
di Pasquale Vitagliano
Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.
Chi è, invece, questo Leonardo? “Io che per la mia indegnità a lungo non osai accostarmi al fuoco di Dio, l’ultimo dei fratelli della Luce ma il più fedele, (…) io non trovavo lacrime dietro cui nascondere ai miei occhi la vista di ciò che restava del mio Signore”. Ecco cosa ci viene a dire questo apostolo in esubero. Come sono andati davvero i fatti. Sempre che ci sia ancora qualcuno interessato a conoscerli. Risuona la presa di posizione di Ivan Karamazov di fronte ai mali e al dolore del mondo. Solo che a Sanfilippo, la cittadina siciliana dove la storia si svolge, oramai ci troviamo al punto in cui tutto è già accaduto. Il tempo è quello che Pasolini chiamerebbe il Dopostoria. Non c’è più avvenire. Non ci resta che retrocedere. Come ha fatto il professore. Come fa un detective che deve seguire le tracce della verità.
Ascoli manipola letterariamente una materia rovente, le radici, la fede e le illusioni perdute, la libertà e la necessità, il libero arbitrio e le vicende di un popolo e del suo territorio, scenari storici e suggestioni autobiografiche, con uno stile corrosivo e cinico, talvolta persino umoristico, nicciano ma non nichilista. Il narratore non assume il punto di vista autoassolutorio del “tutti peccatori nessuno peccatore”, ma quello compassionevole e disincantato di chi “ne ha viste troppe” per cedere ad una speranza disarmata. Il meccanismo narrativo di Ascoli crea un’atmosfera che deliberatamente allude a Il maestro e Margherita. Solo che qui la satira non è rivolta al passato, alla storia drammatica dell’unione sovietica, ma alla nostra attualità. E in bocca non ti porti il dissapore del sol dell’avvenire, ma la madeleine di tutto ciò che siamo stati e di ciò in cui abbiamo creduto.
