Archivi tag: Francesco Macciò

Monologo di re Salomone, di Francesco Macciò

https://www.youtube.com/watch?v=pwclYoMZOaU&t=23s

da qui

Marcantonio Franceschini, Salomone adora gli idoli (?1697), Genova, Palazzo Spinola

Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli

fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore

non appartenne interamente al Signore suo Dio.

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“L’universo in periferia, S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia”, di Francesco Macciò

di Gabriella Galzio

Frutto di un lungo e accurato lavoro, quest’ultimo libro di Francesco Macciò – L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia (Moretti & Vitali 2023) – è un contributo pregevole alla critica letteraria e insieme la testimonianza del suo spessore autoriale. Uno spessore non esibito, se nel risvolto di copertina, laddove è riportata la nota biobibliografica, davanti a scrittore e saggista, non è menzionato il poeta. Un omissis, a mio parere, sostanziale, in quanto solo un poeta può così magistralmente padroneggiare téchne e senso della musica da farne un abile critico letterario, artefice di un libro così colto e raffinato. Rimane il fatto che la presenza del poeta è centrale, perché è da questa postazione – in quanto poeta – che Macciò non solo esercita con rara perizia ed eleganza l’arte della critica letteraria, ma si interroga sulle sorti della Poesia (scritta con l’iniziale maiuscola). E sarà perché per lui la poesia è dono d’amore, in me – disamorata dal decadimento della società letteraria – ha risvegliato l’affezione per le qualità nobili della letteratura. E già solo per essere in grado di sortire – in me e presumo in altri – questo piccolo prodigio, il libro meritava di venire alla luce. È infatti una guida mirabile a un viaggio nella nostra poesia, dai grandi del passato, come Dante e Giacomo Leopardi, ai contemporanei del Novecento, come Cesare Pavese, Giorgio Caproni ed Edoardo Sanguineti; questi ultimi due, conosciuti personalmente, su cui l’Autore ha potuto gettare qualche luce conoscitiva in più. Nel libro si incontrano poeti, dai più noti ai meno conosciuti, meritevoli di riscoperta, come Lorenzo Pittaluga e Giovanni Battista Conrieri; e un’unica presenza femminile, l’argentina Alejandra Pizarnik, cui Macciò regala un piccolo gioiello della critica, incastonato nel panorama interamente italiano e maschile antologizzato, in particolare ligure, come anche le Letture conclusive di Giuseppe Conte e Mauro Macario attestano. Questa raccolta di saggi critici (alcuni più recenti, altri, la cui elaborazione si estende anche nell’arco di un quarto di secolo) non ha del resto la pretesa di essere esaustiva dell’intera storia della poesia, ma costituisce la testimonianza del viaggio formativo di un poeta alla ricerca della sua dimensione letteraria e della sua cifra. Qui, infatti, il grande oggetto d’indagine è la Poesia, intorno alla quale sono sparsi – come recita il sottotitolo – i Soggetti-Oggetti di una galassia che la Poesia raduna intorno a sé come magico attrattore. Ed ecco che nel suo viaggio l’Autore si interroga sull’intima essenza, pressoché sovratemporale, della Poesia, così come sulla sua identità e funzione nella contemporaneità; per scoprire che l’universo della poesia, come recita il titolo, è finito ai margini, alla periferia del mondo, e che occorre nuovamente “metterla al centro della propria esistenza unita alle altre arti come cosa viva”.  Continua a leggere

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Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose

di Francesco Macciò

Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose, Passigli, Firenze 2023, pp. 120, 14,50 euro. 

L’opera poetica di Morasso si configura in un corpus ampio e complesso, articolato  sostanzialmente in due cicli, due facce che si rispecchiano l’una nell’altra, dove la voce dell’autore si  sfrangia in altre voci di cui essa si fa mediatrice, come indica il titolo Il Portavoce assegnato  complessivamente a questo primo ciclo (1995-2006), per ricomporsi in unità, dopo il necessario  attraversamento nell’altro che è al contempo percorso di ricerca, dilatazione degli spazi poematici e  affinamento dei mezzi espressivi, con la messinscena del proprio io, della propria voce. 

È quanto possiamo cogliere, a conclusione di questo lungo processo di rispecchiamento e a  certificazione di una irrinunciabile caccia spirituale, nel libro L’opera in rosso (Passigli 2016), che introduce l’io – lirico ed empirico – ridestandolo e ridefinendolo fin dall’incipit nella sua centralità (dopo la cesura del quinario e in punta all’endecasillabo allineati come membri di un verso composto):  “Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale”. Qui, già marcatamente in questo verso proemiale  e più diffusamente nella raccolta che precede e in qualche modo prepara la stesura di Frammenti di  nobili cose, si annunciano, investiti di responsabilità, alcuni decisivi aspetti della poetica attuale di  Morasso. Anzitutto, il consegnarsi alla scrittura: l’efficace cortocircuito che antifrasticamente mescola la sofisticata tecnologia del computer – anche come indicazione di una presenza hic et nunc del poeta alla realtà odierna – a una cura artigianale della parola; e poi, significativamente, l’anelito  a un’oltranza nell’effetto alone che l’estensione semantica del termine “amanuense” reca con sé.  Continua a leggere