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Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione
Tre fisse a Simone Zafferani
  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

Bellezza, amore e dolore sono tre elementi essenziali della nostra esperienza umana, vorrei dire terrena. Sono inalienabili da noi anche quando cerchiamo di evitarli. Credo quindi che molta della mia poesia abbia a che fare con la rielaborazione dell’amore e del dolore, così come con la bellezza, che più che ricercare io incontro sul mio cammino e riconosco, e cerco di valorizzare, perché la bellezza spesso si impone ed è salvifica. Forse, se devo individuare un percorso all’interno della mia scrittura, il dolore è più manifesto e pulsante nei primi libri; poi ha assunto forme diverse, più mimetiche oserei dire. Di pari passo, l’amore ha preso forma in modo più disteso e patente negli ultimi due libri. Mentre la bellezza credo ci sia sempre stata, solo nel tempo ho imparato a vederla anche dove non ci si aspetta che sia.

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Tre fisse. Domande semplici e concrete.

di Patrizia Baglione

TRE FISSE AD ALESSANDRO ANIL

•  Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

Bellezza, amore, dolore sono un tutto uno, non si può avere uno senza l’altro e insieme compongono l’aria dentro cui viviamo, come un animale acquatico è circondato dall’acqua. Un’organizzazione umana, senza amore, è semplicemente rivolta all’efficienza, così una vita senza amore diventa una vita semplicemente efficiente, produttiva. Noi abbracciamo il figlio, baciamo l’amata, questi comportamenti sarebbero inadeguati per il vicino di casa che è venuto a trovarci. Possiamo però amarlo nello stesso modo. Le relazioni sono diverse in base alla manifestazione dell’amore, ma l’amore è sempre presente. Per questo dovrebbe essere considerato una inclinazione. In alcuni casi questa inclinazione si intensifica e viene vissuta come un accadimento. Questo amore, spesso fra due persone, lo conosciamo meglio perché porta dei cambiamenti visibili in noi. Una poesia senza amore è una poesia efficiente e noi non sapremmo cosa farne di una poesia efficiente. Ma qui c’è un altro discorso. L’amore non essendo una manifestazione dell’efficienza è sempre stata vissuta come qualcosa di molto pericoloso, può far fare scelte incomprensibili per i nostri obbiettivi, può minare una società basata sull’efficienza. Una poesia che segue i moti dell’amore non si chiede ad ogni passo se questo verso è giustificato da un bagaglio teorico, lo fa e basta. La pericolosità di questo discorso sta nel fatto che potrebbe lasciare spazio a un verso meno sistematico. La controparte del rischio sta nel superare il proprio bagaglio culturale. Quante volte ci viene detto di stare lontani da una persona e non facciamo.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Tutto quello in cui credo/ è crollato. I primi due versi della raccolta di Olivia Balzar, ed il titolo Là dove finisce il mondo (Ensemble, 2024), delimitano subito e assertivamente il perimetro semantico dell’opera. Precisamente, non è un libro sulla fine della storia ma sul trapasso di un’epoca. Le ferite che parlano con la poesia sono pieghe di un tessuto sdrucito, passaggi drammatici di cammini necessari. La singolarità, tuttavia, sta nel fatto che nulla di ciò che sta morendo – di cui siamo testimoni – appartiene veramente all’autrice e alla sua generazione. Il mondo che sta finendo non è il suo ma il mio, il nostro mondo di genitori e fratelli maggiori. Eppure, come sempre avviene nel crogiolo della creazione artistica, questo peso fatto di un interno universo immaginato (attraverso la mediazione della letteratura, della musica, del cinema) grava qui sull’anima di una sola poetessa. Siamo della materia di cui sono fatti gli incubi. Ma non sono i suoi incubi. Sono i nostri. Come un sogno dentro un sogno, anche un incubo (individuale) può stare dentro un altro incubo (collettivo). La poesia dimostra tutta la sua funzione mimetica.

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Tre fisse. Domande semplici e concrete.

