
CREPA
“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere.”
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere [i]
“Wo aber Gefahr ist, wächst
Das Rettende auch.” [ii]
Friedrich Hölderlin, Patmos
Il vocabolario della lingua italiana [iii] registra crepa come sostantivo femminile, derivato dal latino cr?pare, con il significato di “fenditura prodottasi in una superficie, per esempio nello spessore di un terreno arido, secco, o che si presenta in murature o pavimenti, dovuta a cattive condizioni di stabilità dell’organismo strutturale o a insufficiente resistenza della muratura stessa”.
Nella sua accezione più comune la crepa indica un danno, un cedimento, un segnale di instabilità.
Chi è cresciuto in territori instabili, in case che portano nei muri la memoria dei terremoti, conosce la crepa come esperienza concreta.
La si osserva da bambini.
La si misura con gli occhi.
La si impara a leggere come un testo.

La crepa dice.
Dice quante volte ha tremato.
Quanta pressione ha assorbito.
Quanto ha tenuto.
C’è una sapienza della terra in questo.
Una memoria stratificata.
Questa parola, crepa, appartiene alla terra prima che alla letteratura.
E tuttavia, nel suo uso contemporaneo, non indica più soltanto una rottura. Indica una condizione.
Non nomina qualcosa che è già avvenuto, ma qualcosa che sta accadendo.
Non segnala una fine compiuta, ma un punto di trasformazione.
La crepa non è la fine delle cose.
È il momento in cui le cose smettono di coincidere con se stesse.
E, nello stesso tempo, l’unico spazio in cui qualcosa può ancora accadere.
Per questo la crepa non può essere ridotta a una categoria geologica o architettonica.
È anche una categoria storica.
Gramsci, dall’isolamento di una cella, senza usare espressamente questa parola, descrive questa condizione.
Parla di un tempo in cui il vecchio non riesce più a reggersi e il nuovo non ha ancora forma.
Non è una transizione ordinata.
Non è un passaggio lineare.
È un’interruzione della continuità.
Un tempo che si incrina.
Hölderlin, molto prima, aveva già visto ciò che Gramsci avrebbe descritto politicamente.
Là dove cresce il pericolo, scrive il poeta tedesco, cresce anche ciò che salva.
Non dopo.
Non altrove.
Nello stesso punto.
La crepa è esattamente questo punto.
Non è, quindi, solo una ferita.
È un luogo di coesistenza.
È un luogo in cui convivono elementi opposti.
Distruzione e possibilità.
Fine e inizio.
Perdita e apertura.
La crepa non separa due tempi.
Li vive entrambi, come in una dissolvenza cinematografica.
Se si guarda alla storia con un minimo di distanza, si osserva che ogni epoca è stata, mentre accadeva, attraversata da una frattura. Da una crepa.
Da un tempo di mezzo.
Quando l’Impero romano comincia a cedere, non esiste ancora ciò che verrà dopo.
Agostino d’Ippona registra questa crepa con una lucidità che è già dislocazione: “Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé.” (De civitate Dei, XIV, 28).
Il mondo non ha più un unico ordine.
Si crepa.
Qualche secolo dopo, nel passaggio tra Medioevo e Umanesimo, la crepa diventa interiore.
Francesco Petrarca la nomina con una precisione che è già scarto: “quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono” (Canzoniere, I).
Non è più possibile abitare interamente ciò che si è stati.
Ma non esiste ancora una forma stabile di ciò che si sta diventando.
Alla fine del Cinquecento, tra Riforma e modernità politica, la crepa diventa disordine del mondo. Il re non è più inviolabile. William Shakespeare fa dire questa crepa ad Amleto: “Il tempo è fuori dai cardini. O maledetta sorte, che io sia nato per rimetterlo in sesto!” (Hamlet, Atto I, scena V).
Non c’è più un ordine da ereditare.
C’è una crepa da reggere.
Con la rivoluzione industriale la crepa entra nel lavoro e nei corpi.
Karl Marx lo dice senza immagini: “L’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce.” (Manoscritti economico-filosofici del 1844).
L’uomo non coincide più con ciò che fa.
Questo non significa che tutte le epoche siano uguali.
Significa che ogni ordine, prima di diventare riconoscibile, attraversa una fase in cui non lo è.
Un’epoca finisce quando smette di essere riconoscibile.
Un’altra comincia quando diventa nominabile.
Tra le due c’è sempre uno spazio che non ha ancora nome.
È lì che si apre la crepa.
La differenza non è nella crepa.
È nel punto da cui la si guarda.
Chi ha scritto la storia di queste crepe lo ha fatto sempre da un’altra riva, con il senno di poi, con la distanza che solo il tempo consumato rende possibile.
Chi abita questa crepa non ha ancora un altrove da cui guardarla.
