Archivi autore: pvitagliano

Un racconto da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso (Campanotto, 2025)

Questi racconti di Enrico Grandesso hanno una sapienza cechoviana. Fulmenei ma eloquenti, lucidi e insime sottilmente ironici. Il minimalismo delle situazioni rappresenta solo un approdo roccioso dal quale aprirsi al mare aperto. Infine, singolare e dunque da rimarcare è la capacità di mettere in relazione dinamica i luoghi con i personaggi. Stazioni, angoli di città e valli interagiscono con efficacia impressionistica con i protagonisti delle storie.

(Pasquale Vitagliano)

da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso.

Tante cose

Si era svegliata da quel breve riposo quasi di soprassalto: eppure certa dell’immagine di lui che la guardava con il suo sorriso inquieto e dolce, con quegli occhi tra l’azzurro e il verde che nessun pittore avrebbe mai saputo mettere su tela. Gilbert, che aveva sempre saputo spiazzarla nei momenti importanti; il giovane uomo sempre giovane; nella felicità il suo punto di forza. Intanto fuoriusciva puntuale una voce leggera e dura, “allacciare le cinture, signore e signori, stiamo atterrando su Milano”. Un’ora e cinque dalla partenza, c’est vachement bon! I tempi erano rispettati. Un tipo alto, con la barba e un naso da capretto le aveva lanciato una brutta occhiata mentre tornava al suo posto. “Arabi” lo aveva sentito dire, “ammazzarli tutti! Senza pietà”. “Così poi il petrolio ce lo prendiamo noi, cazzarola!” aveva aggiunto uno seduto vicino a lui. “Li scannerei con la scimitarra”. Sapeva di non doverli neppure ascoltare; e il tempo avanzava, più rapido del previsto, dieci giorni dopo quel martedì maledetto. Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 87

Dopo l’amore c’è la paura. Qual è il film più pauroso nella storia del cinema? Per la classifica di Broadband Choices il film più spaventoso a tutto il 2024 è Sinister (2012) di Scott Derrickson, secondo  il criterio scientifico di misurare il battito cardiaco per l’intera durata del film. Devo ammettere che il film non è male. Ma non mi ha scosso più di tanto. Si segnala, invece, per essere una sorta di somma teologica del genere. Tutti gli elementi classici sono presenti: misteri, possessione, suspence, violenza, agnizione, ambiguità infantile. In questa classifica non ci sono film italiani. Neppure un film culto come Profondo rosso (1975) di Dario Argento. Per me, invece, il più spaventoso è The ring (2002) di Gore Verbinski, di cui ho visto prima il remake occidentale e dopo l’originale giapponese del 1998 diretto da Hideo Nakata. Qui scatenante è l’elemento familiare della follia. Determinante, poi, è la terrificante figura iconica di Samara con i lunghi capelli neri che le coprono il volto. L’ambiguità dei capelli lunghi, da elemento di bellezza e vanità femminile a inquietante immagine di dannazione l’intuisce anche un regista che con il genere non c’entra niente. Infatti, Andrej Tarkovskij ricorre alla stessa immagine ne Lo specchio (1975).

Continua a leggere→

Da Di lentissimo azzurro di Angela Caccia (Campanotto Editore, 2024)

 

La poesia di Angela Caccia si inserisce nella tradizione ma con una naturalezza che rende la sua lirica familiare eppure inedita. Radicata nella sua terra è priva di qualsiasi ristrettezza regionale. Inspira le sue origini e espira un’anima universale. E’ come se guardasse il mondo da una finestra che delimita ma non chiude.

