Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 3

di Giulio Bruno

L’architettura del cortocircuito. Il tempo immobile di Mascha Schilinski

(Focus su Il suono di una caduta)

1. Il falso fotografico e la soggettiva atemporale

L’opera di Mascha Schilinski si apre non con una progressione narrativa tradizionale, ma con atti di violenza che strutturano la cronologia del testo. Lungo un arco di oltre un secolo, scandito dagli anni 1914, 1945, 1985 e 2025, due cadute definiscono il destino della stirpe. La prima è quella di Fritz nel 1914: una mutilazione orchestrata dai genitori per renderlo inabile alla leva, un sacrificio brutale spacciato per incidente che introduce nella casa il germe del segreto e la cui fotografia — un corpo deforme ricomposto per l’obiettivo — costituisce la prima ancora visiva del trauma. La seconda è quella di Lia, che si sottrae a un destino di servitù e violenze gettandosi sotto un carro: anche il suo corpo viene ricomposto e fotografato per simulare una fine accidentale. In entrambi i casi, la fotografia non serve a ricordare, ma a occultare la verità sotto una forma di glaciale compostezza. L’immagine diventa l’oggetto-feticcio che trasforma il trauma in un’icona immutabile, sigillando il passato in una teca inaccessibile alle generazioni successive.

Questa fissità si traduce in un dispositivo visivo definibile come soggettiva atemporale. Essa non appartiene a nessun personaggio in carne e ossa, ma alla fotografia stessa: è l’immagine ferma dei morti che sorveglia il tempo dei vivi. Schilinski la costruisce attraverso due procedimenti convergenti: i tableaux vivants, in cui i corpi delle protagoniste si cristallizzano in posa fino a farsi documento, e l’inserimento nel flusso narrativo delle fotografie post-mortem, che non aprono una finestra sul passato ma lo immettono nel presente come presenza fisica. Lo sguardo del film non abita il divenire, ma sorveglia il presente delle protagoniste negandone ogni evoluzione. L’iper-esposizione del trauma fonde le quattro distinte epoche in un Grande Strato Unico. Al suo interno, il movimento è possibile solo come coazione a ripetere: la stessa caduta, lo stesso rossore e il medesimo silenzio si riproducono attraverso le epoche in un eterno ritorno della sofferenza.

La soggettiva atemporale descrive però solo il versante interno all’immagine. Sul fronte di chi guarda la fotografia si genera il meccanismo contrario. Roland Barthes, in La camera chiara, definisce ça a été la certezza che ciò che si vede è stato e non è più: non una sospensione del tempo, ma la sua pietrificazione in vista della perdita. Ne risulta una soglia asimmetrica: chi è dentro la fotografia non vive il tempo; chi è fuori non può smettere di viverlo come ferita. Condannate a guardare le immagini di Fritz e di Lia, le protagoniste occupano stabilmente questa seconda posizione: il ça a été non funziona per loro come lutto elaborabile, ma come presenza perenne. Assumendo la prospettiva interna alla fotografia — quella che non conosce il tempo — Schilinski costringe lo spettatore nella posizione opposta, quella di chi avverte per tutta la durata del film la continuità della perdita. Tuttavia, questa operazione comporta un costo formale preciso: il punctum, sistematizzato fino all’eccesso, si rovescia nel suo contrario.

2. Il punctum saturato e il cristallo incrinato 

Nella ricezione classica e tradizionale della fotografia descritta da Barthes lo studium rappresenta il senso intenzionale dell’immagine e il punctum l’eccedenza imprevista che ferisce lo spettatore. Nel tessuto visivo dell’opera di Schilinski, il punctum è onnipresente: il vestito post-mortem di Lia indossato dalla piccola Alma, la mutilazione di Fritz, l’indugio ossessivo sui ritratti dei defunti; ciò che nella teoria ortodossa è una ferita singolare e casuale, qui diviene modalità sistematica. La saturazione del dettaglio drammatico annulla l’urto dell’imprevisto, convertendo la forza del punctum in un nuovo studium: l’elemento perturbante si stabilizza in forma programmata, riducendo il trauma a codice predefinito e didattico. La ripetizione non apre il tempo, ma impone una via d’uscita estrinseca: l’ipertrofia drammatica smette di registrare il trauma per costruirne una terapia posticcia, necessaria a colmare l’incapacità della narrazione di risolversi dall’interno.

