
di Patrizia Baglione
TRE FISSE A LAURA PUGNO
• Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?
Si può davvero scrivere, in assenza di queste tre parole/cose? Ma vorrei dedicare un pensiero in più alla bellezza, perché per me in poesia c’è sempre stata, come obiettivo asintotico – impossibile da raggiungere, come la linea dell’orizzonte, e allo stesso tempo necessario – e come impatto fisico del testo che deve incidere su di te, arrestarti lì dove sei, e non è una metafora. La bellezza ci dice che li c’è qualcosa per noi che dobbiamo fare nostro, e sperare di comprendere. Del resto, è ben noto che “il bello non è che il tremendo al suo inizio….” come scrive Rilke nella Prima elegia…
• C’è un testo a cui sei più legata? Se sì, quale e perché?
L’ultimo libro è sempre la più lontana sponda raggiunta. E il momento in cui inizia a cristallizzarsi e apparirti come oggettostaccato da te, il momento in cui senti che potresti scrivere una poesia migliore, è anche il momento in cui già hai iniziato a trovare altre parole, in cui già sei capace di farlo. Dovrei quindi rispondere I nomi (La Nave di Teseo, 2023). Ma un’altra risposta possibile è La mente paesaggio (Perrone, 2010), per la storia privata che questo libro non racconta ma incarna, e per le varie vite che ha avuto. Nell’autotraduzione in spagnolo che è uscita nel 2016 a Madrid, per la casa editrice Huerga y Fierro, pur restando identici i testi – e i contesti della mia vita – alterando il loro ordine e la loro disposizione questo libro ha in un certo senso cambiato di segno. Se gli ultimi versi della prima edizione italiana, “e tu lingua puoi perderti/qui e non/ altrove”, preludevano, ma io non lo sapevo ancora, ai cinque anni di silenzio che sarebbero stati necessari per poter tornare a scrivere le poesie poi raccolte in Bianco (Nottetempo 2016), l’edizione bilingue spagnola si conclude invece con le poesie della sezione The mirror/Lo specchio, e con il verso “tu-isola coperta di bosco”. Ora la perdita, diventata una più quieta assenza, si diffonde e sfuma nella bellezza intorno.
• Come vedi il futuro della poesia?
Inarrestabile, come sempre.
Ma ti rispondo meglio con le parole di In territorio selvaggio (Nottetempo, 2018):
“Una luce calante, un corpo rannicchiato in un letto, che vuole stare al caldo, che ha bisogni animali. Nell’idea che la letteratura sia un bisogno animale c’è qualcosa che ti attrae. Stai scrivendo come fosse un diario, lasciando che i pensieri vaghino, e anche il tuo corpo, mentre scrivi, alla fine di una lunga giornata, ha bisogno di quello stesso conforto che oggi viene chiesto al romanzo.
Eppure, questo non è un romanzo, e tutta l’architettura, o il movimento della nostra vita sembra toglierci ciò che il romanzo piú richiede: tempo, e stabilità. Il romanzo è l’opera di una società che vive nelle case, che trascorre la propria vita – i giorni; le notti – nello stesso luogo.
La poesia è portatile, esposta alle intemperie, può essere imparata a memoria, può essere incisa su un sasso, nascosta in un bosco. È accaduto. Ha bisogno di mezzi minimi, neanche della scrittura a rigore, è capace di sopravvivere ovunque, come gli scorpioni, con la stessa implacabile natura che alla fine riemergerà.
Eppure, noi viviamo nelle case, in case che però riprendono a muoversi, in un tempo che non abbiamo e che forse è solo fatto della forza del corpo, del suo calore che si dissipa, che si trasforma.”
