
3I/Atlas è un oggetto proveniente dallo spazio profondo che sta attraversando il sistema solare. È stato scoperto il 1° luglio 2025, ha transitato dal perielio il 29 ottobre, avvicinandosi alla terra fino alla distanza di 269 milioni di km il 19 dicembre. Lascerà definitivamente il sistema solare nel 2030, dopo aver toccato l’orbita di Giove nel marzo del 2026, sfrecciando alla velocità di 30km al secondo. Questo è quello che si legge dopo una veloce ricognizione su internet. Insieme a queste informazioni i motori di ricerca propongono il dibattito che ha infiammato il web in queste settimane. Che cosa è 3I/Atlas? Una stella cometa come quella che a Natale mettiamo sopra il Presepe oppure un’astronave aliena? La discussione è stata alimentata da alcune anomalie rispetto ai comportamenti delle comete finora osservati che hanno portato alcuni scienziati a ipotizzare una natura artificiale dell’oggetto.
Qualcuno come l’astrofisico israeliano Avi Loeb, già noto per posizioni estreme rispetto ad altri oggetti interstellari, ha messo in guardia rispetto a possibili minacce provenienti da 3I/Atlas. Non saprei dire nulla di più dal punto di vista astronomico, se non che ho sperato (e continuerò a sperare fino all’ultimo) in un colpo di scena che possa dare certezza alle ipotesi più suggestive. C’è una ragione per questa irragionevole speranza che ha a che fare con la letteratura. Il primo libro del quale ho memoria fu un romanzo di fantascienza: i superstiti di ragnarok dell’americano Tom Godwin, uscito nel 1958 e pubblicato da Mondadori nel 1960 nella collana Urania. Dovevo avere 13 o 14 anni e mio padre me lo gettò sulla scrivania non so se per invogliarmi alla lettura o distrarmi dalla delusione amorosa del momento. In gioventù aveva risparmiato i centesimi della merenda scolastica per collezionare i numeri della mitica collana iniziata con la pubblicazione del primo dei Romanzi di Urania, il poetico Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, uscito in edicola il 10 ottobre 1952. La collana sarebbe stata la più longeva e fra le più seguite dell’editore milanese, ma mio padre pensò bene di vendere la preziosa collezione per comprarsi una pianola e suonare Battisti e De André per cercare di rimorchiarsi le ragazze alle feste.
Lasciai il libro sulla scrivania per qualche tempo, senza curarmene, finché non fui attratto dall’immagine dell’astronauta e del pianeta alieno e sulfureo che facevano capolino dal classico “oblò” che caratterizzava la copertina degli Urania. Fu una lettura straordinaria e vorace. Scoprii negli scaffali di casa altri libri sopravvissuti di quella collezione perduta: il ciclo della fondazione e quello dei robot di Isaac Asimov, i romanzi allucinati e profetici di James Graham Ballard e Philip Kindred Dick, le raccolte di microracconti Cosmolinea B1 e B2 di Fredric Brown, le grandi epopee spaziali di Poul Anderson. Con quei libri imparai a leggere sul serio, con gli occhi arrossati fino a notte fonda, a piegare il cuscino nel letto per evitare il torcicollo, a detestare la cattiva abitudine delle orecchie alle pagine che mio padre aveva fatto anni addietro per tenere il segno. Soprattutto imparai che la scrittura poteva non avere limiti, che un micro racconto può essere un ago assai più difficile da affilare di un romanzo, soprattutto che al fondo delle galassie come nei cieli di Marte la parola può farsi poesia e che questa nasce dallo stupore, dalla passione viscerale, e in ultima analisi dalla speranza.
3I/Atlas se ne andrà via lasciandoci il dubbio. Abbiamo sperato cambiasse rotta, che venisse a minacciarci, che la Nasa richiamasse qualche astronauta ritiratosi a pescare a bordo lago, che questi si innamorasse della bellissima scienziata e che insieme salvassero il pianeta, rendendolo più consapevole e affratellato. Tutto questo non è accaduto. Forse non sapremo mai veramente se 3I/Atlas è una cometa come quella che 2000 anni fa illuminò il primo Natale della Storia o un’astronave, certo è che se ne andrà senza averci degnato di uno sguardo, insensibile alle nostre osservazioni, ai segnali, alle paure, alle polemiche. Allo stesso tempo se ne andrà lasciandoci la poesia del mistero, il desiderio dell’infinito, la speranza. Ci avrà fatto sentire piccoli e coraggiosi a un tempo, sempre più consapevoli che la nostra apparente solitudine nelle vastità del cosmo altro non è che voglia di sapere, sete di conoscenza. Avevano ragione i latini a dirci che il desiderium, altro non che un de (prefisso privativo, lontano da) e sidera (plurale di sidus, stella), letteralmente un sentire la mancanza delle stelle. Buon viaggio3I/Atlas.