 

di Patrizia Baglione

TRE FISSE A MAURO FERRARI 

•  C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?

Vorrei partire dal secondo quesito. Io credo che il rito di passaggio per chiunque voglia fare poesia seriamente e non in modo occasionale, sia l’incontro con una o più voci che incidano su di lui profondamente, sia a livello tematico che stilistico.

La mia formazione è da anglista, appassionato di quella fase di grande fermento che è stato il Modernismo. Lì trovo non soltanto una profondissima consapevolezza del proprio tempo “entre deux guerres”, ma anche stimoli continui per capire ciò che è successo da allora e, da lì, il nostro presente, che – non posso non dirlo – sta gioiosamente correndo incontro alla propria apocalisse, come le esperienze poetiche più avvertite stanno evidenziando (specie in questo 2024). La scrittura dei grandi modernisti nasceva da una tragedia non solo storica, la Prima Guerra Mondiale, e presentiva una catastrofe che si è puntualmente verificata venti anni dopo. E ormai, nella nostra tardissima modernità, l’incombere di crisi e tragedie fa parte della norma ed è anzi sentito come “normalità”. Viviamo e dunque scriviamo sul ciglio di un abisso, e noto che questo affiora sempre più nelle scritture poetiche più recenti.

Certo, se penso alle “soluzioni” che almeno i tre grandi (Yeats, Pound, Eliot) misero in campo non posso che prendere le distanze: la lode dell’aristocrazia terriera, il fascismo e l’enfasi sul dogma religioso e sul misticismo non mi appartengono per nulla. Ma il confronto continuo con il proprio tragico tempo, l’attenzione verso la costruzione del verso e la strutturazione del testo per dare adeguata rappresentazione ai temi sono punti che da sempre pongo al centro della mia poesia e delle mie valutazioni critiche.

Passando ai testi a cui sono più legato, mi piace portare l’attenzione sul poemetto Briggflatts di Basil Bunting, “poeta minore, non troppo disonesto” come lui stesso ebbe a definirsi. Il poemetto, in puro stile modernista e definito il più importante dopo i Four Quartets, apparve a metà anni Sessanta e gli permise poco dopo l’accesso al catalogo della prestigiosa Oxford University Press. So bene che lo status di Bunting non è comparabile con i tre poeti che ho citato sopra, però questo dimostra che l’apprezzamento della poesia ingloba anche elementi molto personali, il modo in cui certe note ti risuonano dentro, e infine l’effetto che hanno sulla tua poesia.

La mia traduzione di Briggflatts uscirà per puntoacapo a fine anno, con un apparato critico (tra cui la prefazione di Edoardo Zuccato) che ricostruisce un fermento letterario forse irripetibile, ma che penso possa fornire molti spunti per la poesia italiana di oggi: convergenza di storia personale e una sorta di “trascendenza laica” che trovo molto stimolante; estremo rigore e tensione nell’economia del verso, cioè una vera ecologia della parola; distanza dall’Io diaristico ma anche sua adozione quale punto di vista sulla vita, senza cedimenti al minimalismo; costruzione ”musicale”, attenta alle variazioni tematiche e tonali, il che fornisce già in sé una forte strutturazione all’opera: sono tutti elementi che potrebbero essere proficuamente assimilati o comunque metabolizzati da molte voci  di oggi.

