Da che pulpito, di Andrea Ponso


La “Carità” in senso cristiano, l’amore, diceva Massimo il Confessore, dovrebbe essere motore di una “LODEVOLE DISUGUAGLIANZA”: questa “lodevole disuguaglianza” mi risuona in testa da tanto, al fondo dell’unità e della comunione.
Anche, e forse più modestamente, al fondo di quella falsa “unità” che è in realtà parificazione e pianificazione, conformismo comodo e confortevole – oppure è simulazione delle “diversità”, loro inarrestabile invenzione, perfettamente funzionale ai bisogni pulsionali del mercato globale, all’ansia continua di movimento, come di insetti, al fare che coinvolge spesso, come una febbre sopra al vuoto, anche la Chiesa; decostruzione continua del discontinuo, dell’inaudito, del silenzio come fecondità e Mistero (dove, nei luoghi pubblici, possiamo ancora trovare silenzio, ad esempio? Dove?). Lo stesso Massimo scrive: “Gli uomini, lasciando il pianto sui propri peccati, hanno sottratto il giudizio al Figlio, ed essi stessi, come se fossero senza peccato, si giudicano e si condannano l’un l’altro, ma essi non si vergognano perché divenuti insensibili”.
È questo che distrugge, è questo che ti fa sentire pronto per la cella monastica o per quella manicomiale: in cerca semplicemente d’amore, un amore che non distrugge nessuna disuguaglianza, ma la rende lodevole, degna di ascolto e di cura. Ed è un segno di salute, io credo, sentirsi oggi in questo modo.

4 pensieri su “Da che pulpito, di Andrea Ponso

  1. S&R

    Mi sembra urgente questo accogliere l’Altro – chiunque sia – ritrovando se stessi nel silenzio, sfuggendo alla morsa mortale del rumore e della fretta del mondo.

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