Archivi autore: pvitagliano

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La lettura di Aspettando l’aurora (QdB, 2025) di Marcello Buttazzo mi offre l’occasione per ritornare sopra una questione mai risolta se si possa scrivere poesia senza versi. Queste poesie mi confortano a ribadire che sì, esiste e vive anche una poesia di parola. Anzi, fa da controcanto a tanti versi che vanno a capo solo per darsi nome di poesia. In realtà, non è facile. Si coglie lo sforzo di retrocedere alla sorgente del segno, e di conseguenza, del significato. La parola è solitaria. Ad essa soltanto affidiamo la chiave di violino da cui svolgere il ritmo della poesia. Si dipana in verticale e deve incardinarsi per comporre l’armonia del tutto con il tempo mentale, tanto del poeta, quanto del lettore; e con lo spazio più largo della pagina nel quale la parola attende di essere colta come un oggetto prezioso sul fondale marino. Ho sentito la voce,/ srotolare la voce/ lusingare la voce./ Stamane m’ha svegliato la tua voce,/ mentre le campane del Convento/ rintoccavano ore diurne.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 94

di Pasquale Vitagliano

Qual è la più bella colonna sonora scritta per un film? Se la giocano in tre. Ennio Morricone con il tema del film     Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi del 1969; Ryuichi Sakamoto con Il Tè nel deserto diretto da Bernardo Bertolucci nel 1990; infine Michael Nyman con Lezioni di piano di Jane Campion del 1993. In verità, la scelta è molto difficile. Si pensa prima ai compositori che ai film. Qui abbiamo subito ricordato tre grandi. Di Morricone e Sakamoto davvero sarebbe difficile individuare la musica più bella. Forse il compositore romano è stato il più grande. Perché? Provate a immaginare i film da lui musicati senza quella colonna sonora. Lo aveva intuito Sergio Leone, il quale girava facendo ascoltare le sue note.

Continua a leggere→

La corteccia del mondo di Giacomo A. Graziani (La Vita felice, Milano 2020)

 

di Laura Cantelmo

Fin dal primo testo, in questa folta raccolta di poesie di Giacomo Graziani – in realtà una vera antologia – la visione del mondo dell’Autore si presenta in un’atmosfera che sfuma nell’onirico, pur attraversando il reale con le lusinghe che lo popolano e il conseguente disinganno: “Non sai se il mondo ti sfugge in un affanno/o sei tu a seguire troppo veloci inganni” (“Alta velocità”). Lo stato d’animo dominante, nell’approssimarsi della meta finale, ondeggia tra la riflessione e la malinconia di un nostos interiore che attraversa il tempo a ritroso. La corteccia che avvolge, come un albero, la vita è la rugosa corazza che protegge un’intimità di sangue e lacrime: “Essa racchiude storie di sofferenza e di vita e da esse solo linfa alchemica fuoriesce”. Con queste parole nell’esergo, nelle quali è racchiusa la vera premessa di questa antologia, un detenuto del carcere di Opera commentò la lettura dei testi, a quel tempo ancora inediti e tale fu l’emozione del Poeta da trarne spunto per il titolo.

Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ringrazio Ugo Magnanti che mi fa dono dell’esemplare n. 65 (significativo per che sono nato in quell’anno del secolo scorso) di Scorie per l’avvenire, plaquette di poesie stampata per conto di FusibiliaLibri in una tiratura limitata di 100 copie, con la cura di Dona Amati. Leggo e subito vengo coinvolto dentro un’intensa elegia familiare. Senza alcuna traccia, però, di quel familismo che ancora ammorba questa nazione. E’ la canzone luttuosa della perdita di una heimat personale, della propria patria individuale, quale sorgente di sentimento e memoria, ma priva di qualsiasi retorica identitaria.

Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ultimo atto (Consulta librieprogetti, 2025) dice tutto su mia madre. Lucia Diomede dedica questa ultima sua raccolta di poesie a sua madre. Ma sono versi su tutte le madri, tutte le nostre. Conferma, quasi un risvolto ancestrale e fossile di una verità banale, che il rapporto materno è di per se una relazione poetica universale. Come l’autrice preannuncia nella nota introduttiva, l’opera è un commiato in versi, l’ultimo saluto alla propria sorgente matrice. L’umanesimo della fine, che la Diomede esprime, è una definizione che intuisce la nostra attuale condizione esistenziale e civile. Non leggo o scrivo/ se non di te/ bugiardini, referti/ lacerti di lingue a me oscure/ che pure restituiscono/ tuoi brandelli di carne e sangue vivi.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 93

 

Due uscite estive del 2025 introducono questo frammento dedicato ai film tratti da libri di narrativa. Ma partiamo da Il maestro e Margherita (2024), di cui è uscita una versione molto ben riuscita del russo Michail Loksin. Alla 82^ edizione del Festival di Venezia poi è stata presentata la versione de Lo straniero di Albert Camus del regista francese Francois Ozon. Del romanzo di Bulgakov ricordo la versione con Ugo Tognazzi del regista serbo Aleksandar Petrovic, di cui, però, resta memorabile solo il tema musicale di Ennio Moricone. Più degna di nota è lo straniero interpretato da Marcello Mastroianni nel film di Luchino Visconti (1967). Tornando al tema generale, tutti questi film traggono ispirazione, più o meno libera, da un testo narrativo, romanzo o racconto che sia. E ogni volta tra gli spettatori e non solo si rinnova la disputa abituale: meglio il film o il libro? Difficile, dunque, farne una classifica, se non di gusto personale. Di due grandi trasposizioni, per esempio, è stato interprete supremo Gregory Peck, come il capitano Ackab in Moby Dick (1956) di John Huston e l’avvocato de Il buio oltre la siepe (1962), diretto da Robert Mulligan, tratto dal romanzo omonimo di Harper Lee. Huston firma anche la versione cinematografica del Libro per eccellenza. La Bibbia (1966) viene girato anche a Cinecittà, scritto con la collaborazione di uno sceneggiatore italiano, Ivo Perilli. Con un canone opposto, lo ha preceduto nel 1964 il capolavoro assoluto di Pier Paolo Pasolin, Il Vangelo secondo Matteo.

Continua a leggere→

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 4

 

di Giulio Bruno

Il finale e la messa in discussione della sospensione dell’incredulità.

L’ultimo colpo di scena riguarda proprio il Papa eletto ed è stato fonte di ulteriori vibranti polemiche negli ambienti ecclesiastici. Il Papa è nato intersessuale. La presenza in lui (anche) di organi femminili (utero e ovaie) è stata individuata quando già era stato ordinato sacerdote. Benitez e il defunto Papa decisero per l’asportazione di tali organi, ma poi Benitez ritenne di non alterare quanto era stato da Dio deciso e creato. Benitez conservava all’epoca di quella sua decisione personale, e conserva tuttora, un’etica irreprensibile. E un carattere dolce e, al tempo stesso, risoluto. Ma la sceneggiatura di Conclave va oltre la creazione di un mero conclusivo colpo di scena e mira a rendere instabile, a manipolare e incrinare la sospensione dell’incredulità dello spettatore e ad attivare la ricezione di significati simbolici.

L’elezione di un Papa intersessuale è un evento privo di noti precedenti storici. Pertanto è un evento carico di una innovatività esuberante, ma comunque di fatto materialmente possibile e, quindi, suscettibile di essere vissuto come plausibile. La plausibilità ha una insopprimibile componente soggettiva ed è legata alle aspettative degli spettatori: l’innovatività eccessiva può indurre alcuni spettatori ad interrogarsi su quanto sia plausibile l’evento rispetto al contesto reale. Una reazione di scetticismo di fronte a tale questione, suffragata dalla sensazione che l’evento abbia in sé qualcosa di irragionevole, spinge lo spettatore a cercare significati più profondi, che vadano al di là della pura forma esteriore e, guardando oltre l’evento in sé e il semplice fatto biologico in esso implicato.

Continua a leggere→

3
0

Frammenti di Cinema # 92

L’I.A. almeno ad una cosa mi è servita. Dopo anni di vane ricerche sono riuscito a individuare un film di cui conservavo una vaga memoria, per averlo visto da ragazzo in un ozioso pomeriggio estivo. Duke Anderson, interpretato da Sean Connery, mette su una banda per rapinare un intero edificio di lusso. Loro non lo sanno ma tutta l’operazione viene sorvegliata. Infatti, il colpo fallisce perché la polizia, nel frattempo, era già tutta schierata intorno all’edificio. Questo epilogo era l’unico particolare di cui mi ricordavo. Davvero per molto tempo ho consultato motori di ricerca, siti specializzati, come quelli che ti chiedono la trama e loro ti suggeriscono il titolo. Niente. Solo interrogando ChatGPT l’arcano è stato svelato. Il film era Rapina record a New York diretto da Sidney Lumet nel 1971. Il titolo originale è The Anderson Tapes, mal tradotto con la scelta della parola “record”, secondo me, con allusione, tra i suoi possibili significati, più a “registrare”, che a quello apparente di primato, visto che la rapina fallisce miseramente.

Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

E’ ancora possibile la poesia?, si chiedeva Eugenio Montale. Mi pare significativo che già nel 1975 poteva sembrare che si fosse raggiunto il punto zero del verso, il limite estremo di saturazione della scrittura poetica. Mi è capitata sotto gli occhi questa invenzione di Maria Benedetta Cerro, Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica (Macabor, 2925), e mi sopravviene l’azzardo di capovolgere la prospettiva montaliana affermando, dopo la lettura di questo libro, che da quel limite ci siamo mossi. La poesia così è ancora possibile.  Quest’opera della Cerro è un’invenzione perché azzarda (anche lei) una scrittura doppia, a “specchio” e in “dialogo”, con ventuno poeti e poete. Non è un’antologia pur essendo un libro plurale. Non è un libro a tema perché la coerenza è data dalla autenticità della voce poetica nel suo svolgimento.

Continua a leggere→

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 3

di Giulio Bruno

Le suore. Il ruolo della donna nella società e nella Chiesa.

Le suore compaiono in diverse scene del film. L’atrio che funge da luogo d’arrivo delle suore è quello dove il cardinale Lawrence si trova all’inizio del conclave (l’ambiente reale è l’ex ospedale Carlo Forlanini, un complesso ospedaliero storico di Roma, noto per la sua architettura solenne e maestosa). Poi, le si vede in altri ambienti, per preparare i pasti e pulire le stanze dei cardinali e fornire ogni supporto logistico necessario per garantire che tutto si svolga senza intralci. L’aura di discreta compostezza, di responsabile premura e di religiosità incarnata dalle suore, e in particolare da suor Agnes, responsabile dell’organizzazione dell’ospitalità dei cardinali, si manifesta inizialmente come significato implicito, che emerge in maniera mediata, cioè dagli elementi simbolici ascrivibili al film, come “manifestazione di senso non immediatamente evidente”[1]. Sono, soprattutto, due sequenze a trasformare in esplicito tale significato, consentendo di “assegnare alla diegesi, mediante un’operazione di astrazione, un valore particolare, un significato più concettuale”; la prima, in via indiretta, attraverso le prime parole dette pubblicamente, in presenza di tutti i cardinali, dal cardinale Benitez; la seconda, in modo diretto e particolarmente efficace, con le parole pronunciate dalla stessa Suor Agnes.

Continua a leggere→

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 2

di Giulio Bruno

L’omelia del cardinale decano Thomas Lawrence e la questione del rapporto fede – dubbio.

Il cardinale decano, attraversato da una profonda crisi di fiducia nella preghiera che lo ha in precedenza portato a rassegnare le dimissioni (non accettate dal papa ora defunto), preferisce non essere votato. Egli esprime, prima dell’inizio delle votazioni, la sua avversione per le certezze granitiche. Sono le parole pronunciate durante l’omelia a sviluppare in modo inatteso il tema del rapporto fede – dubbio: “Lasciatemi parlare con il cuore per un momento. San Paolo disse: Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Per lavorare insieme, per crescere insieme, dobbiamo essere tolleranti, nessuna persona o fazione deve cercare di dominare l’altra. […] Paolo ci ricorda che il dono di Dio alla Chiesa è la sua varietà, questa diversità di persone e di opinioni che dà alla Chiesa la sua forza. E nel corso di tanti anni di servizio alla nostra madre, la Chiesa, c’è un peccato che ho imparato a temere più di tutti gli altri: la certezza. […] La certezza è la grande nemica dell’unità. La certezza è la nemica mortale della tolleranza. […] La nostra fede è una cosa viva proprio perché cammina mano nella mano con il dubbio. Se ci fosse solo certezza e nessun dubbio, non ci sarebbe mistero e, quindi, nessun bisogno di fede. Preghiamo affinché Dio ci conceda un papa che pecca e chiede perdono… e va avanti”.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 91

Dopo aver dedicato un frammento alla pittura nel cinema, la visione de Il quadro rubato (2024) mi ha suggerito l’idea di scriverne uno sui film che abbiano al centro uno o più dipinti. Il film di Pascal Bonitzer al centro della vicenda ha I girasoli di Egon Schiele, bandito nel 1939 come esempio di arte degenerata dai nazisti. Un esperto d’arte lo ritrova per caso nella casa di un giovane operaio francese. La donna in oro (2014) di Simon Curtis racconta una storia vera simile, ma dentro una narrazione drammatica, quella di Maria Altman che vuole recuperare il ritratto della zia,  Adele Bloch-Bauer, realizzato da Gustav Klimt e sottratto alla sua famiglia durante le deportazioni degli ebrei. Un anno prima era uscito Monuments Men diretto e interpretato da George Clooney. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani arruolarono un gruppo di esperti d’arte per supportare il recupero di opere d’arte saccheggiate dai tedeschi.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 90

di Pasquale Vitagliano

Il cinema e la scrittura. Il film che è riuscito a tradurre in immagini il processo creativo legato alla narrazione scritta, al piacere della scrittura, avrebbe precisato Roland Barthes, è un film del 2012 di una coppia di registi esordienti e da allora rimasti semisconosciuti, The words. Il cast, invece, è importante con Jeremy Irons, Dennis Quaid e Bradley Cooper. Solo apparentemente sovrapponibile è Animali notturni, uscito qualche anno dopo, nel 2016, con la regia di Tom Ford. Anche qui il vero protagonista è la trama narrativa, ma non colta nel suo destino creativo, quanto nella sua meccanica rispetto alla realtà. Infatti, solo il cinema, con le categorie di spazio e di tempo tutte sue, riesce a rendere come verità e finzione si intrecciano quasi incomprensibilmente. Continua a leggere→

Addio a Francesco Marotta. La sua poesia è stata una tempesta silenziosa.

 

Ci ha lasciato Francesco Marotta. Era nato settantuno anni fa a Nocera Inferiore ma ha vissuto in provincia di Milano dove ha insegnato storia e filosofia. E’ stato un poeta e un traduttore raffinato. Ha animato uno dei primi e più autorevoli blog letterari, La dimora del tempo sospeso. La sua ultima opera è Polvere, pubblicata da Anterem un anno fa. Personalmente l’ho conosciuto grazie al suo blog. Anzi, devo dire che è stato il primo che ho frequentato. L’ultima volta che ci siamo sentiti, qualche anno fa, si lamentava dello stato attuale della poesia, anzi, meglio, del mondo della poesia: rumoroso e conformista. Giustificava così il suo isolamento. Eppure, egli, con il suo blog, ha dato spazio alle voci più autentiche e promosso presenza e dialogo poetico e culturale. E’ rimasto comunque fino all’ultimo fedele alla sua vocazione, secondo cui, con le parole del suo poeta più amato René Char, la poesia se non si fa “tempesta” diventa puro calligrafismo, un “ricamo sulla pelle del nulla”. Lo associo ad un’altra figura che ci ha lasciato troppo presto, Gianmario Lucini, poeta ed editore, accomunati dalla stessa figura ieratica.