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Frammenti di Cinema # 82

di Pasquale Vitagliano

Ci sono le città del cinema e le città nel cinema. Dipende se la città è la protagonista del film oppure si limita a prestarsi come scenario della storia, seppure caratterizzante. È inutile dire che la linea di confine tra queste due ipotesi è sottilissima. Per esempio, come si fa a fare questa distinzione dopo aver visto Manhattan (1979) di Woody Allen? La medesima storia potrebbe svolgersi in una qualsiasi altra città? Direi proprio di no. Anche il regista ha finito per identificarsi con essa. Siamo di fronte ad un vero e proprio “luogo dell’anima”, tanto fisico, visitabile, quanto immaginario. Diversamente, in New York, New York (1977) di Martine Scorsese la metropoli è lo sfondo per uno splendido musical sul jazz come paradigma della libertà e della pace conquistata alla fine della Seconda guerra mondiale.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con la sua ultima raccolta Diario dell’approdo (Arcipelago Itaca, 2024) Fernando Della Posta riesce a portarci oltre il paradigma lucreziano sul nostro stato naturale. Infatti, il naufragio della nostra esistenza umana viene indicato un esito finale nel toccare finalmente terra. E dunque, si presume, che di questo destino non siamo stati solo spettatori ma attori. Davide Toffoli nella prefazione la definisce una nuova cartografia del reale. La categoria che la poesia di Della Posta predilige è lo spazio. Il tempo lo misuriamo soltanto in una condizione di perenne nomadismo esistenziale. Ma anche poetico. Si percepisce che anche di viandanza della parola si tratta. Questa poesia è umile, più che onesta. Non è minimalista se anche un gigante come Ezra Pound ha inseguito solo tre o quattro versi buoni in un’opera ciclopica.

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Tre fisse a… (domande semplici e concrete)

 

di Patrizia Baglione

TRE FISSE A LAURA PUGNO

 

• Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

 

Si può davvero scrivere, in assenza di queste tre parole/cose? Ma vorrei dedicare un pensiero in più alla bellezza, perché per me in poesia c’è sempre stata, come obiettivo asintotico – impossibile da raggiungere, come la linea dell’orizzonte, e allo stesso tempo necessario – e come impatto fisico del testo che deve incidere su di te, arrestarti lì dove sei, e non è una metafora. La bellezza ci dice che li c’è qualcosa per noi che dobbiamo fare nostro, e sperare di comprendere. Del resto, è ben noto che “il bello non è che il tremendo al suo inizio….” come scrive Rilke nella Prima elegia…

 

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Cinque poesie di Ivan Pozzoni

RINO

Prima che la critica si accorga che esista

dovrò fare la fine drammatica di Rino Gaetano,

senza che l’airbag che protegga l’autista

senza che il tempo mi tenga la mano.

 

Battere, battere, battere i tasti

battere forte, battere ancora

coll’emergenza di acuti scoliasti

che cambieranno l’ordito com’è ora.

 

E io intanto scrivo, piangendo lacrime di cinnamomo,

nel cuore la donna che ha miscelato i miei cromosomi,

mi tocca vivere di chicane come in autodromo,

col coltello tra i denti a rivedere tutti i miei assiomi.

 

Non sono certo di riuscire a sopravvivere

dopo tanta sofferenza e dolore,

al massimo mi ritroveranno cadavere,

arrivando a sentire il mio cattivo odore.

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Apprendistato alla salvezza di Pasquale Vitagliano

 

Nota di lettura di Laura Cantelmo

La intensa qualità visionaria della silloge Apprendistato alla salvezza di Pasquale Vitagliano contiene in ogni suo testo una ricchezza simbolica e immaginifica tale da sembrare, anche nell’unità tematica- la speranza di   salvezza dal caos- un’esposizione di arte figurativa.

Questa sua interessante singolarità, attribuibile a una predilezione culturale dell’Autore, si presta a una sperimentazione del linguaggio tipica di certi importanti movimenti artistici del secolo scorso, come il Cubismo o la Metafisica, nei quali la sovrapposizione di oggetti di epoche storiche differenti o di provenienze contrastanti, ottenevano un sincretismo dove l’immagine aveva una fondamentale funzione evocativa. Qui il Poeta ottiene lo stesso effetto, attribuendo all’immagine un’importanza prevalente rispetto alla parola e alle sue potenzialità semantiche. In poesia la giustapposizione di immagini su cui viene costruita l’architettura del discorso poetico vanta illustri esempi, come il Surrealismo, Ezra Pound e il suo Movimento Imagista e T.S.Eliot, per citare i più celebri. La freudiana Interpretazione dei sogni ci insegna che la funzione dell’inconscio si esplica attraverso le immagini ed è intuibile come in questa silloge esse, nell’esprimere uno stato dell’anima, abbiano uno stretto collegamento con l’Es, grazie all’atmosfera onirica nella quale appaiono.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

