I “ganci” che mi fanno entrare in un testo poetico, che me lo fanno vivere in maniera immersiva, non sono principalmente i significati ma i significanti, il ritmo, la prosodia. Poi anche le immagini. Alla fine anche i significati, purché siano in movimento, in continua precarietà e “povertà” e non bloccati. Solo in questo modo mi è possibile avere davvero una esperienza del testo che può abbracciare tutta l’unità indivisa della persona che sono. E solo attraverso questa esperienza immersiva e totalizzante (nel senso detto sopra) è possibile che la poesia possa modificare, anche solo di un millimetro, la mia posizione: che possa insomma, per usare un termine che non proviene dal campo poetico, convertirmi – cioè fare in modo che io possa anche solo di poco, modificare il mio orientamente, il dove sto andando, accorgendomi: come accade a Mosè con il roveto ardente. Non è un caso che quest’ultimo possa essere associato ai significanti più che hai significati, all’evento esperienziale più che alla comunicazione di nozioni o racconti. Quello potrà avvenire solo in un secondo momento, quando appunto l’uomo è stato “convertito” verso una direzione diversa e ha avuto l’esperienza significante di un fuoco che non consuma.
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Da che pulpito, di Andrea Ponso
Da che pulpito, di Andrea Ponso

La “Carità” in senso cristiano, l’amore, diceva Massimo il Confessore, dovrebbe essere motore di una “LODEVOLE DISUGUAGLIANZA”: questa “lodevole disuguaglianza” mi risuona in testa da tanto, al fondo dell’unità e della comunione.
Anche, e forse più modestamente, al fondo di quella falsa “unità” che è in realtà parificazione e pianificazione, conformismo comodo e confortevole – oppure è simulazione delle “diversità”, loro inarrestabile invenzione, perfettamente funzionale ai bisogni pulsionali del mercato globale, all’ansia continua di movimento, come di insetti, al fare che coinvolge spesso, come una febbre sopra al vuoto, anche la Chiesa; decostruzione continua del discontinuo, dell’inaudito, del silenzio come fecondità e Mistero (dove, nei luoghi pubblici, possiamo ancora trovare silenzio, ad esempio? Dove?). Lo stesso Massimo scrive: “Gli uomini, lasciando il pianto sui propri peccati, hanno sottratto il giudizio al Figlio, ed essi stessi, come se fossero senza peccato, si giudicano e si condannano l’un l’altro, ma essi non si vergognano perché divenuti insensibili”.
È questo che distrugge, è questo che ti fa sentire pronto per la cella monastica o per quella manicomiale: in cerca semplicemente d’amore, un amore che non distrugge nessuna disuguaglianza, ma la rende lodevole, degna di ascolto e di cura. Ed è un segno di salute, io credo, sentirsi oggi in questo modo.