(Pasquale Vitagliano)

Sarà servito a qualcosa

leggere Omero farsi disturbare
il sonno da una mail
vivere
fino la ferita
e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?
Sarà servito
innamorarsi spartire
in due il peso di sé stessi
modellarsi uno all’altro
sino a fare
del dubbio l’unico fronte di liberazione?
… come Giacobbe e la sua anca rotta
poter lottare col proprio Angelo
per guadagnarsi un nome

 

* Continua a leggere→

Da Molti giorni da ieri di Elena Mearini (Marco Saya Edizioni, 2024)

 

La poesia di Elena Mearini ha un’armonia scultorea e una sibrietà metafisica. Si sente che la parola poetica esiste e vive di una vita propria, prima di essere scritta e detta. La forma finale, in realtà è “pre-formata” nel flusso dei versi. Talvolta il poeta crea mondi, altre volte, come in questo casto, la poeta scopre pre-esistenze, fa emergere poesia che già era contenuta dentro la lingua. 

(Pasquale Vitagliano)

 

Cosa ci manca
non sappiamo
mentre diamo nome
alla strada al paese
all’uomo al cane
che vivono attorno
quale parola rifiuta
di fiorire in voce
e cade mai nata
al piede-padre perduto.

*

Continua a leggere→

Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patizia Baglione

TRE FISSE a David La Mantia

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

La mia poesia comincia dopo l’happy end. Dopo i festeggiamenti per il matrimonio di Cenerentola. Dopo che Robin Hood e Marian si baciano. Comincia quando gli altri chiudono il libro soddisfatti. La bellezza non è solo un fatto estetico per me. La penso come Pasolini: la bellezza è vitalità, slancio, rottura, frammentazione. La bellezza abbraccia il mondo se lo modifica, se ne altera la percezione. Non può essere solo spettacolo, visione. Ma deve essere boccone di fatica. E dolore. Quando scrivo, non sento, come tanti dicono, catarsi o liberazione. Solo l’affollarsi del rimpianto e del rancore. E l’amore? La mia raccolta Gesti lievi ha come sottotitolo L’amore se te ne accorgi. Ecco, è questo il problema. È che siamo immersi nell’amore e non ce ne rendiano conto.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 86

“In amore non si dovrebbe mai dire: mi dispiace”: è la frase chiave di Love story (1970) di Arthur Hiller, che di tutti i film sentimentali costituisce il modello perfetto, quasi uno stemma. Si tratta di un vero canone che ha ispirato una caterva di film sull’amore. Fate un gioco: compulsate tutti i titoli che conoscete, pensate alla trama e confrontatelo col suo prototipo contemporaneo (sicuramente ce ne sono di precedenti, specie nell’Italia melodrammatica: penso alla saga della coppia Amedeo Nazzari-Yvonne Sanson). Il suo gemello contrario è In the mood for love (2000) di Wong Kar-wai, che, aderente alla cultura orientale, si fonda sul vuoto. La “love-story” è del tutto elusa, unicamente, sebbene pienamente, vagheggiata e mirata. L’arco viene teso fino al limite estremo per colpire il bersaglio. Questa certezza è già sufficiente. Non c’è bisogno di andare oltre.

Continua a leggere→

Da Malarazza di Emilio Nigro (QED Edizioni, 2024)

Se i personaggi edificanti sono tutti uguali, gli esclusi sono uno diverso dall’altro. Questa constatazione rende intensa e attrattiva la raccolta di racconti Malarazza di Emilio Nigro per Qed, 2024. Lo sguardo dello scugnizzo, l’afonia della follia, i cocci che svelano l’anima, lo scandalo del figlio del sagrestano, le catene inspiegabili dell’amore, e l’amore (ancora più) inspiegabile pe le sue catene, la fiaba finale e fantasmagorica di burattini senza fili.

(Pasquale Vitagliano)

  Continua a leggere→

Lettera a un giovane poeta (che non c’è più)

di Pasquale Vitagliano

Non vale la pena andarsene in nome della poesia. La poesia non resta, ti segue e lascia un  mondo che riverbera parole vane e sempre uguali. Amore mio veramente/ Se non mi ami muoio giovane, canta Achille Lauro in Incoscienti giovani a Sanremo 2025. La morte di un giovane poeta prima di essere una tragedia è per gli altri una postura. Ciò rende il dramma umano e familiare ancore più insopportabile.  Non interessa a nessuno se lo conoscevo se c’eravamo scambiati parole, pensieri, messaggi.

