
di Pasquale Vitagliano
Franc Arleo ha ideato e dirige per AnimaMundi Edizioni la prima collana di geosofia in Italia. Esiste uno stile dei luoghi che influenza le nostre vite, plasma le visioni del mondo, orienta le nostre storie e incide persino sulle nostre funzioni biologiche. Questo suo taccuino, Il Dio Selvatico (2024) ne è un paradigma. “Non è necessario lasciare la propria terra per affermare il valore della propria creatività’’. Possiamo leggere questo vesto di Mario La Cava arrivando ad Alessandria del Carretto, dopo aver attraversato i crinali dello Sparviere. Questi monti “urlano una bellezza di ritorno”. La bellezza dei tornanti. Il ritorno è l’ossessione dei meridionali. Per questo, forse, siamo così attratti dai tornanti. Anche noi pugliesi, che siamo, in realtà, più pianeggianti e marini. “Forse un giorno diventeremo “tornanti” di queste terre alte, o forse lo siamo già, forse siamo solo in curva o nel rettilineo parallelo e torneremo al punto di partenza”.

Il viaggio di Arleo è, appunto, circolare. Scrive di anche coste, di mare, di sabbia e di scogliere, lui che viene dagli Appennini. “Perché da sempre siamo stati pastori e marinari”, è la sua risposta. “I nostri Appennini sono Mediterranei. Sono montagne di mare”. Il nostro Cristo Redentore lucano, a differenza di quello che guarda l’oceano, è rivolto verso l’interno, “verso i castagneti, i monti, le cordigliere alte di sparvieri, nibbi e aquile”, riflettendo una bellezza che solo un Dio selvatico poteva concepire. A partire dai passi originari degli Italici e degli Enotri, l’autore racconta una Lucania esistenziale che individua nella transumanza una categoria nella quale ci si può identificare, anche con stupore. È infatti un controcanto rispetto all’elegia dominante e allucinata dei calanchi e delle tarantelle. C’è un’altra Lucania, un altro Sud, che non rincorre nessuno ma accoglie in silenzio, che anzi ti sfida ad andare oltre ogni difficoltà. È la lezione delle cordigliere, dei boschi, delle valli e dei torrenti, delle mulattiere e delle serre. Di questo Sud, per esempio, colpisce quello che fa il fior d’origano dopo le piogge. E non è affatto un odore comune. Un odore che non puoi smerciare.
A un certo punto, Arleo scrive che i libri buoni non entrano a scuola. I libri buoni sono quelli della biblioteca. Invece, a scuola libri ci dovrebbero essere più libri come questo. I ragazzi e le ragazze apprezzerebbero la lezione che ciascuno di noi è più libero se vive nel posto che ama. “Se l’acqua ha davvero memoria, come dice quella scienza non ufficiale, lei sì che non si scorderà niente di tutto questo”. E sappiamo tutti quanto è amata l’acqua al Sud.
