Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Alla fine dei giorni

(David Hockney)

«Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.» [Isaia 2,2-5]

Si (ri)comincia dalla fine.

Per sapere chi siamo, o dobbiamo essere, non si guarda al passato, a ciò che è stato ma a ciò che saremo o che siamo chiamati ad essere.

Il profeta non prevede. Il profeta vede. E intuisce. E rilancia. Non si fanno previsioni del futuro o calcoli probabilistici. Non ci sono algoritmi che possano aiutarci: si nutrono del presente e sanno solo ciò che è noto. Al massimo, possono proiettare il presente in un tempo a venire, ma questo sarà solo una proiezione delle nostre paure o delle nostre illusioni presenti.

Il futuro, quello vero, quello che non è conoscibile, sfugge ad ogni analisi e, se vera novità, sarà tanto nuovo da essere sorpresa e stupore. Oltre ogni calcolo e ogni previsione, saprà dirci e saprà svelarci.

L’atto profetico non è preveggenza o magia. È l’occhio vigile di chi ascolta e, ascoltando, “vede”, e, vedendo, scorge segni e li interroga.

“Alla fine dei giorni” non è un’indicazione temporale che rimanda ad un futuro più o meno prossimo. È piuttosto l’individuazione di un compimento che si va facendo. E che parte da adesso.

Qual è la cifra identitaria dei giorni che verranno? “Tutte le genti” verranno. Non c’è limitazione di quantità o di qualità. “Tutti, tutti, tutti” amava dire Papa Francesco. Ognuno, lasciata la propria radice, trova nuova casa. Si va al “Tempio del Signore”, ma non per restarci. Ci si va per imparare la via, che serve per camminare. È qui che si compie ciò che era stato iniziato. Lungo il cammino.

“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.”

Per sapere chi siamo, guardiamo a quello che saremo. Per sapere che fare, oggi, guardiamo alla nostra vocazione. A guardare la nostra realtà contemporanea, si direbbe che stiamo tradendo la nostra vera identità. Temiamo il “nemico” esterno, quando non siamo capaci di restare fedeli alla chiamata originaria che fa di noi donne e uomini di oggi, i costruttori delle donne e degli uomini di domani. La profezia di Isaia è “speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18), ma, nello stesso modo, è responsabilità del presente. Nelle nostre mani, fragili e potenti, è messa la pace. Nelle nostre mani, deluse e stanche, è la trasformazione delle spade in aratri e delle lance in falci. Lì dove la spada recide e non costruisce, l’aratro prepara alla semina, che parla di futuro.

Tutti ad imparare la via, tutti a camminare insieme. Tutti, profeti e costruttori.

“Vieni casa di Giacobbe, camminiamo nella luce”.

15

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *