da qui
Marcantonio Franceschini, Salomone adora gli idoli (?1697), Genova, Palazzo Spinola
Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli
fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore
non appartenne interamente al Signore suo Dio.
Non perderti nel drappeggio
arabescato del mio manto reale.
Non è idolatria prostrarsi
dinnanzi alla dea dell’amore,
io che nell’amore ho trascorso ogni istante
di questa mia vita mortale.
Ogni donna che ho amato
aveva il suo dio e nessuna
era serva del dio della guerra.
Ho amato principesse egizie,
mogli sidonie e moabite,
concubine idumee e ittite.
Guardale tutte a una a una:
non sono figlie di Israele,
ma fiori sbocciati da un tronco
bruciato che ogni giorno rivive. Io,
figlio di David, per ognuna di loro, per
ogni loro dio, ho edificato un tempio. Un
dio non è mai malvagio: è uno, bino,
trino, sempre uguale a se stesso, come
l’acqua, la terra, il cielo
anche io su strade diverse
non ho mai sviato dal mio cammino.
È statua di pietra la dea greca,
la dea dell’amore, e Amore è con lei
dio alato, la mano protesa all’arco
lontano nella mano della dea.
Riuscirà ad afferrarlo? A colpirci?
A guidare nell’Amore l’invidia e
la cupidigia, i cuori più duri
dei nemici, quelli più neri
dei nostri amici? Tronchi d’albero
simili a colonne ritorte
affiorano tra le fronde verdi,
come una preghiera che sale
dall’acqua e dalla terra
fino al celeste candore del cielo.
Guardalo con i miei occhi.
S’illumina nel buio della foresta
quel viso alabastrino di donna,
il lembo della sua veste azzurra si
unisce al broccato della mia schiena.
Guardalo ancóra una volta
con lo sguardo di chi lo ha creato.