In questa sua ultima silloge, D’argilla e neve (Giuliano Ladolfi, 2023), Maria Pina Ciancio condivide con il lettore un senso continuo di perdita e uno struggente sentimento di nostalgia. La sua poesia crea questo senza alcun artificio, con un’autenticità che è elemento dello stesso stile. I luoghi sono oggetto di questa inchiesta poetica. Non è un caso che la raccolta si conclude con cinque poesie in dialetto lucano. Stanotte ma scipperu/ e a jtteri i cani/ a rarica du coru. Non c’è, tuttavia, nulla di paesaggistico in questa meraviglia. La natura, la terra, i paesi sono lo scenario nel quale la Ciancio si muove. Il suo sguardo ha una messa a fuoco profondissima. Sono i luoghi, pertanto, che identificano, denotano e danno un nome a chi osserva. Sono, appunto, luoghi dell’anima, “luoghi interiori e dell’appartenenza”. Ritorno alla luce dello sguardo/ per un’ostinazione d’innocenza// per abitudine/ per ritrovare il tutto/ nel riparo atteso della neve.

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Tre fisse a… (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alberto Bertoni

  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

Dolore e amore incidono nella mia come nella poesia di tutti, se è poesia che possa venir definita latamente lirica, com’è la gran parte della poesia prodotta oggi nel mondo occidentale, benché non di rado camuffata o negata per ragioni di “moda” culturale: la cancellazione dell’Io ecc. L’epos appartiene infatti alla prosa di romanzo e altre forme di poesia poco o niente versificata sono distribuite tra fiction visive, performance teatrali, jingles pubblicitari, slogan politici, modalità musicali che prevedono la presenza di un testo, autofiction e perfino talune derive pseudo-saggistiche o affioramenti di “prose in prosa” estranee a intenti diegetici. Dolore inteso come elaborazione di un lutto o di una perdita; e amore inteso come pulsione desiderante di un Io sensibile che percepisce e constata l’assenza di un Tu necessario alla vita della propria interiorità e della propria corporalità senziente e pulsante sono i due motori essenziali e perpetuati nei millenni e nelle culture che – attraverso una forma poetica che prevede l’iniezione nel linguaggio di un sostrato o di un effetto o di un apporto di senso “musicali” – hanno al centro i soggetti (non importa se maschili, femminili o trans) che appartengono, sono appartenuti o apparterranno alla specie dell’homo sapiens. Quanto alla bellezza, invece, sono molto più prudente nel definirla come parte essenziale della mia ricerca poetica. Di certo non m’interessa un’idea neoclassica di bellezza: l’armonia “ideale” espressa dal nostro Rinascimento (Raffaello, per fare l’esempio più evidente) mi lascia freddo; quella robustamente realistica espressa dall’Ottocento europeo, ancora di più. Da questo punto di vista, mi sento figlio delle due avanguardie integralmente novecentesche, Futurismo e Surrealismo. Quindi per me la bellezza è anche la manifestazione dell’informe, del negativo, dell’onirico, del metamorfico e di un impulso metonimico/metaforico portato oltre il confine della verosimiglianza e della proporzione.

