
Questi racconti di Enrico Grandesso hanno una sapienza cechoviana. Fulmenei ma eloquenti, lucidi e insime sottilmente ironici. Il minimalismo delle situazioni rappresenta solo un approdo roccioso dal quale aprirsi al mare aperto. Infine, singolare e dunque da rimarcare è la capacità di mettere in relazione dinamica i luoghi con i personaggi. Stazioni, angoli di città e valli interagiscono con efficacia impressionistica con i protagonisti delle storie.
(Pasquale Vitagliano)
da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso.
Tante cose
Si era svegliata da quel breve riposo quasi di soprassalto: eppure certa dell’immagine di lui che la guardava con il suo sorriso inquieto e dolce, con quegli occhi tra l’azzurro e il verde che nessun pittore avrebbe mai saputo mettere su tela. Gilbert, che aveva sempre saputo spiazzarla nei momenti importanti; il giovane uomo sempre giovane; nella felicità il suo punto di forza. Intanto fuoriusciva puntuale una voce leggera e dura, “allacciare le cinture, signore e signori, stiamo atterrando su Milano”. Un’ora e cinque dalla partenza, c’est vachement bon! I tempi erano rispettati. Un tipo alto, con la barba e un naso da capretto le aveva lanciato una brutta occhiata mentre tornava al suo posto. “Arabi” lo aveva sentito dire, “ammazzarli tutti! Senza pietà”. “Così poi il petrolio ce lo prendiamo noi, cazzarola!” aveva aggiunto uno seduto vicino a lui. “Li scannerei con la scimitarra”. Sapeva di non doverli neppure ascoltare; e il tempo avanzava, più rapido del previsto, dieci giorni dopo quel martedì maledetto. Continua a leggere
