Quello che è insopportabile, invece, è vedere riflessa nella sua fine inattesa e ingiusta la vanità dei poeti (meno delle poete, magari significa qualcosa) d’oggi“. “Mi aveva scritto… C’eravamo scambiati le poesie… Gli dedico questa mia poesia…” Addirittura leggo chi scrive, “Sono contento che gli piacesse il mio ultimo libro”. Quasi che la consacrazione mortale dell’uno fosse un viatico a quella in vita dell’altro. Triste. Qui non lo voglio ricordare  (chi sono io per farlo?), ma voglio cogliere l’occasione per indicare un orizzonte di maggiore sobrietà e serietà umana e artistica. Non oso immaginare cosa abbia vissuto questo ragazzo, dico solo che la sua scomparsa è ancora più orribile dentro questo scenario. Almeno per me, è la conferma di un crinale inguardabile (e illeggibile) che la poesia sta prendendo: sembra che tutti quanti noi ci affolliamo freneticamente davanti ad un immaginario palco di Sanremo della Poesia per essere selezionati finalmente a salire. Ci sarebbe da discutere e riflettere insieme (invece che rifletterci narcisisticamente anche nel dolore). Non ho letto commenti, forse a parte Matteo Fantuzzi che ringrazio, volti ad interrogarci. Ho letto solo “canzoni”.

 

Frammenti di Cinema # 85

 

di Pasquale Vitagliano

David Lynch non è il mio regista preferito ma The elephant man (1980) è il film al quale sono sentimentalmente più legato. Come Victor Hugo, secondo Leonardo Sciascia, ci ha insegnato cosa significhi veramente essere cristiani, David Lynch si ha insegnato ad essere umani. Il tema del corpo, del volto, in particolare, della mostruosità sono al centro della sua ricerca artistica. Senza di lui, Coralie Fargeat non avrebbe concepito The Substance (1924) con una rinata Demi Moore. La manipolazione della faccia per avere un volto nuovo e, magari, anche un’anima diversa, ha spesso stimolato il cinema. Già nel 1947 ne La fuga (1947) di Delmer Daves, l’espressione iconica di Humphrey Borgart non appartiene al volto originario del protagonista. Assassino in fuga, decide di rivolgersi ad un chirurgo plastico per modificare i propri connotati. Anche il trafficante Manitas cambia indentità, ma per diventare una donna. Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard è candidato a 13 premi Oscar per il 2025. Il medico di Tel Aviv, che finalmente realizzerà il suo desiderio, l’avverte: si può cambiare il corpo, non l’anima.

Continua a leggere→

Da Exit Imago Mundi di Michele Ziviani (QuiEdit, 2024)

La poesia di Michele Zuviani più che sperimentale è inusitata. Egli spezza la tradizione nello stesso momento in cui la recupera. E’ un scrittura post-impressionista che attinge alle neuroscienze come la pittura si faceva ispirare dalla fotografia.

(Pasquale Vitagliano)

SALA GIOCHI

Di sibili elettronici

l’avventore udia i rombi

che i vetri luminosi

producean insistentemente.

 

Tra il trillo d’un trabiccolo

e il tintinnio costante

d’un gettone gettato

il lume abituato scintillava.

 

Dinoccolato impazza

l’uomo adiacente al bercio

delle trombe vittoriose

dei cherubini festanti.

 

Squillino le trombette,

mentre il giovine abbassa

il cane per sparare.

La canna, però, non emette guaito.

 

Si sfoga così, batte

i pugni e stronca vite.

Con aggraziato movimento

colpisce il bimbo chino a contare.

 

*

Continua a leggere→

12
-1

I nuovi creatori di Andrea Billau. Per una teologia laica.

