Giuseppe Todisco, Cafarnao

a cura di Luca Pizzolitto


La poesia di Giuseppe Todisco ha una intima capacità levatrice di segni e significati nuovi e inattesi. Percorriamo un sentiero di santità umana ma non sacrale. Sentiamo che la natura che ci circonda ci assimila, ma senza naturalismo. Tra la foresta da incendiare e il legno da intagliare, ci indica una pietra da fissare.

(Pasquale Vitagliano)

Esci dalla parola
intatta.

Chi è là
chi ti indovina?

Amo, dici, quando un uomo
si addentra nella macchia
convinto che dal ramo si scorga
la radice.

Dimora il cerchio dove parli.
Più in alto un sogno
si ammutina.

*

Dire all’acqua acqua
non fa di me un poeta

ma l’amore cauto della formica
chiusa dentro il pugno. Può
un solo cielo volerci tutti –
eppure questo lento
masticare non aiuta.

Come la terra muove
il suo stellato, rovistando
nella mano ferma,
così la formica scava
nella carne la parola
che non si attraversa.

*

Cafarnao

Non si è mai fatta luce se per un paio d’ore
è già domani. Certo, tu vieni a catastrofe
del giorno e ci sollevi. Gli uomini che cadranno,
andarsene per un poco finché finisce
il campo – è proprio questo fare il seme.
Già pratichi contagio se parli al di là di ciò
che vuol dire rami. Era un’ottima vita, la vita
che sognavamo gli alberi.

Gli uomini che verranno, il passo di credere
amici certi luoghi – è proprio questo farsi
specie. Non passerà un solo volto prima
che tutto sia compiuto. Certo, tu vieni
a margine del giorno e dici in verità
ciò che avremmo inteso ci fu detto.

«Sì, Sì. No, no», è solo questo il nostro
parlare adesso? Oltre il Giordano,
sulla via del mare, non si è più fatta luce
e in tutto ciò che gridiamo – Galilea,
Galilea delle genti – verrà il domani.

*

Credi sia poco per un addio,
eppure non una stella dice:
serena verrà la notte.
Dio solo sa del frutice
che innerva il vento e quanto
di quella pianta io porti in seno.
Come se potessi riannodare,
finita l’estate, il volo delle rondini
al canto delle rane. Ora, sono
fiori rivolti alla terra le foglie
che cadono – eppure, non una stella
dice: serena verrà la notte
senza i suoi baci.

*

Te ne vai col sole oltre la casa
rotta, dove il bene di cui parli
è il nome rimasto sulla porta.

Amarsi conta pure questo iato

e mentre il giorno insiste, un’ombra
dentro l’ombra scende quasi fosse
un grido nella stanza vuota.

Giuseppe Todisco (Foggia, 1980) è cofondatore e codirettore della rivista
di poesia «Avamposto». Ha esordito nel 2020
con la raccolta di versi Si prega girati di schiena (Marco Saya).
Alcuni suoi testi sono stati pubblicati nella raccolta
I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese
(Marco Saya, 2022). Questo è il suo secondo libro. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *