20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con la sua ultima raccolta Diario dell’approdo (Arcipelago Itaca, 2024) Fernando Della Posta riesce a portarci oltre il paradigma lucreziano sul nostro stato naturale. Infatti, il naufragio della nostra esistenza umana viene indicato un esito finale nel toccare finalmente terra. E dunque, si presume, che di questo destino non siamo stati solo spettatori ma attori. Davide Toffoli nella prefazione la definisce una nuova cartografia del reale. La categoria che la poesia di Della Posta predilige è lo spazio. Il tempo lo misuriamo soltanto in una condizione di perenne nomadismo esistenziale. Ma anche poetico. Si percepisce che anche di viandanza della parola si tratta. Questa poesia è umile, più che onesta. Non è minimalista se anche un gigante come Ezra Pound ha inseguito solo tre o quattro versi buoni in un’opera ciclopica.

Il libro è diviso per sezioni, ciascuna delle quali porta il nome di mari o di un oceano immaginario. Se la Terra è sempre una, l’approdo è tutti i giorni. La destinazione è mobile e provvisoria. L’approdo è sempre una sosta. Quella fermezza di chi incatena le numerose voglie da sfamare avute in dono da una mala stella. Questa provvisorietà è liquida. Non ci si culla nelle sue acque. La nostra condizione terrestre è sempre precaria. Il mare resta misura di ogni nostra distanza di sicurezza. Sempre si approda alla posizione periferica, tanto svantaggiata quanto ambita: l’ambulacro ferito a sette luci. La cognizione del dolore dell’autore non è certo verghiana. L’immobilismo della terra ferma non rappresenta un destino che conviene accettare per non subire naufragi fatali. All’opposto, l’erranza è l’unica nostra via d’uscita. Se qui nulla è per chi resta e tutto è per chi va, il lento perdurare d’agosto è un crepuscolo grandioso, inamovibile, dorato. In questo nomadismo etico e formale possiamo trovare una rotta sicura, capace di indurci pure una leopardiana compassione. Cercare di non fare sgarro ai vivi, questo è il suo comandamento.

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