di Francesco Macciò
Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose, Passigli, Firenze 2023, pp. 120, 14,50 euro.
L’opera poetica di Morasso si configura in un corpus ampio e complesso, articolato sostanzialmente in due cicli, due facce che si rispecchiano l’una nell’altra, dove la voce dell’autore si sfrangia in altre voci di cui essa si fa mediatrice, come indica il titolo Il Portavoce assegnato complessivamente a questo primo ciclo (1995-2006), per ricomporsi in unità, dopo il necessario attraversamento nell’altro che è al contempo percorso di ricerca, dilatazione degli spazi poematici e affinamento dei mezzi espressivi, con la messinscena del proprio io, della propria voce.
È quanto possiamo cogliere, a conclusione di questo lungo processo di rispecchiamento e a certificazione di una irrinunciabile caccia spirituale, nel libro L’opera in rosso (Passigli 2016), che introduce l’io – lirico ed empirico – ridestandolo e ridefinendolo fin dall’incipit nella sua centralità (dopo la cesura del quinario e in punta all’endecasillabo allineati come membri di un verso composto): “Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale”. Qui, già marcatamente in questo verso proemiale e più diffusamente nella raccolta che precede e in qualche modo prepara la stesura di Frammenti di nobili cose, si annunciano, investiti di responsabilità, alcuni decisivi aspetti della poetica attuale di Morasso. Anzitutto, il consegnarsi alla scrittura: l’efficace cortocircuito che antifrasticamente mescola la sofisticata tecnologia del computer – anche come indicazione di una presenza hic et nunc del poeta alla realtà odierna – a una cura artigianale della parola; e poi, significativamente, l’anelito a un’oltranza nell’effetto alone che l’estensione semantica del termine “amanuense” reca con sé.
Ecco, sono questi gli assi portanti su cui si regge la costruzione della nuova raccolta di poesie di Morasso: la tensione a un’oltranza, che attraversa L’opera in rosso, si dilata e innerva in tutte le sezioni di Frammenti di nobili cose, fondendosi sapientemente con una cura formale, sintattica e stilistica, capace di trasfondere e sospendere in colloquialità il sublime. Sono frammenti poetici orientati alla verticalità che si intersecano e si compendiano gli uni con gli altri in un quadro d’insieme che non può compiersi interamente, giacché la parola, nella sua spinta anagogica, affonda nell’ineffabile, nell’incommensurabile. Eppure, a leggere e rileggere questi Frammenti, non proprio e non sempre è così. C’è una calibratura della forza poetica che parte dal basso, dalla realtà contingente e da movenze, si diceva, colloquiali, capaci di agganciare perfino il più sprovveduto lettore, ma poi la parola non si ripiega su se stessa, non rimane ancorata al reale, ma lo attraversa, slitta verso l’altrove, si carica di potenza e di senso e diviene conoscenza, rivelazione in grado di sorprendere anche il più avveduto lettore.
L’attestazione di questo costante anelito a percorrere il reale per trascenderlo mediante una parola irriducibile, radicata nella vocazione alla poesia e capace di comunicare fino ad attingere ai confini dell’indicibile, permea la prima e più corposa delle cinque sezioni di cui si compone la silloge. La sezione, articolata in 43 testi anepigrafi, quasi a indicare la tessitura frammentata di un unico nucleo tematico, è intitolata Geopatia: una designazione che allude alla “sofferenza sulla terra”, direi, più che “per la terra”, dove l’acquisizione del linguaggio poetico, nel meticoloso limae labor della sua orchestrazione, consente una postazione meno esposta allo scacco del reale e un capovolgimento, nella sottrazione dei ricordi, di quel nostalgico consolatorio rammemorare terrestre in una “nostalgia celeste” che avvicina all’estasi, come annuncia il frammento incipitario: “Per anni, in cerca di sollievo, / ho tratto dai ricordi le parole, /ma adesso il mio paesaggio si è invertito. // Ora ho levato / il mondo e / vivo solo negli anfratti / meno esposti del reale: / sono una nostalgia celeste / ardentemente arresa al suo delirio”. Questa torsione verso l’immateriale è corroborata, si è detto, da una assoluta fedeltà alla poesia, sancita un poco più avanti da un altro frammento che comincia in rigorosa scansione endecasillabica, se si considera il quarto verso tronco con dialefe dopo la sesta sillaba: “Se la smettessi di scrivere poesie / diventerei un ostaggio del pensiero / che tende a far del
Tutto una materia / per comunicare: il reservoir / di uno sproloquio cosmico, infinito”. L’allontanamento dal reale, dal materiale, pure evocato e indagato con una urgenza di distacco, si attesta anche nel ricorso a un lessico che presenta un circuito ad alta frequenza di lemmi afferenti alla sfera spirituale, come amore, Dio, anima, parola, nostalgia, eterno… Lemmi che ritornano diffusamente un po’ in tutte le altre sezioni del libro, quasi ad allacciarne l’orditura, sezioni che peraltro recano titoli semanticamente marcati: Nel sapere della distanza, Diarietto metafisico, Didascalie e discanti (rimarchevole il testo che fa riferimento a un immaginario dialogo a-teologico con Caproni) e la conclusiva Spine, sorprendente poemetto d’occasione, scritto, precisa in nota l’autore, “per Spinarium, una mostra dell’artista Roberto Pietrosanti che si è tenuta a Roma nel 2018”.
Queste poche righe non possono dar conto di un libro che va letto tutto intero, un libro che traccia una rotta nel mare magnum di una produzione sterminata di versi, mai come oggi così ad alto tasso di insignificanza e di inconsistenza. Forse, solo chi scrive poesie sa quanto sia difficile quest’arte che deve parlare a tutti e convoca sapienza, cuore, invenzione, tecnica, potenza, misura, oscura chiarezza… È quanto si può percepire dalla lettura di molti frammenti di nobili cose, tra i quali vorrei isolarne almeno uno, Urbi et orbi (p. 68), in cui si addensa il motivo religioso, di una religio che raccoglie e unisce (“lega”) in una benedizione solenne il reale, evocando in controluce l’abbraccio fraterno al creato della “laudazione” del Santo di Assisi. Qui ogni cosa, “alla fine”, confluisce in un movimento ascensionale “in mente Dei”, anche la mano di chi scrive, stretta in un solo nodo con il lettore in quell’itinerario insondabile di comunicazione e conoscenza che è la poesia: “Sia benedetto tutto / il vivo il morto / i frassini i polimeri i girini / l’osso ideale di ogni sostantivo / le pie parole di Gesù nell’orto / ciò che ha squittito al fiume uno scoiattolo / la storia il caso umano e la sua tabe / convergano alla fine in mente Dei // compresa la mia mano / e tu con lei”.
Francesco Macciò

