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In memoria di Plinio Perilli


di Anna Maria Curci

Con sgomento ho appreso la notizia della morte di Plinio Perilli, poeta, critico, amico. Al profondo dolore si affianca un sentimento di altrettanto profonda riconoscenza per la sua parola chiara e pensosa, entusiasta e brillante. Studio e amore, due risorse straordinarie della “passione-poesia”, sono state sempre compagne di Plinio in ciascuna delle molteplici manifestazioni del suo ingegno e della sua creatività: nella redazione di scritti di critica, sia letteraria, sia cinematografica, sia sulle arti figurative, nell’introduzione alla lettura di opere poetiche di altre autrici, di altri autori, nella stesura delle proprie opere poetiche, sempre di ampio respiro e di sapiente dettato.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Le occasioni per proteggerci/ dai bisogni primari, non le abbiamo/ favorite abbastanza. Le poesie di Francesco D’Angiò sono strette in quest’abbrivio tra terra e cielo, tra la necessità della materia e l’ambizione a svincolarsi dai limiti. Verranno a perderci in trionfo, pubblicata quale finalista della prima edizione del Torneo dei Poeti del 2021, è una silloge, la seconda, che conferma la lucida consapevolezza poetica del poeta campano ma materano di adozione.

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Frammenti di Cinema # 100

di Pasquale Vitagliano

Concludo questo lungo viaggio nel cinema con una rassegna dei film della mia vita. Non si tratta dei film migliori, che mi sono piaciuti di più, ma di quelli che mi hanno toccato maggiormente, a cui sono legato perché mi ricordano un turbamento o mi commuovono, per ragioni più mie, legate al momento in cui li ho visti, che al loro valore intrinseco. Da bambino, per esempio, quando non si poteva scegliere cosa guardare in televisione, per anni mi sono portato appicciato le immagini della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957), il mimo degli Amanti perduti (Les Enfants du paradis), diretto nel 1945 da Marcel Carné, la solidarietà fantastica di Miracolo a Milano (1951), scritto da Cesare Zavattini e girato da Vittorio De Sica. Solo da adulto infine ho compreso il mistero al quale allude Improvvisamente, l’estate scorsa del 1959 di Joseph L. Mankiewicz.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 1

di Giulio Bruno

Scrivere il lavoro: forma, tempo e drammaturgia in La mattina scrivo di Valérie Donzelli

1. La zona di tensione tra tesi e performance

Il film si apre con Paul che abbatte una parete rivestita di carta ornamentale. Prima che la storia prenda forma, quella sequenza fa già ciò che il film vuole comunicare, invece di limitarsi a dirlo. È la dichiarazione d’intenti di Valérie Donzelli: il film non intende ornare la realtà, ma scrostarne la patina. Tratto dal memoir autobiografico di Franck Courtès, La mattina scrivo racconta di Paul, fotografo freelance che a quarantadue anni decide di reinventarsi scrittore. Il libro non arriva, o arriva tardi; nel frattempo Paul sopravvive nella gig economy, accettando lavori di bassa manovalanza attraverso piattaforme che mettono i lavoratori in competizione al ribasso. La critica ha inquadrato il film nella tradizione del cinema sociale europeo — Loach, i fratelli Dardenne, Brizé — e ne ha riconosciuto l’acutezza tematica.

I risultati più fecondi del cinema politico novecentesco nascono dalla fusione tra i due modi della narrazione a tesi e della narrazione performativa. La prima elabora un argomento e lo affida alla storia: i personaggi, gli eventi, la struttura stessa sono disposti in modo da condurre verso una conclusione predeterminata. La seconda affida la storia alla forma, confidando che sia la forma a generare senso nell’esperienza dello spettatore: non a descriverlo, ma a produrlo. Ejzenštejn non illustrava la coscienza rivoluzionaria, la produceva nello spettatore attraverso lo shock del montaggio. La tesi non è una risposta già formulata che la storia illustra, ma un processo in divenire che la forma è chiamata a governare.

La mattina scrivo aspira a questa fusione, e in larga misura la raggiunge sul piano stilistico. La performance di Bouillon è una recitazione per sottrazione: non mostra, non enfatizza, trattiene; il corpo dell’attore non illustra la precarietà, la abita. La voce fuori campo — il libro che Paul sta scrivendo, o che scriverà — introduce una dimensione riflessiva senza trasformarsi in commento. Il film è insieme la storia del processo di scrittura e il suo prodotto. Questa è una mise en abyme: un’opera che contiene al suo interno una replica speculare di sé stessa.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Le parole non dormono nei dizionari. Ma si apprestano ad assaltare il cielo. Che la lotta e l’impegno siano il terreno di espressione di Nazim Comunale è dichiarato sin dal suo nome, che delimita un preciso territorio di azione. Con la repubblica della tua voce, Il Convivio editore, 2025, il poeta alza il livello dell’espressione. Tenta l’elaborazione di una teoretica della poesia civile, che contestualmente cerca la praticità di un manifesto. Per articolare questo sistema poetico attinge a tutti i suoi immaginari, che pratica con altrettanta familiarità, il cinema e principalmente la musica. Se fossimo in Solaris, film che spesso affiora nei testi della raccolta, potremmo definire questa sua dottrina solaristica. Le memorie, i desideri e le paure di Nazim s’incarnano, diventano figure dialoganti. A produrre questo effetto, però, non sono i neutrini come nel film di Andrej Tarkovskij ma la forza evocativa della parola. Metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino.

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“O miei amici democratici”. Una riflessione su Jacques Derrida

Jacques Derrida

di Danilo Di Matteo

Un autore generalmente considerato impolitico o prepolitico come Jacques Derrida ci aiuta potentemente a comprendere due fenomeni complessi dell’attuale scenario politico occidentale e globale: 1) i populismi, variamente declinati; 2) il “divorzio” tra democrazia e capitalismo, presagito da Norberto Bobbio già negli anni Ottanta. Cediamo la parola al filosofo franco-algerino: «Con questo divenir-politico, e attraverso tutti gli schemi che gli attribuiamo, a cominciare dal più problematico di tutti, quello della fraternità, si apre la questione della democrazia, la questione del cittadino o del soggetto come singolarità contabile. E quella di una ‘fraternità universale’». Ed eccoci al passaggio dirimente: «Non c’è democrazia senza rispetto della singolarità o dell’alterità irriducibile, ma non c’è neanche democrazia senza ‘comunità degli amici’ (koinà tà phílon), senza calcolo della maggioranza, senza soggetti identificabili, stabilizzabili, rappresentabili e uguali tra loro». Cinque righe che paiono condensare un intero trattato politologico. E ancora: «Queste due leggi sono irriducibili l’una all’altra. Tragicamente inconciliabili e per sempre offensive» [1].

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In famiglia. Un racconto di Francesco Marrone

 

Obelisco di Bitonto

Giunti nel quartiere dei “Santi Medici”, ci sentivamo come dei viaggiatori approdati nella terra madre.
Dinanzi ad un obelisco Carolingio, issato a memoria di una avvenuta apparizione della Madonna Maria Immacolata che lanciava un monito al generale spagnolo, ricordavamo puntualmente il suo miracolo; il capo delle armate nemiche lasciava che la città appena conquistata, non fosse oltraggiata dopo la sanguinosa vittoria sulle truppe franco ungheresi.
Quell’evento sarebbe divenuto memoria di un momento storico avvenuto il 26 maggio del 1734 ad opera della Santa protettrice del nostro paese.
Era sempre quella colonna adornata da enigmatici bassorilievi     tuttora a sorgere severa ed impassibile, su di una moderna piazza; questa scarna e semivuota sembrava prostrarsi dinanzi alla facciata incolore di una basilica pontificia, sorta di recente, mentre l’irremovibile obelisco recava alla sua sommità una maestosa corona.
Dopo aver lambito l’ala a nord di tale piazza, anche oggi svoltavamo ancora più a nord percorrendo stradine dal diametro più esile, ricavate da edifici a due o più piani, costruiti in tutta fretta negli ultimi decenni; giungevamo così a casa dei miei nonni materni.
Ci imbattevamo sovente in delle abitazioni semplici ed umili dalle facciate bianche corredate da piccoli balconi, queste tramite il loro scarno portone ospitavano al loro interno sei diversi nuclei familiari, accomunati dalla loro origine contadina.
Durante le calde giornate delle assolate estati, molti uomini dalla pelle scura su rughe profonde, raggiungevano la frescura della fontana pubblica più vicina da cui attingere l’acqua con cui riempire i propri orci ruvidi ed assetati.
Intanto le mogli nelle loro case indaffarate, consumavano il proprio tempo nell’approntare file di pomodori da essiccare in piani arieggiati in bilico su esili telai, mentre numerosi fichi raccolti e scelti con cura, venivano sottoposti alla cottura del sole ancora cocente, per essere preparati con succo d’uva e foglie di alloro e così sistemati in modo serrato in contenitori di vetro ermeticamente chiusi.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Con Elea, la sua ultima raccolta, Les Flàneurs, 2024, Bruno Di Pietro vola come l’Angelus Novus di Walter Benjamin verso una più acuta comprensione della nostra identità e della nostra storia. Quando verrà il passato, è il sottotitolo di questa piccola ma complessa silloge divisa in tre sezioni tematiche. Per conoscere il nostro destino abbiamo la necessità di volgere lo sguardo indietro. Le macerie del passato sono, tuttavia, frammenti luminescenti di un universo esploso. Il poeta li filtra e li ricompone in una nuova mappa stellare. Una torcia/ illumina la Porta./ Il giorno si accorcia.// Le stelle faranno notte/ (e io con loro).

Di Pietro attraversa questo vuoto in solitudine e con calma. Sa che non ci sono soluzioni possibili se non la stessa incessante ricerca di una risposta che non c’è se non nel continuo mutamento delle nostre forme di vita. Il massimo di continuità nel massimo di cambiamento. Il poeta raggiunge questo grado elevato di coscienza, una vera e propria illuminazione, nel dialogo con la tradizione classica, Zenone e Parmenide, guide sempre presenti. La poesia è l’abito curiale di questo dialogo permanente. Antichi spiriti mediterranei/ attraversano il giorno,/ si dispongono nell’ora mediana/ dove preciso è il taglio del tempo.

La poesia è questo fare spietato che cerca la fine ma si alimenta della sua stessa ostinazione. Come in una danza dionisiaca. Leggiamo, come scrive Daniele Ventre nel suo saggio finale, è una personalissima gaia scienza, fatta non di nichilismo, ma di un singolare pensiero forte, la riscoperta di un’idea meridiana dell’essere. Si tratta di ottimismo tragico che ci motiva a continuare a inseguire la tartaruga. Perché Achille è felice lo stesso. E’ questa rincorsa che lo rende vivo. Quanta eternità mi circonda!/ E non mi appartiene.

Frammenti di Cinema # 99

 

di Pasquale Vitagliano

Chi ha innovato il cinema a cavallo degli ultimi due secoli? Ancora una volta la scelta è difficile e molto soggettiva. Di David Lynch abbiamo spesso scritto. Egli resta forse il più estremo nelle sue scelte. A lui affiancherei Terrence Malick, un regista che dal suo film d’esordio nel 1973 con La rabbia giovane e The New World nel nuovo secolo (2005) ha girato solo quattro film. Nel corso della produzione de La sottile linea rossa (1998), che seguiva di venti anni il suo secondo film, alcune tra le star di Hollywood gareggiarono anche solo per un cameo, consapevoli di partecipare a un cult-movie. In Europa un gruppo di giovani registi danesi fondò negli anni ’90 del secolo scorso una nuova scuola, Dogma 95, e azzardò la codificazione di un nuovo stile. Thomas Vinterberg e principalmente Lars von Trier hanno sicuramente aperto strade nuove.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con Se tolgo il nodo (2023) Anna Rita Merico continua la sua riflessione poetica e sperimentale sull’identità, gli stigmi e la liberazione, che aveva già intrapreso con Fenomenologa del silenzio, entrambi pubblicati da Musicaos Editore. Come coglie Claudia Mirrione, il testo condiviso di questa scrittura è il corpo femminile. Se c’è un differenza è in un passaggio dall’interno all’esterno. Mi sembra che la Merico, tagliato il nodo terrestre, getti il suo sguardo poetico nel cosmo. La verità, anzi le verità come ci suggerisce Antonio Nazzaro, possiede un’esistenza sensibile, tattile e visiva. La disposizione dei testi sul lato lungo della pagina e la completa disarticolazione del verso ci trasmettono la sensazione fisica di non muoverci più in un sistema gravitazionale. Vaghiamo nello spazio poetico apparentemente senza riferimenti. Un movimento ralenty-irreale/ mi catapulta in uno spazio turchino in cui nulla sa di respiro/ ora nulla più mi lega/ il linguaggio è tentacolo filiforme. Altro che meccanico andare a capo.

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Frammenti di Cinema # 98

 

di Pasquale Vitagliano

La rivista inglese Sight and Sound stila una classifica periodica dei migliori film. Individua il miglior film del secolo con valenza decennale. Nel 2012 primo in classifica è stato La donna che visse due volte (1959) di Alfred Hitchcock.  Dal 2022 il film del secolo è Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) di Chantal Akerman. In attesa del prossimo consacrato nel 2032, proviamo a fare lo stesso gioco nel piccolo spazio di questa rubrica. Ma cambiamo un po’. Provo ad indicare per ciascuno decennio a partire dal secolo scorso il miglior film. Il criterio non è chiaramente oggettivo e universale, ma personale e provvisorio. Cominciamo con il capolavoro di David Wark Griffith, Intolerance, film muto del 1916.  Muti sono anche Metropolis (1927) di Fritz Lang e Tempi Moderni di Charlie Chaplin del 1936. In un decennio il salto è impressionante. Nel 1945 Roma città aperta di Roberto Rossellini segna la nascita del neo-realismo e diventa un cult per il cinema moderno mondiale. I grandi registi americani degli anni ’70 dichiarano tutti di essersi ispirati al film italiano.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psi­chica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle  macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

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Frammenti di Cinema # 97

 

di Pasquale Vitagliano

Pier Paolo Pasolini è stato un regista, per sua stessa definizione, aristocratico (dopo essere stato nazionalpopolare, almeno fino al Vangelo). Eppure, il suo Decameron (1971), prima opera della Trilogia della vita, aprì la strada a una serie di commedie sexy ispirate al stesso contesto boccaccesco. Sarebbe stato curioso conoscere il suo pensiero a proposito di questo effetto emulativo di massa, sicuramento non voluto. Si contano circa 31 film di questo tipo. Forse il più trash è stato Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto, appena dell’anno successivo, diretto da Marino Girolami, sotto lo pseudonimo di Franco Martinelli.

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20 righe (per niente ) facili

di Pasquale Vitagliano

Franc Arleo ha ideato e dirige per AnimaMundi Edizioni la prima collana di geosofia in Italia. Esiste uno stile dei luoghi che influenza le nostre vite, plasma le visioni del mondo, orienta le nostre storie e incide persino sulle nostre funzioni biologiche. Questo suo taccuino, Il Dio Selvatico (2024) ne è un paradigma. “Non è necessario lasciare la propria terra per affermare il valore della propria creatività’’. Possiamo leggere questo vesto di Mario La Cava arrivando ad Alessandria del Carretto, dopo aver attraversato i crinali dello Sparviere. Questi monti “urlano una bellezza di ritorno”. La bellezza dei tornanti.  Il ritorno è l’ossessione dei meridionali. Per questo, forse, siamo così attratti dai tornanti. Anche noi pugliesi, che siamo, in realtà, più pianeggianti e marini. “Forse un giorno diventeremo “tornanti” di queste terre alte, o forse lo siamo già, forse siamo solo in curva o nel rettilineo parallelo e torneremo al punto di partenza”.

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Frammenti di Cinema # 96

di Pasquale Vitagliano

La famiglia nel bosco è diventata famosa nel 2025. Mamma australiana e papà inglese hanno tre figli e scelgono di vivere in Abruzzo come neo-rurali in un casolare. Sono diventati famosi perché i servizi sociali hanno denunciato le condizioni igienico-sanitarie e il mancato inserimento sociale dei minori, portando all’allontanamento dei bambini su decisione del giudice. Le suggestioni cinematografiche sono numerose. Il richiamo più diretto è a Captain Fantastic (2016) diretto da Matt Ross. La storia è sovrapponibile, con qualche differenza di qualità. Il padre (Viggo Mortensen) con i propri sei figli non festeggia il Natale, ma, al suo posto, la Giornata di Noam Chomsky, il filosofo radicale. Manca la madre, che nel frattempo si è suicidata, sofferente a causa di una profonda crisi depressiva. In Abruzzo la mamma, invece, è la figura centrale e dominante. Si definisce una guaritrice spirituale, gestisce un proprio canale di YouTube e le sue consulenze sono a pagamento. Ci viene in mente La madre di Andy Muschietti del 2013. Qui due bambine vengono ritrovate nel bosco dopo essere scomparse. Come sono riuscite a sopravvivere da sole? Intanto, sono diventate due ragazze selvagge. Chissà se dietro Il ragazzo selvaggio (1970) di Francois Truffaut ci sia la stessa tragica e misteriosa storia. In entrambi i casi, è evidente e forte lo scontro tra natura e civiltà nell’evoluzione di un essere umano.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale VItagliano

I XXXIII testi poetici dell’ultima opera di Tiziana Colusso aprono al lettore la città proibita del corpo, il nostro più autentico luogo di vita. La chiave di accesso a questo mondo, di cui conosciamo solo le mura, è la parola poetica. Corpo conduttore è un concept-album in versi, anzi, come viene precisato in copertina, di variazioni. A cosa? Alla poesia parola d’ordine che apre all’alchimia di trasformare il corpo contundente della nostra quotidianità in un conduttore, appunto, unico viatico a una nuova vita. Il corpo del mondo guarirebbe/ senza i corpi letali degli umani.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ci sono scrittori che per tutta la vita scrivono lo stesso libro, e autori che dedicano un’intera esistenza per scrivere il libro della vita. Tra questi c’è Angelo Ascoli. Il libro è Il tredicesimo apostolo (Cantagalli, 2025). Siamo in Sicilia ai giorni nostri. C’è un giornalista a-ore che è il cronista degli avvenimenti di cui stiamo leggendo. C’è un professore di filosofia che è scappato da Milano. E infine, c’è un personaggio misterioso, Leonardo (nome non casuale), che trasfigura un’ordinaria storia di misfatti e crimini in una terra di Mafia in una vicenda (apparentemente) incredibile di miracoli e apocalissi. Così la Sicilia da metafora del mondo, alla maniera di Leonardo Sciascia, diventa metafora dell’umanità e dei suoi destini.

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Frammenti di Cinema # 95

di Pasquale Vitagliano

Ci sono anche le colonne sonore non originali. Alcuni film, infatti, sono diventati celebri proprio grazie all’associazione con un particolare pezzo musicale. Ad esempio, Shine (1996) di Scott Hicks, oltre a consacrare Geoffrey Rush nel ruolo del pianista David Helfgott, ha fatto conoscere al pubblico del cinema il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Ovvero il Rach 3, il brano che costituirebbe (secondo il film) la prova del fuoco di qualsiasi pianista. Stanley Kubrick ha fatto grande uso della musica classica. Basti pensare a 2001: Odissea nello spazio (1968)  con Johann Strauss Jr. (Sul bel Danubio blu) e Richard Strauss (Così parlò Zarathustra); o a Arancia Meccanica (1971) con Ludwig van Beethoven (l’Inno alla gioia, Nona sinfonia, quarto movimento). In quest’ultimo caso, in particolare, Wendy Carlos realizzò una versione elettronica, uno dei primi usi del sintetizzatore, della Marcia funebre di Purcell, non facendo rimpiangere il mancato coinvolgimento di Ennio Morricone nella produzione. Lo stesso tema lo troviamo come sottofondo nel pezzo portante realizzato da Jonny Greenwood dei Radiohead per il film Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul T. Anderson. In Italia Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores si affida alla celeberrima aria sulla quarta corda di Bach. Infine, c’è un film che rende omaggio alla musica già nel titolo della versione italiana. Si tratta di Le piace Brahms? (Goodbye Again) del 1961 di Anatole Litvak con Ingrid Bergman e Anthony Perkins.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La poesia di Antonio Petrocelli è una retrocessione allo stato di natura attraverso la memoria. Il risultato, tuttavia, non è, come ci potremmo aspettare, di nostalgia. È un rinvenimento della dura materia del presente. Il medium è la figura del padre, ma, in realtà, tutto l’universo infantile e geografico dal quale l’autore tra origine. Il ritorno a questa sorgente porta con sé le paure della discesa all’inferno. Per mezzo della poesia, in realtà, la memoria si sublima. Non aleggia fantasmatica a intralciare le cose della vita di tutti i giorni. C’è un doppio passo. Subito segue un sbrinamento che arricchisce la scrittura di questa raccolta di oggetti e elementi naturali che hanno lo spessore di presenze vive ed eloquenti. A partire dal titolo Peraspina e perapoma (Treditre Editori, 2019), che traccia il confine tra il mondo familiare e domestico che l’autore rianima e la realtà esterna di cui egli è stato interprete e viandante sulla strada, perché solo la strada è di tutti. Questo legame tra passato e presente, interno ed esterno, personale e universale è teso come una pelle di tamburo. Sono un contadino/ in fuga dai contadini./ Per dare senso/ al giorno fatto/ scorteccio un ramo/ e mi abbevero al fiume di tuoi silenzi. Scandita in quattro stanze, la poesia-canzone di Petrocelli raggiunge la nota più alta con Vola vola, pascoliana e metafisica insieme, liberazione finale dell’anima e dei sensi dagli abbracci della memoria fino a farsi pura armonia. Le mosche ronzano in tormento/ sulla corda che si tende./ Vola vola sull’aia la giumenta/ inseguendo in tondo il vento.

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