespressa vocazione centrifuga, uno spazio di significativa affermazione di sé, di realizzazione creativa: “La forza centrifuga della cupola rossa / mi arriva nel fianco / stravaccata su una sedia di Starbucks / pensando a quant’è amara questa giornata /ma io sono divaricata e transitiva / la vita mi si lancia addosso / col suo complemento, entra tutto / qui dentro e fa centro”
La seconda sezione del libro: L’ocra in punta di lingua, “si apre poi come un regno vegetale, rimpolpato e re-impastato: terra e cenere”, come scrive ancora Silvia Secco nella prefazione.
Poesia come fame che sgronda per cogliere l’ignoto che si cela dentro e dietro le cose note, strumento di incantesimo, di sciamanico rituale che trasforma gli oggetti comuni in subitanee apparizioni di eternità: “Nel solito monotono andirivieni / tra letto e cucina / s’inseriscono paesaggi multipli / dove il poeta e l’assassino / forgiati nella stessa fucina / straniti vagano /
E le scintille delle ombre / non distinguo”
E ancora: […] “ho solo quest’ocra in punta di lingua / mi basta / per giocare allo stupido gioco delle parole / tenere un po’ a bada la morte”
Così la parola, sollecitata da un’imponente compartecipazione emotiva, perde ogni residuo di schematica denotazione, diventa un valore in sé, tanto che la si voglia considerare latrice di significati reconditi, o puro suono, pratica magica, oserei dire.
Ma questo sganciamento di segno e significato non provoca smarrimento, e non nega neppure la conoscenza; piuttosto mette in moto nel lettore un meccanismo interpretativo che lo porta a produrre significati molteplici, nuove ed inedite costellazioni del senso; ed è innegabile che questa prassi ermeneutica sia essa stessa un’azione poetica, complementare alla scrittura interpretata: ognilettore è chiamato a plasmare, una volta in più, come dice la nostra poeta, “nel canale del grido” […] “il seme che nessun grembo ha voluto”, “l’ispido nutrimento della fiamma / che brucia la parola / e non lascia traccia”
BOUDICCA LA ROSSA
Mi sono sradicata
ma sento ancora lo scricchiolio delle travi
il conficcarsi dei chiodi arrugginiti
come il dolore di un arto fantasma
rimasto nel luogo dove sono cresciuta
da bambini giocavamo a fuggire via
su zattere di legno sfondato
poi la strada mi ha portato sulla strada
adesso mi chiamano Boudicca la rossa
e continuo
a giocare
da sola
A MENO QUATTRO
Stanotte a meno quattro ho visto una mano
viola,
era la mia e carezzava l’aria
disegnando il profilo sereno di mia madre
anche da morta sorrideva, anche da viva
ed è questo il bello, lei aveva una predilezione
per le cose vive, per i bambini e le formiche
e per i vecchi che d’inverno escono senza maglione
anch’io mi prediligo, stanotte
CORPO NOMADE
Nel transito ininterrotto delle strade
cerco l’arco circonfuso in luce
lì decido di restare
molto lento si svolge il giorno
sul mio capo chino
a pochi passi dai vivi
nei volti l’abietto di questo mondo
e i suoi crimini
nel mio corpo nomade
giardini
IL MIO UOMO
Mio padre batteva il grano
il mio uomo batteva me
e tutto il verde diventava rosso
e le spighe e l’oro
mio padre stava sempre in ginocchio
il campo era la sua chiesa
il mio uomo mi portava a Messa
la domenica
BIBLIOTECA SORMANI
Mi dilato fino allo slargo di Monforte
hanno bruciato uomini qui
hanno spostato icone
e tutto quello che sappiamo è dentro
libri che non si leggono più
li ho accarezzati nella sala al primo piano
respiravano
IL MIO NOME
Io non mi chiamo più
il mio nome è la scossa permanente
nei pantografi di piazza Cordusio
è lo stupore di sapermi al mondo
IL FIORE
Su entrambi i lati della città
il segreto cova nel fiore interstiziale
mi sono sporta dal finestrino
dicevi le crepe bisogna chiuderle
ALBA
Sotto nuvole rosa si sveglia Milano
da tanta bellezza qualcosa ha da imparare
questo mondo a brandelli
con la carne appesa alle insegne dei discount
io attraverso la pianura e trattengo il fiato
sbarrando gli occhi sull’aria malva
prima che il giorno trafigga
FORSIZIA
A gambe incrociate sulla pietra
fiutando pioggia e maggio smalto
di cielo quattrocentesco
sono dentro la vena che pompa
ogni insetto volante e vocale
sono carnivora e vegetale di linfe
esondate su tutte le sponde
ho curato ogni taglio con interi
scaffali di carte inchiostrate
lasciando minuscoli rivoli di sangue
colare dalla bocca che tra l’altro uso
per mangiare e ululare il mio salmo continuo
sotto il porticato dove la forsizia
spacca
abbracciata al buio

