Massimo Morasso genovese è un poeta e scrittore poliedrico. Oltre che poeta, infatti, Morasso (germanista di formazione e vincitore di molti premi) è critico, traduttore, recensore. Il numero delle sue opere saggistiche pubblicate bilancia quello dei suoi volumi poetici; e in effetti le mie poche osservazioni sul suo libro di poesia, Frammenti di nobili cose, tengono presente come sfondo di riflessione il suo più recente volume saggistico, Re-visione della poesia; quest’ultimo appare, a prima lettura, come una serie di impressioni o cammei su singoli poeti, ma in realtà è qualcosa di simile a un trattato che proceda per schegge. Continua a leggere
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Massimo Morasso su “Gli spostamenti del desiderio” di Raffaela Fazio – tre poesie scelte
Nel leggere “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023) di Raffaela Fazio, la radice del piacere consiste nel fatto che quasi tutto in questo libro dà conto di un’intensità.
Mentre lo leggiamo, sezione dopo sezione, capiamo sempre di più, e con sempre maggior consenso, che c’è, in atto, una tensione spasmodica fra il desiderio di spoliazione e la desiderante tensione fisica, incarnativa, della parola-viatico della “enorme materia del vivere” (come Giancarlo Pontiggia dice bene in bandella).
Ricaviamo così il senso drammatico e febbrile, che direi inevitabilmente fraterno, che ci sanno dare i libri nei quali lo stile riesce a farsi testimonianza credibile di una vicissitudine interiore.
Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose
di Francesco Macciò
Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose, Passigli, Firenze 2023, pp. 120, 14,50 euro.
L’opera poetica di Morasso si configura in un corpus ampio e complesso, articolato sostanzialmente in due cicli, due facce che si rispecchiano l’una nell’altra, dove la voce dell’autore si sfrangia in altre voci di cui essa si fa mediatrice, come indica il titolo Il Portavoce assegnato complessivamente a questo primo ciclo (1995-2006), per ricomporsi in unità, dopo il necessario attraversamento nell’altro che è al contempo percorso di ricerca, dilatazione degli spazi poematici e affinamento dei mezzi espressivi, con la messinscena del proprio io, della propria voce.
È quanto possiamo cogliere, a conclusione di questo lungo processo di rispecchiamento e a certificazione di una irrinunciabile caccia spirituale, nel libro L’opera in rosso (Passigli 2016), che introduce l’io – lirico ed empirico – ridestandolo e ridefinendolo fin dall’incipit nella sua centralità (dopo la cesura del quinario e in punta all’endecasillabo allineati come membri di un verso composto): “Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale”. Qui, già marcatamente in questo verso proemiale e più diffusamente nella raccolta che precede e in qualche modo prepara la stesura di Frammenti di nobili cose, si annunciano, investiti di responsabilità, alcuni decisivi aspetti della poetica attuale di Morasso. Anzitutto, il consegnarsi alla scrittura: l’efficace cortocircuito che antifrasticamente mescola la sofisticata tecnologia del computer – anche come indicazione di una presenza hic et nunc del poeta alla realtà odierna – a una cura artigianale della parola; e poi, significativamente, l’anelito a un’oltranza nell’effetto alone che l’estensione semantica del termine “amanuense” reca con sé. Continua a leggere
Massimo Morasso, Il sogno di Zhuangzi
di Rosa Salvia
La letteratura è un gioco? Jorge Luis Borges in “Finzioni” (I edizione Oscar Mondadori
gennaio 1980), al fondo del suo sistema letterario e affabulatorio, la pone come una
inconfutabile verità. Scrivendo, egli gioca con l’eternità, con la realtà, con i miti, con
i labirinti, perché la sua fantasia ubbidisce al gioco e non alle convinzioni.
Le ipotesi della sua metafisica non sono oggetti di fede, ma semplici possibilità,
ciascuna delle quali, anche la più inverosimile, entra nelle regole del dado, dell’azzardo.
E fa parte della sua eresia il concetto (che lo accomuna al contemporaneo portoghese
Fernando Pessoa) che il testo definitivo non appartiene alla letteratura, bensì all’artificio,
al paradosso (che ci riporta a Kierkegaard…), alle domande più che alle risposte, al sogno. Continua a leggere
Gino Scartaghiande, Cavallucci marini, recensione di Massimo Morasso
Gino Scartaghiande, Cavallucci marini, Il Labirinto, Roma 2022
«Ogni mimesi è miserabile/ come la natura vasta delle Indie/ o i campi sterminati di boschi/ che tu vedi dall’alto entrando/ in un folto di luci» sono dei versi di Cavallucci marini, la nuova, scarna raccolta di Gino Scartaghiande che ora dà anche il titolo a tutta la sua opera poetica, appena riunita per i tipi del rinato Il Labirinto. Sono parole esemplari di uno dei modi più tipici di Scartaghiande, questo appartato maestro di scarti linguistici e sensoriali, questo talento assoluto dell’inconciliabile armonico, nel canto straniante del quale, fra libertà di sintassi, rudezze espressiviste e cabrate liriche sapide di sentori neo petrarcheschi, si avverte il reimpasto, perfettamente assimilato, di voci a un primo ascolto distantissime, in un ventaglio timbrico aperto fra l’inconfondibile timbro-Rosselli a quello dell’ultimo Hölderlin in versione vigoliana. Continua a leggere








