
Propongo una piccola selezione di poesie da Ossa e cielo di Marina Massenz e la Prefazione di Alessandra Paganardi.
da Parte prima – Che lievi non siamo
Che lievi non siamo
Noi che lievi non siamo
che lievi non sappiamo
stretti in questo stazzo
in bosco ci guardiamo
fissi a volte silenti
altre sorridenti vaghi
mentre caprioli occhieggiano
la loro leggenda protettiva
loro mansueti pavidi noi agitati
nel fondo tremolanti questo stato
quasi segreto non appariscente
poi rapido un vento passa
nel bosco solleva le nostre camicie
porta via brandelli slegati
rotolano i nostri cappelli
nel vuoto d’aria a seguire
che stempera l’affanno.
*
Gremiti di sensazioni
a G.M.
Nel profondo sommerso
intimo più intimo
dove non è parola
né pensiero, là corpo
là anima là seppi
tutto della battaglia.
La via dello sguardo
avvertì la caduta
poi la inseguì fino
alla polvere là vidi
chi erano i vincitori
e chi i vinti. Scappare
inseguiti da eserciti
sgomenti per deserti
con acqua di cactus
rintanarsi in anfratti
sotto ponti ferrovie
strade il cemento
per bloccare e acqua
sempre l’acqua del mare,
ignotissimo e solo.
*
In un colloquio
In un colloquio con uccelli piante
pianeti cielo diciamo dell’umano
disastro planetario a colpi d’ascia
di ragazzi – qualcuno parli con loro! –
senza territorio limite confine
mentre nel sottomare sprofondano
bocche aperte uccelli feriti
a testa in giù cadono giù giù
come dal metrò dalle scale
di stazione in stazione senza
intercalare di note dolenti
accompagnamenti senza le voci
di prefiche gli inni i canti i pianti
senza riti funzioni senza
officiante troppi morti
nel glaciale liquido nero.
*
da Parte seconda – Sottili si dicono gli spiriti
Con un pennello di martora
Con un pennello di martora
molto delicato passare
la biacca sul viso come farsi muro
incidere i ricordi come graffitaro
la notte sfregia portoni e vagoni
insieme a pensieri di sogno
non temere il parlarti né vedere
come vivo il tuo volto che sorride
e piuttosto soddisfatto se ne va.
Ieri c’era il sole sul tuo terrazzo
oltre i tetti i fili e i pali
verso le rondini la bellezza
insieme guardavamo dei voli
in silenzio attenzione ai garriti
al concerto acuto del tramonto.
Davvero ti ringrazio per le tue
recenti apparizioni come fai
a trovarmi mentre dormo
tra tutto il sonno del mondo?
*
Porti piume e ali adesso
Aveva gli occhi verdi
solo nel finale facili alle lacrime.
Di sé diceva che giovane
succhiava le pietrecibo del Carso
e saltava i fossi per il lungo.
Era molto molto grande
la sua mano quando stringeva
la mia traversando la strada.
Ora che porti piume e ali
ti sento nell’aria finale d’estate
e posso anche dire che non eri perfetto.
Attitudini preferite: evitare battaglie,
celare sofferenze, svoltare l’angolo.
Piuttosto bugiardo e molto segreto.
Posso anche dire la mia rabbia
per le tue fughe, quando mi lasciavi
(piccola ancora) a combattere con finta
scimitarra i danni e i mostri peggiori,
sventolandola invano nell’aria.
Sei nell’onda che batte adesso,
nel vento sul viso e so che era tua
questa grazia del gusto vitale
che contagiosissima mi trapassava.
Ci stringevamo ancora per mano
trattenendoci e non volevi dire
addio vita addio Marinin
mano dolce e morbida per me
e io non volevo lasciarti,
nemmeno per sogno.
*
L’aria è satura di assenza
L’aria è satura pulviscolo di te
respiro assenza sensibile
al tuo passo sulle scale
tappo le orecchie al rimbombo.
La tua voce non parla delle cose
non c’è più al mondo rastrella
lenta i sotterranei del petto
cerco di ricucire e rimettere
al suo posto ma il coltello
della tua assenza mi spella
e scuce punto a punto l’ordito
il male mi scrolla fili filati
senza disegno ingarbugliati
senza ago né ferri per ricostruire
la trama solo la spina aguzza
che col tempo dell’adagio
si arrotola nel ventre e nel costato.
Ho meno consistenza meno legame
senza la tua risata il prato il castagno.
La rosa iceberg i nuovi gelsomini
sfoggiano ancora candore
e profumo, ma non colmano
né mi danno l’andatura per svoltare
anzi rinnovano e mi agganciano
al desiderio di vederti un momento
breve anche brevissimo.