È qui che si colloca quella che possiamo chiamare, senza enfasi, la condizione delle generazioni del tempo di mezzo.
Ci sono generazioni che non attraversano la crepa, ma ci nascono dentro.
Non quelle che hanno costruito il mondo che si sta esaurendo.
Non quelle che verranno, forse, a costruirne uno nuovo.
Ma quelle che abitano il mezzo.
Quelle che vivono dentro la crepa.
Le generazioni del tempo di mezzo. Appunto.
E io scrivo da qui.
Non si tratta di una posizione scelta.
È una posizione assegnata.
Chi nasce in un tempo in cui le eredità non sono più trasmissibili, e le forme future non sono ancora riconoscibili, vive in uno spazio-tempo che non è né passato né futuro.
Uno spazio che Hannah Arendt ha chiamato gap, un intervallo.
Non il vuoto tra due epoche piene, ma il luogo in cui il pensiero diventa necessario proprio perché nessuna tradizione può più farlo al posto nostro. Non si tratta di eredità mancata, ma di libertà obbligata [iv].
Walter Benjamin aggiunge a questa visione una dimensione fisica. Ciò che chiamiamo progresso è una tempesta. Una forza che accumula, che spinge avanti senza permettere di fermarsi, raccogliere, capire dove si è. Chi sta nella crepa sente esattamente questo, sente il movimento continuo senza orientamento.
Ciò che qui si apre non è semplicemente un intervallo.
È una crepa abitabile.
Abitare la crepa significa vivere in una condizione di instabilità permanente.
Significa non poter contare su un passato che orienti.
Significa non poter anticipare un futuro che prometta.
Significa dover costruire decisioni senza garanzie.
Significa, anche, qualcosa di più radicale. Significa che la responsabilità non è più rimandabile.
Perché nella crepa non esistono automatismi storici.
Non esiste progresso garantito.
Non esiste salvezza delegata.
Esiste solo la possibilità di intervenire.
La crepa, allora, non è solo un luogo da attraversare.
È un luogo in cui si decide. Inevitabilmente.
Non nel senso eroico del termine. Ma nel senso minimo, quotidiano, concreto.
Nel modo più semplice e più esposto.
Decidere cosa tenere, cosa lasciar andare, cosa ricostruire, cosa continuare a chiamare per nome.
In questo senso la crepa è anche un dispositivo di conoscenza.
Non perché chiarisca, ma perché costringe a distinguere.
Nel momento in cui le strutture si incrinano diventano visibili.
Ciò che prima appariva naturale, inevitabile, stabile, mostra la propria fragilità.
La crepa rende visibile ciò che prima non si vedeva, restava implicito.
Eppure questa visibilità non produce automaticamente orientamento.
Al contrario.
Genera smarrimento.
Insonnia.
Perdita di misura.
Precarietà.
Gramsci questo tempo di mezzo lo chiama “interregno”. E dice che nell’interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. E basta guardare il ritorno di linguaggi politici che sembravano storicamente esauriti, la dissoluzione di quadri condivisi di realtà, l’erosione delle istituzioni che il secondo dopoguerra aveva costruito come argini. Non sono anomalie. Sono i sintomi riconoscibili di un tempo che non ha ancora forma.
Una sensazione diffusa di vivere in un tempo che non coincide più con gli strumenti con cui abbiamo imparato a leggerlo.
Perché abbiamo – noi che siamo nati subito dopo, o che eravamo ragazzini, tra la caduta del Muro di Berlino e la disgregazione dell’URSS – costruito le nostre esistenze, finora, dentro promesse che sono al di là della crepa. Che non sono più nostre. Che non ci appartengono più.
Il tempo delle generazioni di mezzo è un tempo in cui le parole si consumano, le promesse si restringono, le categorie non reggono più.
È a questo punto che la crepa diventa anche una questione di linguaggio. Non riguarda soltanto ciò che accade, ma il modo in cui possiamo ancora dirlo.
Scrivere dentro la crepa significa allora accettare una perdita.
La perdita della linearità.
La perdita della sicurezza.
La perdita di una voce unitaria.
Ma significa anche acquisire una forma diversa di precisione.
Una lingua che non copre, ma espone.
Che non consola, ma costringe a guardare.
Non per scelta estetica.
Ma per necessità.
Non è un caso che molta scrittura contemporanea, poetica e non, si muova in questa direzione.
Perché non è più possibile parlare come se il tempo non si fosse crepato.
E infatti alcune scritture non descrivono questa condizione.
La abitano.
La prima è quella di Francesca Serragnoli.
La sua lingua non cerca un prima e un dopo.
Entra direttamente nel mezzo.
Nello spazio in cui il tempo non riesce a definirsi.
In Non è mai notte non è mai giorno (Interno Libri, 2023) scrive:
non è mai notte non è mai giorno.
