di Rosa Salvia
La letteratura è un gioco? Jorge Luis Borges in “Finzioni” (I edizione Oscar Mondadori
gennaio 1980), al fondo del suo sistema letterario e affabulatorio, la pone come una
inconfutabile verità. Scrivendo, egli gioca con l’eternità, con la realtà, con i miti, con
i labirinti, perché la sua fantasia ubbidisce al gioco e non alle convinzioni.
Le ipotesi della sua metafisica non sono oggetti di fede, ma semplici possibilità,
ciascuna delle quali, anche la più inverosimile, entra nelle regole del dado, dell’azzardo.
E fa parte della sua eresia il concetto (che lo accomuna al contemporaneo portoghese
Fernando Pessoa) che il testo definitivo non appartiene alla letteratura, bensì all’artificio,
al paradosso (che ci riporta a Kierkegaard…), alle domande più che alle risposte, al sogno.
Ebbene Zhuangzi, filosofo mistico cinese vissuto nel quarto secolo a. C., protagonista
principale del singolare affascinante racconto vagamente autobiografico di Massimo
Morasso “Il sogno di Zhuangzi” (Lamantica Edizioni 2023), sa, come Borges e Pessoa,
che noi viviamo in un tempo reale che ci umilia e che ci ferisce e dal quale l’unica evasione possibile è offerta dal sogno.
E sogno vuol dire desiderio, volo pindarico dell’immaginazione sul filo rosso di una logica
a-causale di implicazione, sulla scia dei saggi cinesi o del Plotino delle “Enneadi”, per i quali
in fondo le cose non “sono”, ma “propendono”.
Massimo Morasso ne scrive in chiave di felice, personalissima parodia ed esordisce dicendo
di sé stesso che nella vita ha avuto almeno due desideri su piccola scala: l’uno, imparare
il cinese; l’altro, andare a zonzo fra le lapidi nel flusso di energie che aleggia in mezzo alle necropoli, perché “l’assoluto e il desiderio vanno di pari passo lungo il piano inclinato della
nostra esistenza”. (pag. 6)
Il desiderio è dunque il seme naturale della nascita del divino, che del mondo è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine.
Una pochade metafisica strana ed intrigante, i cui personaggi, vivi o morti che siano, sono
accennati con pochi rapidi tocchi, hanno scarse connotazioni realistiche. Conta l’atmosfera,
contano gli ‘ambienti’ e la ‘fabula’, la stessa vicenda narrata, nel cui tessuto, al contrario,
spiccano frammenti descrittivi di un iperrealismo allucinatorio, onirico, nella consapevolezza
della doppia natura della vita: “Quanto è strana, Zhuangzi, la doppia natura della vita!
E tu, che pensi come un bimbo, pensi anche tu, con me, che quando penso è il mio pensiero
che mi crea, esattamente per quanto sono io a crearlo?” (pag. 118)
Morasso decostruisce la realtà; la notomizza e ne fa l’anamnesi con scientifico spirito di osservazione, in “un composto di amarezza e allegria”.
Persone, oggetti, pensieri, in una Genova che fa da sfondo al racconto (come il coro nelle
tragedie greche), acquisiscono, disancorati da riconoscibili coordinate spazio-temporali,
significati di kafkiana, inquietante profondità.
Narrazione che oscilla fra utopia e analogia, tra il sempre uguale e il nuovo che appare e
scompare, balugina nell’eterno ritorno di un’indivisa divinità che opera in noi (Eterno Uno,
Eterno Tao) e ammicca al naufragio del senso.
Fu l’incontro illuminante con un vecchio cinese a spingere il nostro autore non solo ad
avvicinarsi alla pratica del Tai Chi, ma ad augurarsi di essere posseduto da Zhuangzi e
a scrivere questo libro, non per il legame, del tutto pretestuoso, fra la mistica zen e il
patriottismo mazziniano (che ritorna, con grande originalità, in molte pagine), ma per
introdurre fin da subito “al modo leggendario nel quale Zhuangzi è riuscito a dire cose
che è necessario pur dire a questo mondo, e che occorre dire, però, preferibilmente per
via di parabola – come sapevano il gran Rabbi Gesù di Nazareth, Franz Kafka,
l’ossessionato d’infinito che ha scritto anche durante la costruzione della muraglia
cinese, l’altro mio amico “Fritz” Nietzsche, ossessionato di morale, super-uomini e Gesù,
e, prima di tutti lui, Zhuangzi, il più equilibrato fra i quattro”. (pp. 10, 11)
In questo libro, le leggende, i simboli, gli I Ching, gli esempi, o le coraggiose impennate
del pensiero, esprimono ‘un senso di realtà’ che è in essenza diverso dalle consuete
categorie di realtà, né riconducibile alla tradizionale riduttiva alternativa ‘reale / fantastico’.
A tal proposito mi torna in mente un passo del saggio “Gioco e realtà” (Armando editore 1979, capp. IV, VIII) del pediatra e psicoanalista britannico Donald W. Winnicott il quale prospetta,
nel processo di crescita del bambino, una “terza area”, potenziale, “transizionale”, attraverso
lo scavalcamento dei codici e la fondazione di universi paralleli.
A ben pensare, salta all’occhio la similitudine con il connubio Oriente / Occidente, passato e presente, che ci propone Massimo Morasso, il solo ‘sogno’ di un futuro ancora possibile oltre
e dentro il nichilismo dilagante di questa nostra contraddittoria modernità.
In uno scavo della lingua e nella lingua che annulla l’Io in una sorta di armonico, dissonante ‘perdendosi’, la parola si frantuma, ma nella frantumazione di sé, i piani del tempo si incrociano
e si confondono.
Il linguaggio delle emozioni nasce dalla perdita della materialità degli oggetti e accede alla metafisica dell’esistente, cancellando la separazione fra reale e irreale, l’io e l’altro, l’io e
il non-io, nel puro dominio della finzione e del grottesco.
A conclusione di questa mia breve analisi trascrivo una poesia che Morasso ci regala nel “tentativo di dire tante cose in poche parole” e che a mio avviso mette a fuoco i nodi cruciali della narrazione
in un tono fra lo scherzoso e l’arguto.
“La poesia si intitola Le statue, e fa così”:
Per quasi-sempre
nel fuoco della polaroid
per quasi-sempre ti dico e si abbracciano
dietro le porte di piombo del cuore
Le altre immagini li osservano
le altre immagini ci osservano
Com’è facile diventare opere d’arte!
La realtà dell’amore sulla terra
la vedo agglutinarsi
fra i fiori e la canotta il sentimento
sviluppa conoscenza
in primo piano dallo sfondo nero
sbalzati fuori come stalagmiti
danzano, immobili, la danza della vita
Angela ed Enrico detto Gianni
al centro di un tableau da copia-Caravaggio
cui non importi niente dei modelli biblici
nel vitreo della carne esposta al flash
fanno l’eterno:
Eros e Psiche sessantenni!
Eros? Con la linea obliqua dell’avambraccio
presaga
e l’orologio in alto che posa sul trapezio
e la mano operaia a sussumere la spalla
costretti a stare naso a naso come bimbi
il sorriso è quello di due bimbi
che un mago dispettoso ha trasformato in
statue.
Leggendo questi versi diviene ancor più chiaro come il carattere predominante
del libro sia la continua e perentoria alternanza di registri.
Gli elementi poetici ci confondono e si fondono fra di essi. La contraddizione
appare come intrinseca all’esistenza. Un unico circolo, vizioso e virtuoso
al tempo stesso, si compone di svariati microcircoli con le stesse caratteristiche.
Ed ecco che la crescita è vissuta come conto alla rovescia:
“il sorriso è quello di due bimbi / che un mago dispettoso ha trasformato in / statue”.
La stessa medesima dialettica si fa vicinissima. Non c’è un segno che riesca ad
imporsi e a diventare davvero predominante. Non si riesce così mai a dare una
compiuta direzione positiva: c’è sempre qualcosa che disturba e distrae; né tanto
meno vi è il naufragio definitivo verso il negativo: c’è sempre qualcosa che risolleva
e tenta la salvezza: “il sentimento sviluppa conoscenza”.
Come si evince, la parola perde ogni residuo di convenzionalità, di schematica
denotazione, diventa un valore in sé, tanto che la si voglia considerare latrice
di significati reconditi, o puro suono, o incantamento.
“Nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire”,
ci spiega Montale.
Ma questo sganciamento di segno e significato non provoca smarrimento e non nega
neppure la conoscenza; piuttosto mette in moto nel lettore un meccanismo interpretativo
che lo porta a produrre significati molteplici, nuove ed inedite costellazioni del senso;
ed è innegabile che questa prassi ermeneutica sia essa stessa un’azione poetica,
complementare alla scrittura interpretata.

