Getsemani, di Luca Pizzolitto

La notte dell’uomo nella notte di Dio
nota di lettura a cura di Emilia Barbato

 

La notte dalla quale scrive nel suo ultimo libro, Getsemani edito da PeQuod, Luca Pizzolitto, ribadisce la più antica pena dell’uomo perché “solo i nostri occhi sono/ come volti all’indietro. […] La morte la vediamo noi soli. Il libero animale/ha sempre la sua fine dietro a sé, /e Dio davanti. E quando va, va in eterno/ come le fonti. /Noi non abbiamo mai, /nemmeno per un giorno, lo spazio puro/ (1)

Ciascuno, e prima di ognuno, l’Uno ha conosciuto la vulnerabilità. La perdita, dal Monte degli Ulivi ai nostri giorni, continua a piegarci, a farci provare la gravità di un peso invisibile, la mancanza, quell’atroce sofferenza che non colpisce il corpo ma l’anima. La nostra, quella di Gesù lasciato solo nell’oliveto. 

David Maria Turoldo a proposito dell’esperienza della croce scrive […] Fede vera/è al Venerdì Santo /quando Tu non c’eri/ lassù! / Quando non una eco/risponde/al suo alto grido/e a stento il Nulla/dà forma/alla tua assenza. 

L’uomo che si muove in questi versi, dunque, conosce il deserto e la lezione del vento. La parola brucia ogni superfluo, lascia spazio a un silenzio sacro. Un costante equilibrio tra versi e pause, nero e bianco, dona al lettore austerità e bellezza.

Un respiro, una pulsione all’ascesa. È come se la pagina trasmutasse da carta a monastero. Una stele liscia e luminosissima a picco su un abisso misterioso.

La Morte, una vita segnata, l’appiglio celeste. 

L’autore si fa puro sguardo e divenire insieme, paesaggio, una cosa tra le cose fino a sperimentare la saggezza, a conoscere la speranza che nasce da una nuova aurora spirituale e in questa esperienza necessaria porta con sé il lettore. Lo allontana dalla deriva del contemporaneo.

Nei versi del pudore e della compiutezza Luca respinge ogni ego e con tono sommesso sembra consegnarci un libro ispirato, quasi un sapienziale, dove la poesia fiorisce “nel cielo perduto di un istante”.

E come si legge nella bella prefazione di Roberto Deidier Il padre tace di fronte al suo stesso sacrificarsi, ma adesso, nel culmine del nulla, «non esiste parola». Che equivale a dire: non solo non c’è parola che possa essere pronunciata nel pieno della sua significazione, ma ogni parola che non sia passata al filtro rigenerativo della poesia rischia di suonare blasfema. 

È questo di Luca un libro dal volto di pietra, dai tratti antichi, come se ai giorni nostri tornasse a fiatare dai suoi frammenti l’Ecclesiaste. “Perché nel cielo è Dio/ E sulla terra tu.” … “Dal ventre di sua madre è uscito nudo/Così come è venuto se ne andrà” “E che cosa gli vale/Ostinarsi nel vento” (2)

E come nel settenario della gioia di Qohélet anche dai versi del Getsemani si irradia la speranza, il lettore percepisce che Tutto è un soffio per chi non accetta la gioia che è puro dono di Dio. Non la si pretende, non la si cerca, altrimenti si agisce in un soffio, si finisce con l’inseguire il vento.

Nel bianco pudore del mare
il tuo volto di pietra sul sentiero
per Panagia Hozoviotissa

- il cielo perduto di un istante.

La robinia è fiorita, stanotte,
al limitare del bosco.

*
Conosco i tuoi passi che si
consumano nelle mie vene."

Una lampada accesa,
le stanze dimenticate
della gioia l'antico fiore
del canto

terra recita inganni
parvenza del sogno
immacolata ferita
di polvere e cielo.

Dimmi,
è forse di Dio
Paterna sete?

*
Luglio qui si attende
nelle crepe.

Scrivere è il mio
secondo esilio.

*
Giunge al sogno
l'acqua del torrente

l'ultimo centimetro
di ciglia sulla tua schiena

qui tutto è distanza, dici

nella breve memoria
l'eternità della luce.

*
La notte, prona
sulla tua schiena,
sorgente riarsa.

La frontiera è di vetro,
nessuno intorno.

*

Dalla gerbera sul davanzale
sono caduti i petali uno ad uno.

Il puro manto
lontano dal viso,
l'inganno fermo,
il desiderio infranto.

La terra che ci portava, trema.

*

Separate
        acque al deserto
                         della mia sete
le esequie del mare la noia il gesto il perdono
la parola taciuta, il nostro manto di rovi
(in questo inverno, tutti gli inverni)

(1) Da Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke. Feltrinelli. Traduzione dal tedesco di Jutta Leskien e Michele Ranchetti. 

(2) Versetti tratti da Qohélet o l’Ecclesiaste, Edizione Einaudi nella traduzione di Guido Ceronetti.

 

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2 pensieri su “Getsemani, di Luca Pizzolitto

  1. Nadia Scappini

    “Un respiro, una pulsione all’ascesa. È come se la pagina trasmutasse da carta a monastero. Una stele liscia e luminosissima a picco su un abisso misterioso.”

    Come dirlo meglio? La sintesi perfetta di un libro di grande valore spirituale e artistico. Grazie a Emilia Barbato e grazie a Fabrizio Centofanti.

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