
di Danilo Di Matteo
Prima ancora del riconoscimento pieno e della valorizzazione, a livello politico e culturale, della differenza sessuale e di genere e del suo potenziale rivoluzionario, la sinistra ha gradualmente maturato, alla fine del XIX secolo e durante il Novecento, la consapevolezza che la questione femminile non sia un caso particolare del fenomeno più generale delle differenze e delle discriminazioni sociali e di classe. Anche le figlie dei ceti più alti subiscono torti e ingiustizie. Paradossalmente, anzi, nel loro caso il sopruso e l’ordinamento patriarcale possono essere ancor più vistosi. E, parimenti, persone di idee progressiste non di rado subiscono pregiudizi e stereotipi sessisti.
Una pagina luminosa del movimento operaio e socialista è stata scritta, come ho sottolineato in un mio libretto, dal confronto, appassionato e talora teso, fra Anna Kuliscioff ed Ersilia Majno. «Non si può ad un tratto tutto distruggere né tutto rinnovare», scrisse Majno su uno dei primi numeri dell’Unione femminile, nel 1901. Chiaro l’atteggiamento riformista, di un riformismo assai diverso, però, da quello di Filippo Turati e, appunto, di Anna Kuliscioff. E non per una presunta impoliticità.
«Fra lo stato attuale e la meta ideale sta il possibile, e questo si deve raggiungere», ella precisò. A tal fine, tuttavia, l’azione parlamentare non basta. E Majno si appella, influenzata dal mazzinianesimo, alla «voce severa delle responsabilità sociali che a tutti incombono». Come ha scritto Giovanna Angelini nel libro “L’altro socialismo”, il significato del suo riformismo è «racchiuso proprio in questo ‘scarto’ tra l’‘ideale’ e il ‘possibile’», nella consapevolezza «che il riscatto economico non basta a porre in essere una convivenza sociale migliore se non è accompagnato dalla ‘redenzione dall’ignoranza’» e dai principi dell’altruismo e della «solidarietà civile».
Si tratta solo di un riformismo utopico o genericamente umanitario, declinato al femminile? I fatti direbbero di no. Come ricorda Livia Turco nel libro “Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano”, poi, Teresa Noce raccontava che quando Antonio Gramsci «andava in casa dei compagni, andava in cucina, e quel poco che sapeva fare – asciugare i piatti – lo faceva. E intanto chiacchierava, perché non era d’accordo che i nostri compagni non cercassero di parlare con le mogli». E Camilla Ravera, dal canto suo, sempre in riferimento a Gramsci, non dimenticava che «eravamo nel suo studio; io gli parlavo dei problemi dell’emancipazione della donna, del partito. Lui m’interruppe e disse: ‘Sulla questione femminile gratta gratta un comunista e anche lì ne viene fuori un reazionario’».
Certo, poi sul finire degli anni Settanta emerge il grande tema della differenza e del suo nesso stretto con la conquista della parità, a cui ho dedicato vari studi. Differenza tra donna e uomo, tra universo maschile e femminile intesa come una sorta di archetipo di tutte le differenze e del loro riconoscimento. Insomma, la visione “arcobaleno” o magari “queer” da lì prende le mosse e così, in fondo, la lotta per i diritti dei diversamente abili. Tutte/i diverse/i e, proprio a motivo di ciò, libere/i e uguali.
Potremmo dunque affermare, sul filo del paradosso, che siamo tutte donne.