La poesia più potente è quella silenziosa.

(Pasquale Vitagliano)

Continua a leggere→

11

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Il tema del Ethna, l’ultimo romanzo di Anna Bertini (Arkadia, 2025), è musicale. Anzi, è una canzone, Ethna’s Song. Intorno a questo tema, che ritorna puntualmente, come nel jazz, c’è l’imprevedibile assolo della vita di ciascuno di noi. La protagonista ritorna in un luogo, Castel Sonnino, dove aveva soggiornato in un periodo difficile della propria eistena. Si trova a dialogare con una sua doppia e a riscoprire la persona che era stata allora e che non è più. La musica tende il filo che le consente di non perdersi in questo viaggio a ritroso. “Ho cercato dentro di me un certo distacco, necessario per ripercorrere i giorni che hanno cambiato in modo radicale l’andamento della mia esistenza, e anche la mia indole”. Il jazz è il viatico per il suo rinnovamento.

Continua a leggere→

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema)

di Giulio Bruno

 

Un thriller teologico, oggetto di aspre critiche da una parte del mondo cattolico.

“La lotta per il potere è appena iniziata” recita la locandina del film Conclave, diretto da Edward Berger e tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris. E non c’è dubbio che la struttura narrativa di Conclave sia incentrata su una tale lotta e appaghi l’aspettativa dello spettatore di fruire di un racconto cinematografico ricco di suspense e di colpi di scena: considerato il tema forse principale che viene trattato, Conclave può essere considerato un thriller teologico, anche se la definizione è inevitabilmente non esaustiva rispetto ai contenuti proposti. Non manca del resto neanche un sorprendente finale, peraltro alquanto anomalo, ove si tenga conto dei tradizionali valori e della storia della Chiesa cattolica – e che, in definitiva, attiene ad altro importante tema del film.

Conclave ha suscitato aspre critiche in alcuni ambienti ecclesiastici ed accademici. Per esempio, Per il cardinale Gerhard Müller – prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede sino a metà 2017 (quando Papa Francesco lo sostituì con il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer) e, negli ultimi anni, uno dei più critici oppositori interni di Papa Bergoglio – “è un film di propaganda molto anti-ecclesiale e anti-cristiano che avrebbe potuto essere prodotto ai tempi di Hitler o Stalin“[1]. Per Regis Martin, “il film è in realtà è un atto di sovversione, non solo dell’ordine della natura, ma della grazia stessa, in particolare la grazia di Dio Onnipotente nel darci una Chiesa armata di sufficiente certezza che quando parla è Gesù stesso che sentiamo.”[2] Per padre Raymond J. de Souza, “si tratta di una sfida frontale per una Chiesa che propone dei credi – e li prega ogni domenica – e pubblica un catechismo universale”.[3]

La figura del cardinale decano Thomas Lawrence e i due temi principali del film.