Io svanisco senza te svaporo
mettimi le mani sul capo e tienimi giù,
solo tu lo sai fare così bene da crederci.
*
Sottili si dicono gli spiriti
Sottili si dicono gli spiriti
che come pulviscolo in aria
appaiono brillantini dotati
di intrinseca luminosità.
Però si distinguono da quello
normale atmosferico
tutto miscela di gas noti
e codificati in lettere e cifre.
In grande numerosità rapidi
si addensano in luccicanti globi
di puntiformi entità facilmente
disperdibili anzi svaniti già.
Non materiali infatti ma sottili
gli spiriti e capaci di compattarsi
in forma di agglomerati di luce
ti riconosco come imprevista
aurora boreale pare un ritrovamento,
affascina in sgomento,
sospende in affanno e sperde.
* * *
Ma poi risale: una scrittura in viaggio fra corpo e cielo
di Alessandra Paganardi
In tempi di lamentosa poesia sul corpo e di triti sentimentalismi di ogni genere, la carne di questa raccolta poetica (la terza di Marina Massenz, docente universitaria e neuropsicomotricista) ritrova una misura tragica e paradossale, quella che fu ben compresa da filosofi come Schopenhauer e dalle maggiori voci poetiche del Novecento: la misura del dolore. È infatti soltanto attraverso il corpo che noi soffriamo, essendo così avvertiti di una disarmonia fondamentale della condizione umana. In modo del tutto analogo, si potrebbe dire, la dissonanza di due note discordi produce un suono naturalmente inudibile.
Ossa e cielo, anziché celebrare o – all’opposto – demonizzare il corpo, lo restituisce alla sua realtà mostrata, in un’estetica ostensiva in cui ogni parola è densa d’esperienza e gravida di storia. La declinazione è intenzionalmente centripeta, dallo sguardo storico-collettivo della prima parte al focus personale della seconda. Il che non significa affatto che la raccolta culmini in uno scontato autobiografismo diaristico: la narrazione è sostituita quasi totalmente da tinte colorimetriche forti e le figure di riferimento ormai scomparse – il padre, i grandi maestri di vita, la casa del passato, la stessa poetessa da bambina – passano come addensamenti incancellabili nel pulviscolo spirituale dei ricordi.
La tua voce non parla delle cose
non c’è più al mondo rastrella
lenta i sotterranei del petto
cerco di ricucire e rimettere
al suo posto ma il coltello
della tua assenza mi spella
e scuce punto a punto l’ordito
Le immagini sono scabre e i versi petrosi, appena corretti e quasi ammorbiditi dall’andamento sinusoidale del dettato: si predilige una sintassi destrutturata, come se rimescolasse le perle di una collana dopo averne tagliato il filo. In alcuni punti l’autrice fa espressamente luce sulla propria poetica, rivelando in sapienti “metaversi” una filiazione pienamente assimilata da grandi figure del Novecento: sono nettamente riconoscibili, in ambito europeo, Paul Celan e Ingeborg Bachmann; in ambito nazionale, Giancarlo Majorino e Amelia Rosselli,
come il mio gomitolo di parole
senza filo, né passi né piedi.
Se già non sapessimo che la vera poesia civile non parte da manifesti e proclami, ma dalla custodia paziente di quel talismano prezioso che è l’empatia, la prima sezione del libro suggerirebbe ciò una volta di più, con vivida forza. Il corpo martoriato dei migranti, degli apolidi, dei marginali, delle vittime di guerre e attentati terroristici è specimen del corpo sofferente tout court e del suo destino di precarietà. Il male di vivere si fonda su ragioni concrete e si fa parola poetica, in un destino che la seconda parte del libro tratteggia senza mai banalizzare in confessione;
specie la notte ha i denti
quando non si conosce
dimora stabile sensibile
calda ma si sta nel vagone
nel passato sempre oscuro
Eppure queste ossa, questi denti che dicono la pesantezza corruttibile della materia, diventano uncini per arpionare le stelle, per elevare la condizione umana attraverso il dolore. Con uno scatto l’autrice trasforma l’immagine avicola, consacrata sin dal Cantico delle creature, da metafora suggestiva ad attante reale.
In cerca di ali, ora bruciacchiate
le sue antiche di viaggiatrice,
in cerca di coda timone,
per sapere se nord sud
est o ovest la direzione
Da uccelli si può diventare angeli (evidente, ancora una volta, la suggestione montaliana): il teatro della metamorfosi è naturalmente il cielo wendersiano di Berlino, che evoca altre tragedie storiche, ma anche il senso di una perdita personale, di un morire continuo. Non inutile tuttavia, se le dita dell’uomo e di Dio della Sistina possono evocare, anziché un tormentoso passaggio al limite, la fecondità zen dell’attesa.
