Gino Scartaghiande, Cavallucci marini, Il Labirinto, Roma 2022
«Ogni mimesi è miserabile/ come la natura vasta delle Indie/ o i campi sterminati di boschi/ che tu vedi dall’alto entrando/ in un folto di luci» sono dei versi di Cavallucci marini, la nuova, scarna raccolta di Gino Scartaghiande che ora dà anche il titolo a tutta la sua opera poetica, appena riunita per i tipi del rinato Il Labirinto. Sono parole esemplari di uno dei modi più tipici di Scartaghiande, questo appartato maestro di scarti linguistici e sensoriali, questo talento assoluto dell’inconciliabile armonico, nel canto straniante del quale, fra libertà di sintassi, rudezze espressiviste e cabrate liriche sapide di sentori neo petrarcheschi, si avverte il reimpasto, perfettamente assimilato, di voci a un primo ascolto distantissime, in un ventaglio timbrico aperto fra l’inconfondibile timbro-Rosselli a quello dell’ultimo Hölderlin in versione vigoliana.
In cinquant’anni di scritture, due, fino a ieri, erano i libri importanti pubblicati di Scartaghiande. Il “mitico”, felicemente spiazzante Sonetti d’amore per King Kong, che risale al 1977, e Bambù, uscito undici anni dopo, uno dei rari libri di poesia degli anni ’80 del secolo scorso che meriterebbe di diventare un livre de chevet anche per un lettore non distratto di oggi. A dire della necessità creativa della produzione in versi di Scartaghiande bastano, in fondo, tre numeri, il 4, il 45 e il 200, qui evocato, per giunta, ad abundantiam: poiché il poeta, che scrive in versi, evidentemente, soltanto quando gli risulta doveroso, ha pubblicato quattro libri in quarantacinque anni (fra l’altro, gli ultimi due di questi libri riportano e risistemano le raccolte più antiche, presentando giusto qualche novità, oltre a un mannello di poesie sparse), per un totale di duecento pagine a stampa, bianche e divisorie comprese. L’arte peculiare di Gino Scartaghiande nasce, conquistandosi fin da subito una pronuncia misurata e personale, dallo slancio diversamente avanguardistico di un’anima che ha saputo concepire il proprio essere parlante come una sorta bizzarra di non-io, allontanandosi da sé come individuo. E che, addirittura, da virtuoso dell’attrito qual è, per vie di dissonanze e alterazioni del piano logico del discorso ha giocato a distanziare l’io parlante – che pure, fra i suoi versi, continuava, e continua, a dire io – dal velo di Maya di quelle “apparenze naturali” di cui si nutre l’espressività diffusa («Io rigettavo il proprio. Labbra/ più veloci di me accorrevano./ Era una figura/ metafisica, con prepotenza»). Quest’opera omnia in progress è percorsa da una forza visionaria che si chiama diffrazione, nel senso fisico del termine, quello che rinvia alla deviazione della traiettoria di propagazione delle onde che incontrano un ostacolo sul loro cammino. Per grazia di diffrazione, appunto, le onde versali di Scartaghiande formano paesaggi misteriosi, d’aura mistica, quando la sorgente anti-soggettiva della luce e il piano dell’osservazione incontrano un luogo comune ideale. E allora, negli snodi più a fuoco, lo stile spicca in gloria, e «Come un pieno fiume di suono/ è la quiete».