Foresta sparsa di lupi giovanissimi allattati dalla luna.
Il regno di salire nel punto più alto di una mano
e gettarsi nell’altro ramo
è il balzo di vivere.
Non è una descrizione del tempo di mezzo.
È il tempo di mezzo che parla.
Né notte né giorno.
Né fine né inizio.
Esattamente la crepa.
E tuttavia c’è qualcosa che si muove dentro quella sospensione.
Qualcosa di giovane, selvatico, notturno.
Qualcosa che non aspetta che la luce torni a essere riconoscibile.
Il balzo di vivere non è la certezza di arrivare dall’altra parte.
È l’atto stesso del gettarsi.
Sapendo che non c’è un ramo garantito.
Che l’unica forma di vita disponibile è il movimento nel vuoto.
Non è eroismo.
È la risposta minima, concreta, necessaria alla condizione in cui ci si trova.
Serragnoli lo dice senza consolazione, ma anche senza disperazione.
Con la precisione di chi ha smesso di aspettare che il tempo si chiarisca e ha imparato a muoversi dentro la sua ambiguità.
C’è poi una scrittura che porta la crepa dentro il corpo e dentro la lingua stessa.
Elisa Biagini, in Da una crepa (Einaudi, 2014), scrive:
Se l’asse cede, se la
voce affonda,
c’è qui
nell’aria, la
parola-ramo
che ci tiene.
L’asse che cede è la struttura.
La voce che affonda è il linguaggio che non regge più il peso di ciò che deve dire.
Ma c’è qualcosa, la parola-ramo, che tiene.
Non salva.
Non risolve.
Tiene.
Non c’è un ordine da recuperare.
Non c’è una promessa da riscattare.
C’è qualcosa di minimo, aereo, precario, che tuttavia non lascia cadere del tutto.
La spezzatura stessa dei versi di Biagini mima visivamente la crepa.
Il bianco sulla pagina non è silenzio.
È lo spazio in cui qualcosa ancora regge, per un momento, prima del verso successivo.
Scrivere nella crepa, per Biagini, significa trovare la parola che non copre la frattura ma la attraversa senza rompersi.
E poi c’è una scrittura che non prova a uscire dalla frattura.
Ci resta.
Non per incapacità.
Non per rassegnazione.
Ma perché restare nella crepa è l’unica forma di onestà possibile nei confronti di ciò che sta accadendo.
È nei versi di Franca Mancinelli che questo accade.
La sua lingua non descrive la condizione dalla distanza.
La abita.
La respira.
In Pasta madre (Nino Aragno Editore, 2013) scrive:
con la costanza degli insetti
torniamo contro questa luce
che non si apre,
che ci spezza
quanto ancora busseremo al vetro
che divide l’ossigeno dal cuore?
Non è un’immagine del fallimento.
È la descrizione precisa di una postura.
C’è qualcuno che torna, con la tenacia silenziosa e non eroica degli insetti, contro una luce che non si apre.
La luce è lì.
Il passaggio no.
E tuttavia si bussa.
Si continua a bussare.
Quello che Mancinelli nomina non è la sconfitta di chi non riesce a passare.
È la condizione di chi vive esattamente sul vetro.
In quel millimetro in cui l’ossigeno e il cuore sono divisi ma non separati del tutto.
La crepa, qui, non è metafora.
È il vetro stesso.
Quella superficie trasparente che lascia vedere senza lasciare attraversare.
Non si tratta più di cercare un varco.
Si tratta di riconoscere dove si è.
E di continuare a bussare, sapendo che il vetro non si aprirà.
Ma che bussare, ancora, è l’unica forma di vita rimasta.
In questo senso la crepa non è solo un oggetto di rappresentazione.
È una forma del pensiero.
E forse, prima ancora, una forma dell’esperienza.
E c’è un’ultima cosa che la crepa insegna.
Né Gramsci né Hölderlin hanno influenzato il tempo immediatamente successivo al loro.
Gramsci scrive i Quaderni in prigione, in condizioni di salute devastanti, sapendo che non li avrebbe mai visti pubblicati. I suoi contemporanei non ebbero accesso a quel pensiero. La sua influenza reale arriva negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e poi si allarga al ’68, ai cultural studies, al pensiero postcoloniale. Gramsci parla dalla sua crepa a generazioni che si trovano in una crepa diversa, ma strutturalmente analoga.
Hölderlin impazzisce intorno al 1806 e trascorre gli ultimi trentasei anni della vita in una torre a Tubinga, quasi dimenticato. I suoi contemporanei non lo capirono. La sua voce arriva nel Novecento, mediata da Heidegger, poi da Celan, poi da tutta la poesia europea del dopoguerra. Ma il Novecento non era ancora il suo interlocutore. Hölderlin parlava a una crepa futura che lui non poteva vedere e che forse è la nostra.
