Per rispondere alle tue domande bisognerebbe prima mettersi d’accordo su cosa sono per noi l’arte e la poesia. Posso solo dire che, per molti della mia generazione di “boomer”, la scelta di fare “arte” significava, così ci siamo illusi, fare la scelta di non integrarsi, di non essere funzionali a un “sistema” che si voleva distruggere o almeno cambiare profondamente. Da qui anche i contenuti, i materiali alternativi, le modalità aperte, l’inclusività di tante esperienze artistiche. Questa fase si è chiusa negli anni Novanta. Qualche eco ha allungato le sue propaggini fino al 2010, poi è come se un mondo intero fosse tramontato e tutto ciò oggi appare alquanto ingenuo.
Artisti e poeti nascono in larga misura integratissimi, sono ambiziosi e competitivi, non sono critici nei confronti del sistema editoriale e dell’arte, ma disposti a ogni sorta di compromessi pur di entrarvi. L’entourage di alcuni editor di successo farebbe invidia a una cena di Arcore.
Che riescano o meno, carriere che fanno di te qualcun altro, qualcosa che deve piacere ad altri, ma per te invece è brutto, sono comunque una sconfitta.
Il problema sono la professionalizzazione della poesia e l’evoluzione del gusto del pubblico.
La platea di consumatori si è allargata: da appassionato e in certa misura esperto, il pubblico si è trasformato in consumatore generico.
Il primo imbarazzo che avverto di fronte agli attuali prodotti della cultura è sicuramente la “bruttezza”, nel senso di banalità e addirittura compiacenza nei confronti di quei valori un tempo combattuti. Se la bruttezza, l’aspetto disturbante di determinate performance voleva far riflettere, adesso il brutto si prende sul serio, vuole rassicurare il consumatore finale del supermercato dell’arte che anche lui conta, che ha scelto le banane migliori, che è importante.
Quindi la poesia ha qualcosa da dire?
Sì, se volesse dirlo.
Ma sarebbe messa alla porta dagli addetti alla sicurezza del supermercato.
Può indicare la strada?
In questi termini, no.
E poi, c’è ancora una strada?
Ammetto di vivere una crisi personale che dura da anni. Lo spartiacque sono state prima la pandemia e poi la guerra. Sono i momenti in cui ho perso tutti i punti di riferimento, ho avvertito la violenza dei media e delle istituzioni sul singolo, ho perso la fiducia nella reale democraticità dei sistemi occidentali.
Mi sono chiusa in una resistenza privata, in un disperato tentativo di sopravvivenza.
Ho spento la televisione per sempre, trascorro mesi all’estero, e se non trovo qualcun altro come me, la mia sarà una diserzione solitaria, non c’è problema.
Alle letture poetiche, confesso, mi annoio e vedo bene che ognuno soffre altrettanto in attesa del proprio turno. I dolori esistenziali d’ombelico, con tutto quello che accade intorno, ripugnano. La competitività e il presenzialismo di alcuni autori sono tra le cose più deprimenti, patetiche e prive di senso.
La narrativa è infarcita di figlie e figli, nonne, mamme, coppie in crisi: prodotti costruiti a tavolino, rabbie finte per convincere la gente che la loro infelice esistenza conta qualcosa così com’è e non deve essere cambiata.
Ci si consola con un certo moralismo e si promuove l’ordine sociale.
Se non si scende a patti con questo registro, non si arriva da nessuna parte di significativo, quindi inutile affannarsi.
Se la poesia promuovesse reali interrogativi di ordine morale, sarebbe rivoluzionaria, dirompente. Ma anche i traumi salutari vengono rimossi, sedati.
La poesia come carriera o come sedativo? A noi la scelta!
Le giovani generazioni passano dalla culla allo studio dello psicologo perché solo così possono accettare l’assurdità che le circonda. Prima tra tutte la legittimazione della guerra.
In questo contesto, stare male, essere inconsolabili, sarebbe invece l’unico segno di salute mentale.
Perciò devo risponderti che no, la poesia non ha più nulla da dire, non può indicare né aiutare a ritrovare la strada, non risveglia la speranza, al massimo esprime la disperazione, e neppure questo serve.
Non avendo molti compagni, attuo una diserzione individuale.
E come Ugo Foscolo me ne vado in esilio mentre crolla tutto ciò in cui ho creduto.
Giugno 2024



Per quel che vale, da persona comune…
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Ho letto “I dolori esistenziali d’ombelico, con tutto quello che accade intorno, ripugnano.”
Sostanzialmente… si. Concordo.
Il mio corollario, dico di me che a volte mi commuovo fino alle lacrime, è che la mia mente, fortunatamente limita la mia capacità di coinvolgimento emotivo, come dell’attenzione e della concentrazione. Lo ritengo salutare, è una forma di protezione del nostro equilibrio, e una forma di selezione… perché se venissi colpito dalle tragedie umane che la realtà mi comunica, con la stessa intensità di quelle che mi toccano direttamente… andrei fuori di testa…
Dunque per fortuna è così. Però questa attenuata sensibilità, minore attenzione aggirata riflessione, questa indifferenza non mi piace. Mi fa vergognare, penso come possa esser mai possibile che di fronte a certe sempre più gravi Offese alla Vita, all’Innocenza, all’Esistenza, al Dolore… io abbia la tranquillità l’indifferenza di proseguire come niente fosse !?