Nel suo libro – invero un tempo lo avremmo chiamato pamphlet  – I nuovi creatori. Il nostro destino di liberazione dalla tragicità (Multimage, 2024), Andrea Billau ci propone un tentativo di costruzione di una teologia laica. Dunque, si tratta di un’opera inattesa, in quanto in controtendenza rispetto alla desacralizzazione del mondo e al laicismo d’antan; e sorprendente per la torsione del punto di vista. Egli scrive che la “postura religiosa, al contrario di quanto viene detto comunemente, è una postura di ribellione all’ingiustizia dell’esistente e solo una sua perversione teocratica l’ha resa funzionale al mantenimento del potere.” Se considerate che Billau è un giornalista di radio radicale, la singolarità dell’affermazione è lampante.

Continua a leggere→

Tre fisse (Domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE a Federica Maria D’Amato

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

Bellezza, dolore e amore sono di certo una triade ben presente nei miei tentativi poetici, al di là delle vicende biografiche che variamente occupano, sovente in modo trasfigurato, le tematiche della mia scrittura. Ma tengo a sottolineare come queste intensità non fondano sic et simpliciter la mia poesia, bensì spesso ne sono solo il pretesto, dato che il fine è un altro: cercare di comprendere come, variando e modulando il verso, bellezza, dolore e amore spingano un po’ più in là il limite della risorsa linguistica impiegata. La bellezza, in ogni sua accezione, ci stupisce e turba, ed è istintivo volerne comunicare il prodigio, ma credo che, quando questo accade in poesia, bisogna fare di tutto per spremere sino in fondo tutti gli strumenti (retorici, metrici, fonici, etc.) a nostra disposizione, al fine di aggiungere in modo memorabile una qualità ulteriore alla bellezza stessa, arricchirne la definizione ovvero la visione. Quando Vittorio Sereni, in Stella variabile (1982), scrive un madrigale dedicato a Nefertiti, non sta solo omaggiando la bellezza immortale e numinosa della regina egizia, ma ci sta anche dicendo – ricorrendo alla propria formidabile sapienza metrica – che quella bellezza è qualcosa di più di una semplice storia: è un enigma, e intimamente definisce la storia occulta, ma originaria, d’ognuno di noi. La stessa riflessione vale per amore e dolore; prendiamo, a riguardo, Tema dell’addio (2005) di Milo De Angelis, libro di poesie che unisce amore e dolore in una endiadi esemplare. I testi che Milo dedica alla moglie nella tragedia di malattia e morte, risalendo con la memoria ai tempi euforici del primo amore e dell’unione coniugale, non vogliono solo essere un omaggio e insieme la cronistoria d’un rapporto e d’una luttuosa fine: con quei testi Milo ci sta dicendo che ogni attimo del nostro respiro è una scuola d’addio, e che nessuno è salvo dal tema finale.

Continua a leggere→

Da Sedime di Gianni Marcantoni (Fara, 2024)

 

La poesia di Gianni Marcantoni è un ragionamento, anzi un dialogo con la realtà. Il senso delle parole tende a prevalere sulla forma poetica. È la ricerca di un’umanità smarrita sotto le pietre dello smarrimento e dell’afasia.

(Pasquale Vitagliano)

ZONA REMOTA

 

Sotto quel che sei – e con te arrivando,

non troverai vie di fuga.

Sfoglia le mille voci che ti riguardano,

non resta che una struttura

epidermica ridotta a un pilastro:

lascialo più sbiadito: lascialo più acerbo:

lascialo più intatto: portalo ai suoi baluardi

inestricabili: ai suoi atterraggi:

fa’ che sia più sicuro e discostato:

noi ci alziamo all’oscuro del mattino

su scialuppe di salvataggio.

 

Ogni silenzio dialogherà con te soltanto

– con i patimenti di una vita

e sempre troverai

della polvere da rimuovere

nascosta dietro qualche angolo.

Ti sveglierai in una zona remota

e non avrai altre vie di fuga;

i sedili durante il giorno

sono sempre rimasti vuoti:

 

non sai mai cosa mi rende felice.

