di Gabriella Galzio
Frutto di un lungo e accurato lavoro, quest’ultimo libro di Francesco Macciò – L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia (Moretti & Vitali 2023) – è un contributo pregevole alla critica letteraria e insieme la testimonianza del suo spessore autoriale. Uno spessore non esibito, se nel risvolto di copertina, laddove è riportata la nota biobibliografica, davanti a scrittore e saggista, non è menzionato il poeta. Un omissis, a mio parere, sostanziale, in quanto solo un poeta può così magistralmente padroneggiare téchne e senso della musica da farne un abile critico letterario, artefice di un libro così colto e raffinato. Rimane il fatto che la presenza del poeta è centrale, perché è da questa postazione – in quanto poeta – che Macciò non solo esercita con rara perizia ed eleganza l’arte della critica letteraria, ma si interroga sulle sorti della Poesia (scritta con l’iniziale maiuscola). E sarà perché per lui la poesia è dono d’amore, in me – disamorata dal decadimento della società letteraria – ha risvegliato l’affezione per le qualità nobili della letteratura. E già solo per essere in grado di sortire – in me e presumo in altri – questo piccolo prodigio, il libro meritava di venire alla luce. È infatti una guida mirabile a un viaggio nella nostra poesia, dai grandi del passato, come Dante e Giacomo Leopardi, ai contemporanei del Novecento, come Cesare Pavese, Giorgio Caproni ed Edoardo Sanguineti; questi ultimi due, conosciuti personalmente, su cui l’Autore ha potuto gettare qualche luce conoscitiva in più. Nel libro si incontrano poeti, dai più noti ai meno conosciuti, meritevoli di riscoperta, come Lorenzo Pittaluga e Giovanni Battista Conrieri; e un’unica presenza femminile, l’argentina Alejandra Pizarnik, cui Macciò regala un piccolo gioiello della critica, incastonato nel panorama interamente italiano e maschile antologizzato, in particolare ligure, come anche le Letture conclusive di Giuseppe Conte e Mauro Macario attestano. Questa raccolta di saggi critici (alcuni più recenti, altri, la cui elaborazione si estende anche nell’arco di un quarto di secolo) non ha del resto la pretesa di essere esaustiva dell’intera storia della poesia, ma costituisce la testimonianza del viaggio formativo di un poeta alla ricerca della sua dimensione letteraria e della sua cifra. Qui, infatti, il grande oggetto d’indagine è la Poesia, intorno alla quale sono sparsi – come recita il sottotitolo – i Soggetti-Oggetti di una galassia che la Poesia raduna intorno a sé come magico attrattore. Ed ecco che nel suo viaggio l’Autore si interroga sull’intima essenza, pressoché sovratemporale, della Poesia, così come sulla sua identità e funzione nella contemporaneità; per scoprire che l’universo della poesia, come recita il titolo, è finito ai margini, alla periferia del mondo, e che occorre nuovamente “metterla al centro della propria esistenza unita alle altre arti come cosa viva”.
Senza entrare nel merito dei singoli saggi, vorrei soffermarmi, però, sui primi due capitoli, Memoria d’amore e Paragrafi vecchi e nuovi, poiché qui Macciò si dichiara, prende posizioni nette anche nei confronti del sistema letterario e soprattutto – come afferma Ercolani nella sua Prefazione – ci consegna “dichiarazioni di poetica di limpida esattezza”. Io arriverei a dire di più, ché vi rintraccio un nucleo forte di un possibile progetto di “Manuale del poeta”.
Zona sorgiva della poesia, quanto della musica, è la memoria, di voci e visioni, se – come scrive Macciò – la poesia in sé è “processo di svelamento di un altrove che germina nella memoria e si consegna alla scrittura in versi, la quale, come la musica, irradia da eventi primordiali e si configura in oggetto di parole, costruzione arcana di bellezza che si dona per essere donata”. Dunque, tra Mnemosine e il Lettore, il poeta è medium, che della poesia si spossessa per farne dono memorabile, perché il poeta “nel suo solitario stupore […] non possiede ma è posseduto”. Orfeo è il suo mito … e la potenza sciamanica del suo canto.
Ovviamente la musica è quella che pulsa dentro, che innerva dall’interno la poesia, il suo incedere ritmico, la sua metrica, la sua prosodia, e la critica letteraria deve saper auscultare questo battito interno e restituirlo alla consapevolezza del lettore e spesso dello stesso autore. Ed è per questo “legame indissolubile [che] unisce pur sempre la poesia alla musica e la musica alla memoria” che la poesia non può inclinare verso la prosa senza rischiare di divenire altro da sé, di perdere la sua identità. “Lo scardinamento del verso attraverso una estensione ‘smisurata’ nella prosa […] è un cappio al collo della Poesia, «sostanza a sé», asseriva Sandro Penna, che nel suo aggetto musicale non ha alcun bisogno di intasamenti prosastici, ma semmai di silenzi, di sospensioni, di respiri, di margini e spazi bianchi.” Ovviamente nel libro l’Autore affronta la questione articolandone la complessità e con affondi nelle testimonianze letterarie, ma la sua posizione di fondo mi fa dire che Macciò, forse per sua stessa indole ma anche per formazione, è in linea di continuità con la tradizione classica, è per la varietas che rinnova, non per la radicale rottura dei canoni. Il poeta, infine, così ci invita: “Attingere dal profondo, con parole rinnovate, la precisione che insiste sui dettagli è una delle vie segrete che porta le cose piccole a sconfinare nelle grandi”.
