
La poesia di Michele Zuviani più che sperimentale è inusitata. Egli spezza la tradizione nello stesso momento in cui la recupera. E’ un scrittura post-impressionista che attinge alle neuroscienze come la pittura si faceva ispirare dalla fotografia.
(Pasquale Vitagliano)
SALA GIOCHI
Di sibili elettronici
l’avventore udia i rombi
che i vetri luminosi
producean insistentemente.
Tra il trillo d’un trabiccolo
e il tintinnio costante
d’un gettone gettato
il lume abituato scintillava.
Dinoccolato impazza
l’uomo adiacente al bercio
delle trombe vittoriose
dei cherubini festanti.
Squillino le trombette,
mentre il giovine abbassa
il cane per sparare.
La canna, però, non emette guaito.
Si sfoga così, batte
i pugni e stronca vite.
Con aggraziato movimento
colpisce il bimbo chino a contare.
*
IL LASTRONE
A Giorgio
In via Mazzini sul lastrone
una mano protesa
d’un egro di povertà,
elemosina per il figlio
con fare pietoso chiede;
Che disgusto! Che offesa
agli occhi della spaurita
cinese l’indigesto barbone.
C’avrá sul lago un sollievo:
la villa, o forse
no; perché
mi domando io
non lavorano?
A Comacchio, al porto,
l’alba inizia scolorita
e a quello manco
il gelo gli leva
la fatica di soffrire,
però il conserto
destino del contorto
barcaro e dell’omo reso allo stremo
è eguale al bruco
che non sempre farfalla diverrà.
Allora è giunto veramente il tempo
che ognuno vada per la propria strada:
allora la malora!
Nessuna corolla al nostro stelo,
né il pargolo al babbo,
né il clamore inedito del Risorto,
né il nostro fanciullesco baccano,
non resta altro
che morire.
*
ELF
Esiste sempre in sé
un elfo romito in un eremo.
Ultimo miraggio dell’animo,
nascosto nell’oltre.
*
ll BANCHETTO DEGLI DEI BASTARDI
Copri le zinne, o Tecna, e leva il trucco
sfacciato dalla faccia ché ti cucco
da dietro sennò, o strappo il tuo parrucco.
Non son tiranno.
Caro Auro, vien qua che il membro ti scanno,
così ai tuoi affari avverrà un bel malanno!
Son donna franca e anzi acquistami un panno
o mio tesoro.
Odo gole seccarsi e anche il vin moro,
né le amerindie erbe sul fuoco odoro,
sì, se Asueto mi chiamo, sia ristoro
con i miei doni.
Qual pregio tu offri? Non per far agoni
tra noi, ma io, Scentia, illuminanti sproni
vi porgo e cavo alla vita afflizioni.
Son veritade.
Guardatevi bugiardi dal dir rade
sentenze e porvi come chi persuade
l’allocco solo che nel laccio cade.
Io ora vi esorto.
In procella tu sei securo porto,
tra le rocce e le sabbie grido corto,
tra le gramigne unico flor dell’orto;
il male epura.
S’eleva il canto che si fa cesura
tra i bruti, allorché di questa sciagura
lor non sanno, indi han vita grama e dura.
Pasci lo stolto.
La capre gialle si leccano il folto
piumaggio mentre ci parlate molto
di come il nostro eloquio non sia colto
né così schietto.
Mi tocca allora dir che sono inetto,
mi comporto sovente in modo gretto,
tra di noi credo di essere il più abietto,
ma anche il più onesto.
Ernesto Ernesto Ernesto Ernesto Ernesto!
Efesto è un fusto, giusto? Ho il pene pesto!
È desto, è desto, chi? È desto, è desto.
Son pecorelle.
Chi mi ha rubato le mie bretelle?
Sarebbe meglio pigliar caramelle
a un bambino o a uno storpio le stampelle
che una tal burla.
*
ORSÙ DUNQUE POETA NOSTRO
Orsù dunque poeta nostro
rivolgi a noi i versi tuoi
misericordiosi e libra il
dolce stilo sul bianco foglio.
Le mani, imbrigliate da catene,
possono far danzare il turibolo
della parola senza la vergogna
e il peccato di chi non ha voce.
Candelabri d’oro e incensi d’oriente
dovrebbero circondarti insieme
alla corona d’alloro, cinta
sul capo; invece il sacro vate
è ormai morto. Risorgi, quindi
compositore di aforismi e massime.
La felicità ti daranno
i crisantemi.
Non c’è spazio per far parlare tutti,
e nemmeno io forse dovrei parlare.
*
PSICO TRANSFER OVVERO LETTERA EGOSOSTENIBILE A ME STESSO
Non vorrai dirmi che […]
Se tu sei tu, io sono io.
Caro Me,
ego[1]
Psicosi[2]
Nulla
Cordiali saluti,
il tuo
IO
[1]Ego, mei, mihi, me, me. Pronome di prima persona, detto personale (perciò varia da persona a persona, pur rimanendo invariato nelle sue forme morfo-sintattiche).
[2] Derivante dal greco ???? «anima, alito vitale» e il suffisso -osi (inteso come condizione o stato); è spesso utilizzato in ambito medico. C. v. d.
Michele Ziviani (Soave, 1996) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Verona. Dopo una breve parantesi come giornalista di cronaca locale, ha iniziato a ricoprire il ruolo di insegnante, dapprima nella scuola Primaria, poi in quella Secondaria di I Grado. Grazie al Professor Claudio Gallo, amico e mentore, si è avvicinato alla critica salgariana, entrando a far parte della redazione della Rivista Salgariana di Letteratura Popolare “ilcorsaronero” per la quale ha scritto articoli e curato interviste a editori, studiosi e artisti. Dal 2024 fa parte della giuria del Premio Emilio Salgari di Letteratura Avventurosa, premio letterario nazionale a cadenza biennale. Infine, sempre nel 2024 è stata pubblicata la sua prima raccolta poetica Exit Imago Mundi (QuiEdit, 2024).

Di solito non é il mio genere, ma devo dire che trasmette molte emozioni.
Consigliato.