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Paolo Valesio. CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

E’ appena uscita (con BOHUMIL EDIZIONI di Bologna) una mia raccoltina di poesie con questo titolo, che preannunzia un volume molto più vasto con un titolo diverso, a cui sto attualmente lavorando. 

Paolo Valesio 

L’inesorabile ritmo

L’ingresso di settembre è sospettoso e si rivela sempre
un’ingiustizia che impiglia tante vite nel ritmo prematuro.
Lui con tutte le sue sforze tende
all’indietro e si tira sul capo la coperta di agosto:
il mese atemporale che accoglie la luce del mondo
contro la penombra
in cui striscia la storia
come gli animali del mini-zoo
proprio all’ingresso della fattoria
(il vitello e il pony
il lama e i conigli):
animali da bimbi
che tuttavia nel buio
appaiono biancastre
masse fatali,
portatori di potere
mito-politico.

Fattoria Rose’s Orchard
North Branford, Connecticut

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Paolo Valesio

di Giorgio Stella

Il Figlio dell’Uomo spicca il volo

Ha visto tutte
le nevi del Padre. 
Partito dal massiccio del Cervino 
è volato con braccia aperte e rigide 
sull'oceano dove le nubi 
sembrano neve sparsa sopra l'acqua 
fino allo stupore 
della Groenlandia: 
come un bambino si è divertito 
a vedere i tumuli i cumuli 
le creste le cengie le montagnole

         (simili alle colline 
         che bambino creava in Palestina 
         con sabbia infangata e spremuta 
         pian piano fra le dita)

di neve bianca
         (color di crema 
         con una vena, dentro, di rosa)
sul ghiaccio bianco
         (color d'azzurro come 
         una fila di denti serrati      
         una fila di punte di metallo).
E sotto la zanna del sole 
le ombre si stagliavano e tagliavano 
più gelide del terreno 
e il nero casi denso 
che non si poteva capire 
se fosse solo l'ombra sopra i ghiacci 
o s'era il corpo duro 
di piante corte aggrappate alla roccia.
Ma è il verde, ora si vede, 
che si allarga e diviene la terra. 
È la parata della vita

         Ma dall'alto risuona
(calma e severa-suona senza tuono) 
qualche volta la voce del Padre.

"Figlio, figlio senza doni 
         hai perduto anche quello
         della parola)
figlio che io ho cessato di comprendere 
da quando hai smesso di camminare, 
semplicemente,come 
sulla strada di Emmaus 
viatore fra i viandanti
          un segno solamente era sospetto 
          i tuoi sandali non impolverati)
da quando hai smesso di stare 
sul trono che è tuo, nello spazio 
della mandorla e della fiamma- 
da quando insomma hai cessato 
la dignità di queste posizioni, 
e hai cominciato a mimare 
il crocefisso senza croce 
ti sei dato a volare in croce in rondine 
sei divenuto un giullare. 
Riprenditi, raccogliti, ritorna 
ad irraggiarti dentro di te stesso”.



         Ma lui non ha più tanta 
confidenza col Padre 
Forse un giorno ridomanderá 
alla Nostra Signora delle Nevi 
di entrare nello spazio tra loro due 
di parlare mediare.

Ma che cosa direbbe a Nostra Donna 
se volesse davvero spiegarsi?

“Una parte di me vuole ribattere 
agli aerei che portano le bombe, 
volando senza sete
di guadagno e di morte.
E poi, Madre, c’è anche l’altra parte 
quella che solo vuole 
divertirsi e divergere 
da ogni linea che sia troppo diritta 
essere veramente 
fratello coi volanti 
Ma non riesco più a dire tutto questo
da dentro la cornice della Croce.
Ecco perché, tacendo
mi limito a volare”.

Alitalia, volo Milano – Nuova York
15 gennaio 1991

parole, poesia, di Paolo Valesio 1. Massimo Morasso

parole, poesia 


Massimo Morasso genovese è un poeta e scrittore poliedrico. Oltre che poeta, infatti, Morasso (germanista di formazione e vincitore di molti premi) è critico, traduttore, recensore. Il numero delle sue opere saggistiche pubblicate bilancia quello dei suoi volumi poetici; e in effetti le mie poche osservazioni sul suo libro di poesia, Frammenti di nobili cose, tengono presente come sfondo di riflessione il suo più recente volume saggistico, Re-visione della poesia; quest’ultimo apparea prima lettura, come  una serie di impressioni o cammei su singoli poeti,  ma in realtà è qualcosa di simile a un trattato che  proceda per schegge.  Continua a leggere

Il regno doloroso, di Paolo Valesio

di Graziella Sidoli

Nota introduttiva a Il regno doloroso, di Paolo Valesio (Viareggio, Diaforia, 2024; edizione originale: Milano, Spirali, 1983).