Gabriella Galzio
Da L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia
Memoria d’amore (incipit)
«Menin aeide thea…», «L’ira canta, o dea…» è l’incipit dell’Iliade, il poema scritto agli albori della nostra civiltà. Omero, o chi per lui, invoca una dea che canti l’ira rovinosa di Achille: il poeta dovrà ricomporre nella misura dell’interiorità una voce che viene dall’esterno, di cui egli è interprete e tramite, una voce che lo attraversa evocando un’intricata vicenda di uomini e dèi, di fatti naturali e soprannaturali, connessi sì all’aretè ma che conducono alla rovina e al lutto, dal momento che nascono sotto il segno dell’ira: «menin», significativamente parola incipitaria del poema.
Non sappiamo quanto sia plausibile la teoria di Julian Jaynes di una «mente bicamerale», teoria secondo la quale in epoca arcaica nell’emisfero destro del nostro cervello risuonassero le voci degli dèi e neppure se di essa, di questa voce interiore antecedente alla coscienza, permanga ancora qualche traccia nell’inconscio dell’uomo di oggi. Ma l’ipotesi, che metterebbe a fuoco la genesi del poema omerico, è suggestiva e stringente. Se la poesia viene da un altrove, da qualcuno che parla a noi, per noi o dentro di noi (come accadrà per il Fanciullino pascoliano), essa non appartiene al poeta, che la riannoda sul filo della memoria e la riorganizza con gli strumenti della téchne per spossessarsene e offrirla al lettore. A un destinatario, cioè, che la renda viva calandola nella propria esistenza, partecipe in tal modo dell’evento creativo. Conseguentemente acquista peso la poesia in sé, processo di svelamento di un altrove che germina nella memoria e si consegna alla scrittura in versi, la quale, come la musica, irradia da eventi primordiali e si configura in oggetto di parole, costruzione arcana di bellezza che si dona per essere donata.
Non s’è mai attribuita la dovuta importanza a quel gradiente che indirizza il prodotto artistico a un pubblico, accomunandolo all’opera che trova solo così, in questa circolarità, una sua compiuta attuazione. Quante volte studiosi e critici hanno svelato ai poeti qualche zona oscura della loro stessa poesia, ciò che filtra sottotraccia, quella cifra inespressa o espressa inconsapevolmente che arriva per vie traverse a un lettore attento e partecipe! Tale approccio, compimento di un itinerario insondabile di comunicazione e di conoscenza e insieme attestazione di una procedura di inappartenenza, varrebbe almeno a portare in piena luce il testo poetico, la sua forza comunicativa, la sua centralità anche a discapito di chi lo ha scritto. È un processo di affrancamento che trasforma l’io in noi, la soggettività, pur così presente e necessaria in tanta poesia lirica, in coralità, in universalità. Non sarebbe azzardato, pertanto, allestire una storia adespota della poesia, che faccia decantare testi che non sono affatto minori, anche se composti da poeti considerati generalmente minori, una storia della poesia, cioè, in cui la scelta dei testi non sia condizionata dal «peso» assegnato preliminarmente a ogni singolo autore, ma semmai dal loro intrinseco valore, dalla loro potenza sovversiva capace di rivelare l’oscuro di ogni sostanza, di agganciare e scalfire anche il più recalcitrante lettore: parole come pietre preziose che si illuminano le une con le altre – potremmo dire con Mallarmé – creando un ponte tra mittente e destinatario.
Ora però, mentre faccio la tara alla Poesia nel tentativo di precisare nei suoi addentellati un complesso processo artistico riesumandone le origini e intrecciando concetti come destinazione, conoscenza, memoria, comunicazione (per rimanere viva la scrittura in versi dovrebbe possedere, nella sua complessa natura polimorfa e polisemica, una porta di servizio aperta a tutti), ho davanti agli occhi un muro di tablet e smartphone che separano il vecchio dal nuovo, il «secolo breve» da quello in corso, il millennio concluso da quello appena cominciato. La logica binaria ha preso ormai il sopravvento e il pensiero tecnico, calcolante, stringe alla gola quello che Heidegger qualificava come pensiero meditante, mentre l’ipnotica assuefazione a sequenze iconiche eterodirette ha determinato la svolta antropologica dall’homo sapiens all’homo videns depotenziato di capacità di comprensione, di analisi e ragionamento critico, mero fruitore di immagini srotolate su uno schermo. Su questa rivoluzione epocale si innesta l’ansia dilagante di comunicare e di attivare reti sempre più estese di riscontri e di consensi. Non conta informare, analizzare, approfondire… ma semplicemente lanciare nell’etere qualche parola a effetto, qualche frasucola simil-claim e sventagliate di immagini che creino contatti, lampi di superficie; conta produrre identità e false identità per apparire quello che si è o non si è, fino a clonarsi in spazi di inesistenza.
Ecco, in questo dominante scenario che manipola e confonde verità e finzione, qual è il ruolo, ancorché marginalissimo, quale il destino della poesia? E soprattutto qual è la sua identità, la carta d’identità del linguaggio poetico, ammesso che esista o non sia stata abolita?