Entrambi hanno scritto dentro la crepa, non sulla crepa.
E nessuno dei due ha scritto per il proprio presente.
Hanno scritto, senza saperlo, o forse sapendolo in modo oscuro, per una crepa futura che si sarebbe riconosciuta nelle loro parole.
Questo è, forse, il senso più profondo di ciò che fa la scrittura quando nasce dal tempo di mezzo.
Non illumina i propri contemporanei.
Lascia una traccia per chi, molto dopo, si troverà nella stessa condizione e cercherà parole per dirla.
Serragnoli, Biagini, Mancinelli non sono solo testimoni del nostro presente.
Sono, potenzialmente, le voci che un futuro tempo di mezzo riconoscerà come proprie.
Come noi abbiamo riconosciuto Hölderlin e Gramsci.
Come ogni generazione che abita la crepa riconosce, a ritroso, chi l’ha abitata prima di lei.
Scrivere dentro la crepa non serve, dunque, al proprio presente.
Serve a una crepa futura che non si può ancora vedere.
E forse è questo il contributo più preciso che possiamo dare.
Non risolvere.
Non attraversare.
Restare abbastanza lucidi, e abbastanza onesti, da lasciare una parola che regga.
Come la parola-ramo di Biagini.
Che non salva.
Che non risolve.
Ma tiene.
Raffaele Niro
BIBLIOGRAFIA
Fonti primarie
Aurelius Augustinus Hipponensis (Agostino d’Ippona), De civitate Dei, XIV, 28. Trad. it. La città di Dio, a cura di Luigi Alici, Bompiani, Milano, 2004.
Arendt, Hannah, Between Past and Future (1961). Trad. it. Tra passato e futuro, Garzanti, Milano, 1999.
Benjamin, Walter, Über den Begriff der Geschichte (1940). Trad. it. Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Einaudi, Torino, 1997.
Char, René, Feuillets d’Hypnos (1946), in Fureur et mystère. Trad. it. Fogli d’Ipno, Einaudi, Torino, 2004. [Citato in: Arendt, Tra passato e futuro]
Gramsci, Antonio, Quaderni del carcere, Quaderno 3, §34. Ed. critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975.
Hölderlin, Friedrich, Patmos, in Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, Mondadori (I Meridiani), Milano, 2001. Trad. di Luigi Reitani.
Marx, Karl, Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844. Trad. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Einaudi, Torino, 2004.
Petrarca, Francesco, Rerum vulgarium fragmenta (Canzoniere), I. A cura di Marco Santagata, Mondadori, Milano, 1996.
Shakespeare, William, Hamlet, Atto I, scena V. Trad. it. di Agostino Lombardo, Feltrinelli, Milano, 1999.
Testi poetici citati
Biagini, Elisa, Da una crepa, Einaudi (Collezione di poesia), Torino, 2014.
Mancinelli, Franca, Pasta madre, Nino Aragno Editore, Torino, 2013.
Serragnoli, Francesca, Non è mai notte non è mai giorno, Interno Libri, Milano, 2023.
Riferimenti critici e filosofici
Celan, Paul, Die Niemandsrose (1963). Trad. it. La rosa di nessuno, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino, 2002.
Heidegger, Martin, Erläuterungen zu Hölderlins Dichtung (1944). Trad. it. La poesia di Hölderlin, a cura di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano, 1988.
Heidegger, Martin, Holzwege (1950). Trad. it. Sentieri interrotti, a cura di Pietro Chiodi, La Nuova Italia, Firenze, 1968.
Reitani, Luigi, “L’errore di Dio”, saggio introduttivo a Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Mondadori (I Meridiani), Milano, 2001.
Riferimenti lessicografici
Vocabolario Treccani della lingua italiana, voce “crepa”. Disponibile su: www.treccani.it.
[i] Quaderno 3, §34
[ii] “Ma dove è il pericolo, cresce / Anche ciò che dà salvezza”. (trad. Luigi Reitani)
[iii] Treccani
[iv] Arendt sviluppa il concetto di gap nell’introduzione a Tra passato e futuro, partendo da un frammento del poeta francese René Char scritto durante la Resistenza: “Notre héritage n’est précédé d’aucun testament” (la nostra eredità non è preceduta da alcun testamento). Char descriveva così l’esperienza di chi aveva agito politicamente in modo pieno e autentico durante l’occupazione nazista, per poi ritrovarsi, alla liberazione, senza linguaggio per raccontare quell’esperienza, senza tradizione in cui depositarla, senza futuro in cui trasmetterla. Arendt legge in questo frammento non una perdita ma una rivelazione. Per Arendt il presente può essere uno spazio autonomo, non derivato né dal passato né dal futuro, uno spazio in cui il pensiero è costretto a orientarsi da solo, senza mappe ereditate.