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Frammenti di Cinema # 81

di Pasquale Vitagliano

Nel film Mank (sulla vita dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz) del 2020 di David Fincher viene raccontato l’apologo della scimmietta e dell’organetto. Porta un vestitino rosso e legata ad una catena dorata balla. Devo essere proprio brava – pensa – se tutti restano a vedermi danzare. Sono proprio fortunata, solo io porto questa collana e se non ci fossi io questo poveraccio che mi accompagna morirebbe di fame. Chissà se Cita, la scimmia di Tarzan – il primo film della saga è Tarzan l’uomo scimmia del 1932 diretto da W. S. Van Dyke –, fosse consapevole di essere diventata famosa quanto l’uomo della giungla. Sicuramente lo intuisce in qualche modo King Kong –   un anno dopo, nel ’32 inizia la saga del gorilla gigante con il film diretto da Marian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack –, tanto che questa debolezza lo porterà alla distruzione. Può essere considerato il capostipite degli animali mostri nel cinema fino a Godzilla – che appare nel 1954 con il film del giapponese Ishiro Honda – e al T-Rex di Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg. Mostruosa ma del tutto reale è un’altra sua creatura, Lo squalo girato nel 1975. Di recente, il film è stato addirittura accusato dalla cultura woke, quella del politicamente corretto, di aver diffamato un animale ignaro. Terrificanti sono anche Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock. Ma al momento nessun animalista si è sollevato contro questo capolavoro.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Mauro Liggi è un altro poeta-comunità. È difficile separare nettamente l’ispirazione della sua scrittura dalla sua appassionata e generosa attività di promozione poetica, forse addirittura dalla sua professione di medico. Non è un elemento secondario in una stagione in cui la poesia è spesso autistica promozione di sé stessi. La raccolta Alla terra i miei occhi (Interno Libri, 2024) è un breviario laico che ci sostiene e ci orienta. C’è da fidarsi della natura della sua poesia. Ciò che vuole lo vuole con onestà. Questa tenerezza, se non è una cura, è un pharmakon di sopravvivenza. La garza umida sul comò/ (…) ho custodito il miele/ che ora spalmo sulle tue labbra d’autunno. È di pietra, la poesia di Mauro Liggi, ma anche di mirto, di sale, di lava e di ogni elemento naturale senza diluizione. È efficace la definizione che ne dà Anna Segre nella prefazione.

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Tre fisse a… (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

 

Tre fisse ad Anna Segre

 

  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

 

Bellezza, dolore e amore, sarebbe come dire sale acqua e farina, senza i quali nessun pane sarebbe possibile. Sarebbe come dire i nucleotidi, cioè i monomeri che formano il DNA, le informazioni fondamentali per narrare la storia personale di ognuno. Sono strumenti di conoscenza, bellezza dolore e amore, che ci rivelano a noi stessi, che ci spiegano il mondo, partiamo da lì. Perlomeno io, di sicuro.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Per sempre vivi (Luigi Pellegrini Editore, 2024), l’ultima raccolta di Alessandro Moscè, è una Recherche poetica molto intima. Mi sono quindi messo a cercare il suo personale sapore di madeleine. Ho scoperto, invece, che il suo tempo perduto si ritrova grazie agli odori, che addolciscono come quello di vaniglia, oppure che curano come l’odore di alcool. Nelle prime tre sezioni – Silenzi, Sogni e Apparizioni – leggiamo una poesia descrittiva, scarna fino all’osso, prosastica e quotidiana. Questo andamento ordinario possiede una sorprendente forza ipnotica. Potremmo definirlo il canto di una sirena urbana che ciascun lettore sente familiare e profondamente magnetico. Eppure, penetrati dentro questo luogo domestico, veniamo ridestati da improvvisi cambi di forma. Inattesi versi compongono costruzioni inusitate e visionarie che ci proiettano in un altro mondo, immateriale se non irreale. Ritrovo solo l’ippocastano del millennio/ respirare nel suo regno di terra e fuoco/ fino al cuscino del letto vuoto/ mentre un taxi passa ancora tra le case.