Questo movimento allontana il film dall’immagine-tempo deleuziana. Laddove Deleuze accoglie l’ambiguità delle pieghe temporali, Schilinski introduce una progressione prescrittiva: una saturazione che disinnesca l’indecidibile, sostituendo la ‘potenza del falso’ con la didattica del chiarimento. Ne discendono due soluzioni formali esterne al movimento immanente del film: la levitazione degli antenati e l’arbitraggio di Lenka. La levitazione non libera, ma rappresenta l’apice della stasi e l’icona dell’impossibilità di sciogliere il conflitto; l’arbitraggio tenta una fuga orizzontale che resta un gesto isolato, privo di maturazione interna e incapace di incidere sul sedimento traumatico.

È proprio questa saturazione a incrinare il cristallo deleuziano alla radice. Pur adottando i dispositivi dell’immagine-tempo, il film li riempie di un contenuto che li contraddice: il tempo-cristallo è, per definizione, mobile e rifrangente, capace di generare quella potenza del falso che si fonda, appunto, sulla coesistenza di versioni temporali diverse e indecidibili. Il trauma, al contrario, produce sedimentazione: non una pluralità di passati, ma un unico passato dominante che impedisce al presente di formarsi. Quando lo slancio vitale (l’élan vital) si interrompe, il tempo non si stratifica, ma si compatta nel Grande Strato Unico. Le fotografie dei defunti agiscono come ancore che riportano ogni scorrimento al punto d’origine: la caduta di Lia.

3. Emancipazione mancata e catarsi senza soggetto

Il limite dell’opera risiede nella prevalenza del mitico sullo storico. La caduta di Lia e la mutilazione di Fritz non sono eventi moralmente classificabili — non sono un peccato, non sono una colpa in senso giuridico — ma eventi ontologici: la nota fondamentale che ogni generazione successiva è costretta a riprodurre. La struttura che ne deriva trasforma la storia familiare in mito: non un cerchio che si può spezzare, ma una forza di gravità ereditaria che chiude il racconto su se stesso. Mentre la Storia esige rottura e cambiamento — tempo lineare, causalità modificabile — il Mito esige ripetizione: tempo ciclico, ritorno identico. Se il trauma del 1914 determina ancora i movimenti di Lenka nel 2025, le quattro generazioni che separano le due date vengono inghiottite da una vischiosità atemporale che eternizza la caduta come forza oscura e opprimente, sottraendola a qualsiasi possibilità di rielaborazione storica. La denuncia del patriarcato e della sopraffazione resta così schiacciata sul piano della patologia familiare, senza elevarsi a istanza universale di lotta contro il potere: i temi politici rimangono in uno stato di sospensione onirica anziché consegnarsi alla Storia.

L’opera documenta così, involontariamente, l’irrisolvibilità della ferita transgenerazionale. Lenka non approda a una reale emancipazione: assume il ruolo di arbitro dei corpi e garante di un ordine cinetico imposto alla stirpe per contenere la pressione del passato, senza tuttavia risolverla. La sua catarsi non è di ordine soggettivo-psicologico, bensì impersonale e cinetico: si consuma nel coordinamento meccanico dei corpi. In assenza di riconciliazione, l’attività annulla l’individuo nel gesto collettivo. Lenka impone al dolore un tempo nuovo — il suono della caduta, caotico e verticale, viene contrastato dal ritmo della voga, orizzontale e condiviso — ma ciò che il film consegna allo spettatore non è l’immagine di un’emancipazione, bensì la sua protesi: la forma vuota di un ritmo che sostituisce la storia con la cadenza, e la memoria con il gesto. La caduta di Lia non diventa passato: diventa misura.

 

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