Il regista Edward Berger – il suo precedente film ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’ vinse quattro premi Oscar nel 2023 – in merito alla eventuale esistenza, in generale, di un suo stile personale, ha parlato di “prospettive ristrette”: come spiegato da alcuni siti internet, tutto lo sforzo creativo si concentrerebbe in una grande soggettività che va a focalizzarsi sul protagonista. La struttura narrativa di Conclave è coerente con tale dichiarazione: in effetti, la figura del cardinale Thomas Lawrence (magistralmente interpretato da Ralph Fiennes), protagonista principale del film, incaricato del coordinamento del Conclave per l’elezione del nuovo pontefice in ragione della sua veste di decano del collegio cardinalizio, è centrale nella narrazione filmica e nella generazione dei principali significati racchiusi nel film. E ciò sia per l’incidenza, sull’esito del conclave, delle iniziative da lui responsabilmente intraprese, sia per gli alti valori morali nei quali, uomo integerrimo, crede con fermezza e che ispirano la sua condotta, finalizzata, durante tutta la durata del Conclave, a consentire la elezione del cardinale più meritevole, indipendentemente dalle logiche di potere, sia per il genuino tormento interiore che lo caratterizza. È per mezzo della sua figura che viene trattato il tema fondamentale del rapporto fede – dubbio. Le idee proposte al riguardo costituiscono il principale motivo delle aspre critiche di cui si diceva sopra, per via dell’omelia pronunciata da Lawrence.

Un secondo importante tema – il ruolo della donna nella società e nella Chiesa – è introdotto gradualmente attraverso la presenza premurosa, discreta e silenziosa, ma al tempo stesso vigile, delle suore, che crea un’atmosfera di soffusa spiritualità, un’aura di sacralità. La compostezza, il riserbo e la religiosa sobrietà delle suore stride, con una intensità che va accrescendosi nel corso del film, con il clima sempre più teso e insidioso, talora chiassoso e rissoso, che si instaura tra i cardinali.

(Continua)

[1] Cardinal Müller Calls ‘Conclave’ Film Hitlerian ‘Anti-Christian Propaganda’?, articolo di Edward Pentin,Senior Contributor del Register e EWTN News Vatican Analyst.
[2] Regis Martin è professore di teologia e docente associato presso il Veritas Center for Ethics in Public Life presso la Franciscan University di Steubenville, Ohio. Il passo citato, tradotto dall’inglese, è tratto da Conclave’ Snubbed at the Oscars — And It Won’t Win Any Awards for Accuracy Either.
[3] Padre Raymond J. de Souza, founding editor of Convivium magazine. Il passo citato, tradotto dall’inglese, è tratto dall’articolo ‘Conclave’ Cardinal’s Homily Mirrors Some of Pope Francis’ Actual Words. 

Frammenti di Cinema # 89

 

di Pasquale Vitagliano

Ci sono film come quelli ispirati al Grande sonno, tratto dal romanzo di Raymond Chandler, che sono diventati cult e hanno dato origine anche ad un genere come il cinema Hard Boiled. Sono diventati talmente canonici da aver originato alla fine, per contrasto, numerosi tentativi di decostruzione. Sullo stesso piano, ma con un’operazione diversa, ci muoviamo con una storia che è diventata una vera e propria messa in abisso, a conferma che il cinema, specie quello grande, racconta sempre sé stesso. Anche in questo caso la fonte è un libro, Il talento di Mr. Ripley, romanzo di Patricia Highsmith. Ne esistono, infatti, molte versioni. A far riemergere questa storia è la riuscita mini-serie Netflix, Ripley, diretta da Steven Zaillian. La versione più famosa, tuttavia, resta quella di Anthony Minghella del 1999, con una particina persino per Fiorello. La prima versione al cinema è del 1960. Il film è francese, girato da René Clément e con Alain Delon, col titolo Delitto in pieno sole. Negli anni 2000 sono usciti addirittura due adattamenti: uno nel 2002 Il gioco di Ripley con John Malkovich, diretto dalla nostra Liliana Cavani, e Il ritorno di Mr. Ripley del 2005 con Barry Pepper, di Roger Spottiswoode. Per l’esattezza, si ispira al romanzo Il sepolto vivo, secondo di una saga di cinque romanzi con lo stesso protagonista. Analogamente, a L’amico americano di Wim Wenders del 1977, ispirato ad un altro titolo della stessa serie.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 88