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Frammenti di Cinema # 80

di Pasquale Vitagliano

Una rassegna televisiva di film dedicati ai treni mi ha dato l’idea per questo frammento sui mezzi di locomozione nel cinema. Partiamo proprio dai treni. Qual è il treno più importante nella storia del cinema? La risposta più semplice sarebbe L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Auguste e Louis Lumière, proiettato a Parigi il 28 dicembre del 1895. È stato a lungo considerato erroneamente il primo film – in realtà un cortometraggio della durata di 45 secondi – nella storia. Fu invece preceduto dall’Uscita dalle officine di Lumière a Lione. Poi c’è il treno di Buster Keaton ne Il generale del 1926. La scena del crollo di un ponte al suo passaggio è stata, come abbiamo già scritto, la più costosa di tutti i film muti: 42 mila dollari, circa 3 milioni di oggi. Il treno più memorabile resta, comunque, quello di Cassandra Crossing (1976) diretto da George Pan Cosmatos. Combinando virus, catastrofe e spy-story può essere considerato un modello di genere.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Azzardi dell’Io (Ensemble, 2024) di Alessandra Peluso è esemplare di questa espressività. Non ti attendo dall’aurora ma/ dalla cantina del vicino/ con un bicchiere in mano a festeggiar l’amor profano. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando molti apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia. Apri lo stomaco/ che son pronto/ a sputarci/ dentro/ (…) Dello stesso sapore/ saranno le mie parole/ che si sgretoleranno al sole.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Sicuramente non è un anacoreta. Anch’io, qualche volta, sono un mistico (Università della poesia J. R. Jiménez, 2023) è una piccola perla di Daniele Giancane. Dieci poesie che sono un distillato essenziale  ci lasciano il succo di una poetica intera.  La mistica qui richiamata (anche con un granello non blasfemo di autoironia) non è monologica ma invocativa. Non è liturgica ma metafisica, prospetticamente inserita nel vuoto; in un vuoto che non è assenza ma vacanza e dunque avvento. Un mistero, alla fine, che noi/ in tutto questo ci siamo,/ ci siamo. Come ha scritto nella nota finale, Giancane ha già pensato alla propria epigrafe: “Visse per la poesia – E fu un’esistenza esaltante”.

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Frammenti di Cinema # 79

di Pasquale Vitagliano

Per i giapponesi ikigai è la forza che ci fa alzare dal letto ogni giorno e ci consente di andare avanti giorno dopo giorno. Questa energia vibra in tutto il film Perfect Days (2023) di Wim Wenders. E’ una forza tranquilla quella che permette al protagonista di affrontare le sue giornate di lavoro con un sorriso zen. L’omaggio alla cultura orientale e al cinema giapponese è evidente. Per comprenderlo bisognerebbe guardare questo film insieme ad uno qualsiasi del maestro Yasujiro Ozu. In particolare, basta confrontarlo con il capolavoro Viaggio a Tokyo (1953) per rendersi conto del legame nascosto ma profondo che unisce questi film. Per lo stesso Wenders il cinema di Ozu è riuscito a rappresentare quanto di più vicino al paradiso. Anche i giorni dei protagonisti de Il cavallo di Torino (2011) sono perfetti. Non decantano, tuttavia, una possibile felicità umana, bensì una indomabile resistenza alla disperazione più nera. Il film del regista ungherese Béla Tarr racconta come si possa sopravvivere al freddo e alla fame senza impazzire, fino all’ultima goccia di dignità. A differenza di Nietzsche si può restare saldi di fronte alla sofferenza di un cavallo.

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Le Figure della Crisi di Vittorio Coletti

di Pasquale Vitagliano

Mio Dio perché ci hai abbandonato? Questa implorazione finale può esprimere lo stato di crisi etica, ma anche materiale, che stiamo vivendo in Occidente. Siamo prostrati. Anche un ateo può sentirsi così. Senza un Dio, lasciati soli, privati di ogni riferimento culturale intellegibile e stabile. Di questa crisi Vittorio Coletti ci propone delle stilizzazioni. Figure della Crisi – Vol. 1 (Il canneto editore, 2024). Questi saggi in forma di racconto sono il precipitato teorico e narrativo della collaborazione pluriennale con la Repubblica e Il Secolo XIX: uno sguardo sulla società italiana con le lenti di studioso della lingua e accademico della Crusca. Il prete e il politico sono al centro e sono le prime di una preannunciata serie di figure dentro un teatro delle idee in costruzione.

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