 

Condensare in poche parole il panorama polimorfo di questo ampio testo non fa giustizia alla sua complessità. Si apre, questa nuova edizione, con un’avvertenza editoriale nella quale si dice che il libro “viene riproposto nella sua integrità e forza linguistica e in toto come romanzo ‘disallineato’ per forma e contenuti.” Cosa che in effetti osserva anche Valesio nelle sue note diaristiche in fondo al libro: non c’era un tentativo di allinearsi a movimenti o scuole. Il “disallineamento” è per questa lettrice, l’originalità di quel romanzo di cui mi sono innamorata nel 1983. Continua a leggere

Paolo Valesio, Il Testimone e l’Idiota

di Paolo Valesio

IL TESTIMONE E L’IDIOTA

(Milano, La nave di Teseo, 2022)

 

I personaggi 

Il Testimone (intorno ai quarant’anni: italiano, piuttosto austero e intenso)
l’Idiota (sotto i quarant’anni: italiano, poroso verso la realtà ha letto il romanzo omonimo di Dostoevskij)
la Voce (emana di solito dal soffitto, o dal pavimento o dalle pareti laterali di diverse stanze)
la Fiamminga (trent’anni: belga, curiosa, forte della sua intelligenza)
Il Testimone e l’Idiota sono in grado di ascoltare la Voce, ogni volta che essa (facendosi sentire d’improvviso) parla. La Fiamminga non ode mai la Voce.
I personaggi sono apparsi lentamente, emergendo da una sorta di nebbia. Io ho trascritto parole udite, inquadrandole (i titoli, le epigrafi ecc.) come poesie.

Il Testimone, l’Idiota, la Fiamminga, la Voce.
Due uomini sulla quarantina, tra New York, Bologna e Parigi.
Una giovane belga che intesse relazioni di intima amicizia con entrambi.
Una voce che anima il dialogo, interlocutore onnisciente che conduce la discussione tra filosofia, amore, esistenza, la fede, il peccato, il ricordo. Questo minimo teatro diventa spazio di interazione di vere e proprie maschere, una messinscena universale per anime solitarie, disincantate e inquiete.  Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.74: Le voci del silenzio. Paolo Valesio, “La mezzanotte di Spoleto”

Paolo Valesio, La mezzanotte di SpoletoLe voci del silenzio. Paolo Valesio, La mezzanotte di Spoleto, prefazione di Alberto Bertoni, Rimini, Raffaelli Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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«Desiderando parola. Ogni giorno che vola, egli sente / dentro di sé un rombo premente: / son le parole che vorrebbe dire / prima che scocchi l’ora del finire, // le parole accorrenti a tutti quelli / che ha scoperto essere fratelli / e sorelle (se alcune furono amate / più d’altre, invidie e insidie son passate). // S’egli rappresentasse ad ogni uno / l’onda della vita come un dono, / riscatterebbe la sua tramontante // esistenza oscura e pesante / che non trova in se stessa più valore / se non nel tuttassurdo dell’amore»[1].
E’ il desiderio di poter parlare per dire adeguatamente ciò che prova e che gli urge dentro a spingere Valesio a scrivere la “sua” poesia e a pronunciare le “sue” parole. Per lo studioso bolognese, non si tratta qui di una questione di esercizi retorici da proporre ai suoi lettori ma di una ragione di vita da sostenere.

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Il volto quasi umano, di Paolo Valesio

di Gianmaria Annovi

L’ultimo libro di versi di Paolo Valesio, Il volto quasi umano (Bologna, Lombar Key 2009), che raccoglie oltre duecento poesie scritte, con poche eccezioni, tra il 2003 e il 2005, si presenta come un oggetto particolarmente complesso, a partire dal suo titolo. Il “quasi” posto in maniera provocatoria prima dell’aggettivo “umano”, infatti, crea uno spazio di sospensione, una soglia d’arresto per il lettore, che si ritrova di fronte a un nome reso indecidibile. L’avverbio colloca il “volto” che Valesio ci invita a guardare a un passo prima e a un passo dopo dell’umano, tra quello che ancora non ha saputo (o potuto) diventare umano e la dimensione del divino. Tra il sub e l’ultra. Tra il troppo e il non ancora abbastanza. Tra la bassezza della terra e l’irraggiungibilità del cielo. Che questo spazio di sospensione – spazio, dunque, d’interrogazione sulla natura dell’uomo e sulla propria umanità – sia lo spazio del tipo di parola poetica che Valesio ha deciso di abitare lo mostra anche uno dei testi più belli della raccolta:

Per El Greco

Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:

Qual è il quadro più bello

che tu abbia mai veduto?”

E senza esitazione io ho risposto:

El entierro del conde de Orgaz”,

perché non ho mai visto più vicini

quelli del cielo e quelli della terra.

[La sepoltura del Conte di Orgaz] Continua a leggere