
di Pasquale Vitagliano
Parto dalla fine. E adesso di fronte a un fiore di pietra/ così ben fatto scolpito mille e mille anni fa/ non posso trattenere le lacrime,/ e questa è poesia. Sono gli ultimi versi di Viscera, la raccolta di Silvana Kuhtz (Collettiva, 2023). Mi ha fatto pensare ai morti e alle tombe senza fiori, solo con i sassi lasciati pietosamente. Gli ebrei rifuggono la natura che appassisce. I fiori muoiono. Le pietre, restano in eterno. Per altro verso, i fiori senza profumo, mi fanno pensare al piacere della scrittura affrancata dal lettore o che si fabbrica un lettore alla bisogna. Questo è il mistero della poesia che non comunica nulla e dice tutto. Scrivere è appoggiare l’orecchio/ alla morte rubare i discorsi/ che stanno sulla strada e nelle viscere.

Queste parole mi sembrano il corredo funebre di tutto ciò che è trapassato. Non sfioriscono e non periscono. Saranno riportate alla luce tra mille anni e avranno conservato l’impronta delle vita che hanno accompagnato. La poesia della Kuhtz è un discorso, la forma poetica è del tutto emancipata da ogni canone. Eppure possiede una propria armonia interiore. Stendalì significa suonano ancora in grecanico. Questa poesia è un discorso che canta. Che oblia il rumore del mondo. Senza alcuna tristezza. Tutta la vita passa davanti e rivive essa stessa in un presente che la poesia rende vigile. Non è con gli esclamativi che/ ci si emoziona/ ma con i sagaci indicativi. La poesia di Silvana Kuhtz ha un miliardo di anni. Ma allo stesso tempo è una poesia bambina. Non intendo naif, né facile o istantanea. Bensì aurorale, scalza e in bilico. Eyes wide shout, con gli occhi chiusi che guardano, oppure aperti senza vedere. Immobile nella sua viandanza, eppure erratica nel suo fermo-immagine. Certi giorni solo scrivere mi fa vedere il cielo.

grazie tantissimo per questo tuo attento commento e la tua lettura profonda.