Per lo sguardo all’alto
della cupola su sfondo magenta
le due dita tese di Dio e uomo
l’indice uno verso l’altro
a indicare a tendere
ma raggiungersi?
Aspettare richiede talento
star fermi è attesa feconda.
Altro riferimento sono gli alberi, creature chiamanti luce e martoriate dai disastri ecologici e dalla scure umana: gli alberi sono stradivari centenari, scrive l’autrice, in una sorta di suggestiva metonimia rovesciata. L’identificazione con la natura attraversa il libro e sostanzia un debito culturale che traluce con eleganza in filigrana, ma che è evidente al lettore accorto: si tratta dello sguardo antroposofico, anch’esso attentamente elaborato, di Rudolf Steiner.
Sottili si dicono gli spiriti
che come pulviscolo in aria
appaiono brillantini dotati
di intrinseca luminosità.
Il viaggio astrale coinvolge il corpo etereo della stessa poetessa, che si riconosce – direbbe Ungaretti – « immagine passeggera / presa in un giro immortale» e raggiunge, nella piena maturità di vita e scrittura, l’estasi dell’uscita dal proprio limitato io, fino alla vera conoscenza di sé:
Come sovrastante me
io guardo sotto il mio agitarsi
consueto faccendiero
di quotidiane messi, fatti e avanzi:
“ehi tu… – dico – che fai?
Già non ricordi i vibranti
suoni i moti cosmici
le melodie? Già non sai
il volo dell’anima
sopra i tetti delle case?”
La lunga consuetudine professionale con la sofferenza fisica e psichica rende Massenz diffidente nei confronti delle astrazioni e complicazioni, che hanno finito per degradare il lavoro del terapeuta a sterile training comportamentale e la conquista del Sé a chiacchiera a buon mercato:
Adesso si dice così
mindfulness
va di moda e si vende
la nuova teoria della mente
Quest’opera di poesia sta invece a indicarci senza mezzi termini, fra i molti altri spunti di riflessione, che la conquista del Sé è ardua ed è una responsabilità indelegabile, perché «lievi non siamo », come recita il primo testo; né peraltro può mai essere lieve alcuna seria ricerca esistenziale. Un libro può diventare la mappa privilegiata del percorso alchemico che trasforma la misura del dolore in «misura degli abbracci » e ritrova un equilibrio possibile fra basso e alto, fra ossa e cielo.
Nella poesia finale, dedicata al ricordo di Biagio Marin, è ancora il volo a suggellare l’alleanza fra terra e iperuranio. Il poeta è l’apparentemente inetto, in realtà il solo capace di percorrere tutte le dimensioni dell’essere e di sostarvi con naturalezza.
gira in tondo si tuffa verso l’abisso
mare ma poi risale questo uccellino
allegro triste pare stupidino svagato
pare non prenda decisioni
ma poi risale.
Scrivere versi non è – come qualcuno continua a sostenere – una terapia per il dolore. La terapia, se esiste, è altrove e, forse, non è neppure sempre necessaria. Il fare poetico è la nuda testimonianza che il dolore, anche quando sembra vincere, non occupa mai l’ultima scena: c’è sempre una parola residua che si arrende, si arrovella, si dibatte, e infine risale.
*
Marina Massenz
Marina Massenz è nata nel 1955 a Milano, dove vive. Neuropsicomotricista, si occupa di terapia e formazione e insegna all’Università Statale di Milano. La sua prima raccolta poetica, Nomadi, viandanti, filanti, è stata pubblicata nel 1995 da Amadeus, Cittadella (Padova), presentazione di Marosia Castaldi. A essa hanno fatto seguito La ballata delle parole vane, L’Arcolaio, Forlì, 2011, postfazione di Andrea Inglese, e Né acqua per le voci, Dot.com.Press, Milano, 2018, prefazione di Vincenzo Frungillo. Suoi versi e prose sono uscite su varie riviste, fra cui Qui appunti dal presente, Il monte analogo, Poliscritture, Le voci della luna, Il segnale e Il foglio clandestino, e sui siti on-line La poesia e lo spirito e Nazione Indiana. Una sua raccolta è stata segnalata ai premi “Renato Giorgi” e “Faraexcelsior” (2017), e una sua silloge inedita è risultata finalista al premio letterario “Interferenze – Bologna in lettere” (2017).
