1. Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
Il perché non saprei dirlo bene, se non forse ricorrendo a ragionamenti che rischiano però di risultare sempre un po’goffi, perché sempre un po’ a posteriori, ragionati, alti, rispetto all’atto davvero misterioso dello scrivere. In generale, il libro nasce come succede per altre arti: ci sono delle idee, delle immagini, delle questioni, che insistono e man mano ci si lavora per dare loro una forma.
2. Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?
Da parte mia, nessun ruolo. Anche perché i ruoli sottendono sempre l’insidia di cristallizzare, confinare, definire troppo. Credo, in generale, che l’arte dovrebbe avere come meta ultima l’emozione, anzi il commuovere, l’agitare qualcosa, smuovere. Nella poesia ciò accade, a mio parere, quando le parole riescono a creare, con chiarezza, suoni e immagini che toccano il cuore di chi legge.
3. Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?
Tutto può concorrere a lavorare sulla poesia, soprattutto ciò che formalmente non lo è. Carmelo Bene diceva che non si può fare letteratura con la lettura, teatro con il teatro e quindi, direi, poesia solo con la poesia. Ed è molto vero, non basta. Perché il rischio è di diventare abili, creando opere abbastanza discutibili.
4. Tre autori che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.
Francesco Scarabicchi, Jeff Buckley e Paolo Sorrentino.

