I “ganci” che mi fanno entrare in un testo poetico, che me lo fanno vivere in maniera immersiva, non sono principalmente i significati ma i significanti, il ritmo, la prosodia. Poi anche le immagini. Alla fine anche i significati, purché siano in movimento, in continua precarietà e “povertà” e non bloccati. Solo in questo modo mi è possibile avere davvero una esperienza del testo che può abbracciare tutta l’unità indivisa della persona che sono. E solo attraverso questa esperienza immersiva e totalizzante (nel senso detto sopra) è possibile che la poesia possa modificare, anche solo di un millimetro, la mia posizione: che possa insomma, per usare un termine che non proviene dal campo poetico, convertirmi – cioè fare in modo che io possa anche solo di poco, modificare il mio orientamente, il dove sto andando, accorgendomi: come accade a Mosè con il roveto ardente. Non è un caso che quest’ultimo possa essere associato ai significanti più che hai significati, all’evento esperienziale più che alla comunicazione di nozioni o racconti. Quello potrà avvenire solo in un secondo momento, quando appunto l’uomo è stato “convertito” verso una direzione diversa e ha avuto l’esperienza significante di un fuoco che non consuma.
Da che pulpito, di Andrea Ponso. Poetica
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