 

*

  Continua a leggere→

Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alessandra Corbetta

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

La poesia è un genere letterario e, contestualmente, anche un’arte; dunque, oltre ad avere a che fare con metrica, lessico, linguaggio, suono, ritmo e tradizione, essa si pone anche come congiuntura tra il nostro mondo intimo e quello esteriore, e viceversa. È consequenziale, quindi, che i grandi temi come l’amore, il dolore e la bellezza influiscano sulla scrittura poetica, in misura più o meno significativa. Nel mio caso specifico, dove a guidare la poetica è anzitutto l’impossibilità di fermare il tempo e la consapevolezza del continuo movimento verso la fine, tutti e tre i topoi da te citati hanno una notevole rilevanza.

 

C’è un testo a cui sei più legata? Se sì, quale e perché? 

La poesia “Strettoie” di Umberto Fiori, così come molte altre di questo autore, è un testo a cui sono particolarmente legata, non solo perché è un esempio mirabile di uso “chiaro” della lingua, ma anche perché riesce a rendere con incisività l’idea, desiderata e allo stesso tempo realizzabile solo per un brevissimo frangente, di sentirsi un tutt’uno con gli altri, essere finalmente in pace con loro

 

Come vedi il futuro della poesia? 

Pasolini diceva che la poesia è “un bene incosumabile”; e io, nonostante le sfide sempre più accese che deve affrontare, sono altrettanto certa della sua impossibilità di esaurimento. Anche perché la poesia, per fortuna, è molto più grande di chi la scrive.

 

Frammenti di Cinema # 84

di Pasquale Vitagliano

La cosa più riuscita di Napoli – New York (2024), l’ultimo film di Gabriele Salvatores sono i due protagonisti. Girato su un soggetto inedito di Federico Fellini e Tullio Pinelli risalente alla fine della guerra, tutto si basa sulla simpatia e la bravura dei due piccoli attori. Si tratta di una scelta facile e rischiosa al tempo stesso. Tuttavia, se nel cinema è stata fatta molte volte, vuol dire che è risultata una formula vincente. Sin dalle origini del cinema i bambini sono stati utilizzati come leve di successo. Memorabile è Il Monello (1921) di Charlie Chaplin. C’è stata persino una vera e propria diva come Shirley Temple del musical Riccioli d’oro di Irving Cummings. È il 1935. Diciannove anni dopo, arriva sullo schermo il tormentone di “Vincenzo mi è padre a me”, con Totò nella trasposizione cinematografica della commedia di Eduardo Scarpetta, Miseria e Nobiltà, con la regia di Mario Mattoli.

Continua a leggere→

Il Cantico degli amanti di Sabatina Napolitano

 

Poesie tratte da Cantico degli amanti.

Dalla parte del marito (IQDB, 2024) di Sabatina Napolitano

Ti guardo mentre ti specchi,
il silenzio che corre tra me e te
parla mille lingue del mistero che non capisco.
Io comprendo un mistero e ne sono compresa,
ma non lo capisco.
Quello che esiste tra me e te
è così grande che raccoglie un’anima.
Poi mi guardi dallo specchio,
e siamo giovani, io sono giovane
solo perché sono tua.
Dietro ogni ultima poesia
mi baci il collo
in un mondo così senza parole
che tu sei l’unico a capire.
In tutte le geografie
facciamo l’amore guardandoci allo specchio
so della tua seduzione,
come dietro le telecamere,
dietro le poltrone.
Ho il sapore del tuo dolore così dolce
quando fingi
in un racconto che dura secoli.

