Sull’orlo di chi siamo, di Rosa Salvia

di Rosa Salvia

Fresca di stampa questa mia antologia poetica di circa duecento pagine, accolta dall’editore
Giuliano Ladolfi il quale sin dal 2021 ha mostrato sensibile attenzione alla mia produzione
poetica. Sono a lui molto grata, come a tutti coloro che si accingeranno a leggerla. Desidero precisare che chi avrà piacere di accostarsi a queste mie sudate carte, si troverà di fronte a un viaggio a ritroso. Sono dapprima riportati componimenti inediti da me scritti fra il 2023 e il 2026, compresi sotto il titolo Sull’orlo di chi siamo, in quattro diverse sezioni: Là nel profondo, Muro, La sete è la nostra eredità, Argini e poi componimenti editi scelti dalle mie sillogi precedenti a partire dal 2007, accompagnati da stralci di prefazioni, postfazioni o recensioni di poeti, critici letterari che hanno dedicato ai miei versi grande attenzione e percettività. A tal proposito il mio grazie di cuore va a Franca Alaimo a cui devo la prefazione al libro, Valerio Magrelli, Gabriela Fantato, Luca Benassi, Manuel Cohen, Pasquale Di Palmo, Ivano Mugnaini, Marco Vitale, Andrea Galgano, Augusto Pivanti.
Ma perché questa scelta di viaggiare a ritroso? Essa si lega al concetto spaziale del tempo: una sorta
di luogo in cui si può procedere in un senso o nell’altro in molteplici direzioni, uno specchio in cui l’uomo può vedere di fronte a sé il proprio passato, ma dal quale può allo stesso tempo essere visto.
Il tempo e lo spazio incrociandosi si trasformano l’uno nell’altro: un tempo e uno spazio che potrei definire “psicologici” esattamente come quelli del sogno, un viaggio circolare attraverso l’attimo,
esplorando il valore della poesia che non salva né assolve, ma semplicemente rimanda a quella parentesi che si apre tra la luce e l’ombra, tra ciascuno ed il mondo.
Infine, con un grazie speciale a don Fabrizio Centofanti che da sempre accoglie miei scritti in questa preziosa rivista, trascrivo tre componimenti dalla prima sezione del libro, sono poesie dedicate a due giovani creature luminose che non sono più tra noi e l’altra ai miei nipoti: il sale della mia vita.

Al poeta Lorenzo Patàro

Quando la morte ghermisce
un poeta nel fiore degli anni,
ancora sempre il Rebus,
in questa solitudine di nervi di fuoco,
di caldo spezzato.

Toglie il respiro inveire, il dolore buca
il volto del cielo, la parola ferita di luce
si fa strada nel vuoto.

Forse Lorenzo ora plana sul mondo
come l’aquila all’alba,
con quel buffo cappello
e il sorriso lieve come neve.

Così, confuso nel tremore, il senso
s’inabissa nella parafrasi di una
lontananza dove ci sono segni
              barlumi
oltre la sintassi

acuti per colpire,
            quieti per attendere.


In memoria di Rosalba Guida

Parlando di filosofia, spostando le braccia
piene di libri sulla cattedra dove i volti
guardavano in giù oppure di fronte, ascoltando,
leggendo
ad alta voce, parlando di Kant o di Hegel o di
Nietzsche…,
pensavo al tuo sguardo, Rosalba,
tenero e aperto come polpa d’un frutto

uguale a sé stesso
attento ai propri confini

che non si lasciava addomesticare –

una presenza come la neve, se la neve potesse
pensare.

Per caso ho saputo che te ne sei andata,
nel freddo crudele del tuo male.

Muto si è schiantato il giorno
e il mio cercare risposte in un pianto di ceri
abbandonato alla pietà del Cielo.     


Ai miei nipoti

Piano si staccano
i rintocchi
dalle campane di piazza Ungheria
e nuotano
avanti e indietro
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
sapendo che nulla cambia, o tutto.

Così qui, e fino a sera,
quel che mi spaventa
è l’accettazione di ogni giorno,
tra la fine e questo ritornare
tra il non più e questo non ancora;
qui, sempre qui, dove vivo ciò che vedo
in un mondo che si nega
s’annega e s’annoda
in fondo alla mia gola,

con il peso soltanto degli sguardi dei cari
raccolti nella mia dimensione più segreta,
nel vibrare della nota più discreta,
in qualcosa che sta fuori
dalla parola   dall’immagine   dal silenzio
dalla superficie.

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