Ci sono film che restano in bilico tra fantascienza e distopia. Esemplare è Megalopolis (2025) l’ultima opera monstre di Francis Ford Coppola. Che film è? Una profezia, un incubo, una visione? La forma è irrisolta, ed infatti, nonostante il grande regista abbia progettato e lavorato per molti anni intorno a questa opera, il risultato è davvero modesto. La scelta del parallelismo con la decadenza dell’Impero Romano, con l’uso dei nomi e l’adattamento di quel mondo ad una civiltà del futuro da all’intero impianto un costante tono da parodia. All’opposto, inquietante per la capacità grottesca e cinica di ingrandire tratti distopici del nostro presente fino al parossismo è Triangle of Sadness di Ruben Ostulund, vincitore a Cannes nel 2022. Con un tocco di leggerezza che lo alleggerisce e un’apertura alla fisica quantistica, il triangolo-della-tristezza (lo spazio tra le sopracciglia) mi ha fatto pensare a Serenity – L’isola dell’inganno (2019) di Steven Knight. L’ultimo film di Liliana Cavani, L’ordine del tempo (2023) addirittura, azzarda a portare al cinema un saggio sulla fisica di Carlo Rovelli. Ma anche in questo caso, l’esito è negativo. Non parodistico, ma patetico, bilanciato solo dal rispetto per una grande regista ancora al lavoro, malgrado l’età.

Continua a leggere→

Lo stato delle cose di Sepp Mall (Il Ponte del Sale, 2024)

 

 

di Pasquale Vitagliano

La poesia di Sepp Mall è una scoperta benaugurale. Sono entrato nel suo mondo verbale e ne sono stato affascinato. Il Ponte del Sale propone una raccolta di suoi testi, Lo stato delle cose (2024), tradotte dal tedesco in italiano da Stefano Zangrando e Sonia Sulzer. Come scrive Zangrando nella postfazione, nato a Curon Venosta nel 1955, “è il maggior scrittore italiano di lingua tedesca vivente”. Dunque, non è superfluo precisare che il giudizio ha a oggetto il testo tradotto. In ogni caso, altro rispetto a quello nella lingua-madre. Tuttavia, il passaggio non è un azzardo. La sponda non è deviazione. Infatti, lo stesso autore riconosce che i due traduttori sono riusciti a “traghettare la lingua, sana e salva fino a un altro lido”. E suoi versi hanno parlato anche a noi. Che cosa ne sappiamo (noi)/ dei sogni degli oggetti (…) Che ne sappiamo/ : dei loro sogni/ della loro/ voglia/ dei coltelli/ sedie nelle stanze abbandonate/ Quanto dobbiamo esser loro estranei/ e di peso.

Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili su Mario Macario

di Pasquale VItagliano

Se il disordine è l’ordine senza potere, come ha detto Léo Ferré, la poesia, forse, è la scrittura senza sintassi. Ne Il culto del disordine (Tabula Fati, 2025, nella collana diretta da Vito Davoli), antologia delle sue raccolte poetiche, Mauro Macario ci mette di fronte ad un tentativo esistenziale di poesia libertaria, cioè una poesia che usa la parole e il verso come viatico di liberazione umana. L’effetto è immediato e tangibile. Per esempio, spontaneamente sono stato indotto a leggere il libro dalla fine verso l’inizio. In effetti, Lucrezia Lombardi coglie questa circolarità. D’altra parte, l’anarchia non è caos, tant’è che un altro motto è vietato vietare ma doveroso vietarsi. La poesia di Macario, infatti, è tutt’altro che spontanea e caotica. In un frangente d’epoca in cui tutti sembrano esordienti, Macario ha una storica (e che storia). La sua poesia ha la leggerezza dei suoni, l’oralità di un’evocazione, nel suo svolgimento copre tutto il Novecento e ciò che resta è un nocciolo duro di significato essenziale e di forma pura, senza alcuna postura poetica.

Continua a leggere→