Penso all’ingiustizia che deve provare chi si trova in quegli abissi di sofferenza, penserà… in questo momento … sai quanti, altrove, sono tranquillamente in poltrona … cosa ho fatto io per meritare questo… cosa ha fatto quello per godere di quei privilegi…
Come se ne può uscire ? Me lo sono chiesto… ho allargato le braccia e scosso la testa…
[risposta pronta?]
Per fortuna non mi è mai venuto in mente che io potessi cambiare il mondo… La mia famiglia è una di emigrati, impegnata in problemi più terra terra… arrivare a fine mese. Poi da pochissimo, mi sono reso conto che mio padre mi ha educato a non avere alcuna autostima, convinto così di prepararmi meglio alle difficoltà.
Questa bella condizione mi ha offerto almeno il vantaggio di non essere facile alle delusioni. Mi aspetto molto poco da tutto, non mi aspetto molti regali, non credo che qualcuno regali qualcosa a me, o all’umanità. Mi rimbocco le maniche, e cerco di sbrogliarmela. Con onestà, con sincerità, cioè senza mensogne, con spirito di carità e di servizio.
Con Onestà,
[risposta evitata in precedenza]
avrei potuto dirlo subito, l’ho scritto anche subito ma avrei comunicato una sentenza con sicumera, il che non mi piace.
È una conclusione frutto delle riflessioni di una vita. Deriva dalla domanda che mi feci su un cantiere dove ero direttore dei lavori, impiegato pubblico, due mesi prima che mio padre morisse… Ho accudito mio padre negli ultimi suoi sei mesi L’ultimo mese fui con lui 24 ore su 24, senza l’aiuto di mia madre che aveva avuto un infarto .
Mi accorsi che nella vita, passano trent’anni e non si invecchia di un giorno… in quel mese… ogni giorno invecchiai di 30 anni.
Però quel giormo sul cantiere mi chiesi:
< ma sono uno stronzo!!!! Mio padre sta morendo, e io sono qui con edili e mattoni !?
SI, ero lì ma lavoravo per la collettività, in servizio. Quando portavo mio padre o in emergenza, due o tre volte la settimana…. la Sanità Pubblica lo assisteva e io non avrei potuto far niente di più rimanendo a casa con lui.
Anzi, portando il mio contributo al funzionamento della Società, eticamente, era comme fossi lì con Lui.
Dunque la mia risposta: possiamo far qualcosa noi !?
Si che possiamo farlo , possiamo fare la nostra parte, possiamo fare quel che ci è pssibile con onestà e con sincerità. E questo è tutto.
La Poesia?
Io sono ignorante, non sono in grado, a volte ho dei lampi cercando di esprimere a parole quel che penso. Ma non ho la sensibilità per capire la Poesia.
La cosa più artistica di cui mi sia occupato è la fotografia. Da ragazzo ero affascinato dallo sviluppo stampa…. l'aspetto artigianale, smisi quando mi accorsi che facevo fotografie banali come banali erano le cose che avevo nella zucca.
Ripresi a fotografare durante l'università, quando mi serviva praticamente per lo studio. Per documentare. Negli anni ho fotografato quando mi serviva a qualcosa. Dunque quando ce n'era un motivo… anche fare un ritratto.
Ma dal "medioevo", nel '300 '400 '500 nel '600, la pittura ad esempio, era artigianato, era mestiere. Quelli bravi dipingevano ritratti di persone facoltose o di politici o di filosofi… o le insegne delle osterie… oppure scene sacre richieste dalla chiesa.
Se fossi un poeta … userei la poesia come la fotografia, Userei la penna, come la fotocamera quando mi serve… scriverei la lista per la spesa o farei il disegno della mia casa, o la struttura di un ponte…
… oppure cercherei parole emozionanti per far capire alla fidanzata lontana di un amico lo struggimento che prova per lei.
A volte facendomi pagare … altre volte no.
Tempo fa ho letto un libro di Sgarbi, il critico fam…igerato, il suo concetto dell'arte è:
NON È ARTE SE NON C'È QUALCUNO CHE PAGHEREBBE DENARO PER AVERLA.
Il che in prospettiva storica ha una sua giustificazione, per quel che ho detto prima. Anche se con Sgarbi, lo dovessi incontrare, potrebbe finire a schiaffoni.
Ecco così che il mio pensiero adolescenziale era
Si cercava di entrare gratis saltando la rete.
Invalse l’uso di sfondare per entrare ai concerti… e fu così che per anni nessuno venne più a suonare in Italia…
A me tanto era indifferente perché di soldi per i concerti non ne avevo.
La poesia ?
Certo non promuovo il modello Berlusconi … e il conforme modello Sgarbi…
Pasolini ci avvertiva già dagli anni 1960… e l’attuale egemonia sottoculturale della destra che ha massacrato l’Italia, conferma la preveggenza di PPP.
E così i poeti ? E gli artisti ?
Un sacco di Artigiani ?
Una massa di Cortigiani ?
Una popolazione di Ruffiani ?
Niente più Geni da Venerare ?
E io, poverino, che ci posso fare?