*

Continua a leggere→

INSOLVENZE di Francesco Cagnetta

 

Nota di Maria Grazia Palazzo

Quest’opera di Francesco Cagnetta, Insolvenze (La Vita Felice, 2024), avvocato molfettese, classe 1982, con precedenti pubblicazioni monografiche e in collettanee, anche per blog letterari, e pregevoli riconoscimenti, si annuncia, già dal titolo, un lavoro tagliente, di sicuro impatto emotivo, a tratti crudo, senza sconto, eppure profondamente umano. La poesia contemporanea in cui si iscrive la scrittura poetica di Insolvenze, libera dal fardello ideologico di eredità di accademie, è una scrittura nuda ma anche antica. Il mal di vivere che la attraversa rifugge da maschere e orpelli, nessuna rincorsa orgogliosa o narcisistica di traguardi sociali da esibire. Qui la poesia ha altra scaturigine, drammaticamente incombente, l’appartenenza generazionale di chi non lascerà segni visibili di sé, progenie, quella realtà che nella cultura magnogreca era tutto. Qui Francesco Cagnetta indaga le ombre, le apnee, la precarietà delle nostre vite, le domande senza risposta.

Continua a leggere→

Venti di righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Reveries (Delta 3 Edizioni, 2023) è la raccolta poetica di esordio di Cinzia Coppola. In realtà, scrive da sempre, ma è arrivata tardi alla prova della pubblicazione. Credo sia un elemento da sottolineare come un valore. Oggi il rapporto con la scrittura sembra invertito. La pubblicazione come vanità anticipa spesso la scrittura come piacere e necessità. Nelle poesie della Coppola non c’è nulla di autorefenziale e lezioso. Che scrivo a fare/ di un paniere di vero dolore. D’altra parte, cos’è, in fondo, la poesia se non un intrico di “nuvole e uragani”. Vibra, dunque, il motore immobile che alimenta la ricerca di una voce nuova. Dentro e fuori. Luce e buio. Artificio e natura. La poesia della Coppola è duale, pendolare. Ne risente anche la qualità del verso che oscilla tra una luminosità intrinseca e una facondia che dice troppo. Nella ricerca nascente di una propria voce queste asperità non sono certo un limite. Certe case restano sempre chiuse/ perché nessuno ci entri dentro./ (…) Pensi sempre che poi varcherai la soglia/ sapendo che sono solo un miraggio. La poesia è come un amour fou, non puoi scriverne troppo. Rischi che nessuno ti crederà che la poesia esiste davvero.

Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 83

 

“Cosa hai fatto tutti questi anni? Sono andato a dormire presto la sera”. In C’era una volta in America di Sergio Leone, Robert De Niro cita la Recherche di Marcel Proust. È il sigillo che il regista italiano vuole dare al suo omaggio personale ed epico alla memoria. Il cinema, tuttavia, si è occupato più della memoria come funzione che come sentimento. Da questo punto di vista, Memento (2000) di Christofer Nolan è una pietra miliare. Il protagonista usa il proprio corpo come block-notes per ricordarsi nomi, vie, date fondamentali. Ne L’uomo senza sonno del 2004 diretto da Brad Anders, di cui abbiamo già scritto in relazione al tema del corpo, uno strabiliante Christian Bale non sa di aver perso la memoria e dentro questo vuoto sta tutto il senso del film.

Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

L’ultima raccolta di Giovanni Nuscis, Il tepore che resta (Arcipelago Itaca, 2024) è la leggenda di un bevitore poeta, santo per devozione antica alla parola in versi, peccatore per ostinata e impenitente ricerca di una incarnazione nella vita pratica quotidiana. Sono nella parola che mi giunge/ e mi pervade col suo carico/ grandioso di mondo/ miracolosamente emerso/ da un umile suono. Dentro questa costante oscillazione tra reale e ideale, la sua poesia è profondamente civile, tanto nel senso di essere autenticamente pregna di un’aspirazione al cambiamento della realtà, quanto nel segno di un distintivo tratto di gentilezza e cura. Ecco che leggenda è sia racconto di questo impegno intellettuale, sia dicitura che spiega come trovare la poesia nella vita concreta.  Se non fosse per gli sguardi inarresi/ le menti indocili, la fede/ che spinge a cercare tra macerie/ la piccola pepita del vero/ che ci illumina e commuove,/ cosa sarebbe la vita?

Continua a leggere→