Tre fisse. Domande semplici e concrete.

 

di Patrizia Baglione

TRE FISSE A MAURO FERRARI 

•  C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?

Vorrei partire dal secondo quesito. Io credo che il rito di passaggio per chiunque voglia fare poesia seriamente e non in modo occasionale, sia l’incontro con una o più voci che incidano su di lui profondamente, sia a livello tematico che stilistico.

La mia formazione è da anglista, appassionato di quella fase di grande fermento che è stato il Modernismo. Lì trovo non soltanto una profondissima consapevolezza del proprio tempo “entre deux guerres”, ma anche stimoli continui per capire ciò che è successo da allora e, da lì, il nostro presente, che – non posso non dirlo – sta gioiosamente correndo incontro alla propria apocalisse, come le esperienze poetiche più avvertite stanno evidenziando (specie in questo 2024). La scrittura dei grandi modernisti nasceva da una tragedia non solo storica, la Prima Guerra Mondiale, e presentiva una catastrofe che si è puntualmente verificata venti anni dopo. E ormai, nella nostra tardissima modernità, l’incombere di crisi e tragedie fa parte della norma ed è anzi sentito come “normalità”. Viviamo e dunque scriviamo sul ciglio di un abisso, e noto che questo affiora sempre più nelle scritture poetiche più recenti.

Certo, se penso alle “soluzioni” che almeno i tre grandi (Yeats, Pound, Eliot) misero in campo non posso che prendere le distanze: la lode dell’aristocrazia terriera, il fascismo e l’enfasi sul dogma religioso e sul misticismo non mi appartengono per nulla. Ma il confronto continuo con il proprio tragico tempo, l’attenzione verso la costruzione del verso e la strutturazione del testo per dare adeguata rappresentazione ai temi sono punti che da sempre pongo al centro della mia poesia e delle mie valutazioni critiche.

Passando ai testi a cui sono più legato, mi piace portare l’attenzione sul poemetto Briggflatts di Basil Bunting, “poeta minore, non troppo disonesto” come lui stesso ebbe a definirsi. Il poemetto, in puro stile modernista e definito il più importante dopo i Four Quartets, apparve a metà anni Sessanta e gli permise poco dopo l’accesso al catalogo della prestigiosa Oxford University Press. So bene che lo status di Bunting non è comparabile con i tre poeti che ho citato sopra, però questo dimostra che l’apprezzamento della poesia ingloba anche elementi molto personali, il modo in cui certe note ti risuonano dentro, e infine l’effetto che hanno sulla tua poesia.

La mia traduzione di Briggflatts uscirà per puntoacapo a fine anno, con un apparato critico (tra cui la prefazione di Edoardo Zuccato) che ricostruisce un fermento letterario forse irripetibile, ma che penso possa fornire molti spunti per la poesia italiana di oggi: convergenza di storia personale e una sorta di “trascendenza laica” che trovo molto stimolante; estremo rigore e tensione nell’economia del verso, cioè una vera ecologia della parola; distanza dall’Io diaristico ma anche sua adozione quale punto di vista sulla vita, senza cedimenti al minimalismo; costruzione ”musicale”, attenta alle variazioni tematiche e tonali, il che fornisce già in sé una forte strutturazione all’opera: sono tutti elementi che potrebbero essere proficuamente assimilati o comunque metabolizzati da molte voci  di oggi.

 

•  Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

Per quanto riguarda il primo punto, vorrei partire citando alcuni versi di Seracchi e morene (Passigli 2024), tratti da una poesia già apparsa, in versione diversa, nel precedente Vedere al buio (puntoacapo 2017):

 

Allora – e non è poco, forse è tutto –

dobbiamo resistere

amando la bellezza,

crearla se possiamo,

proteggere la sua fragilità

e il vero e il giusto

– gli altri suoi nomi –

tenendo l’asse in equilibrio

mentre tutto vacilla.

Io non credo che la bellezza salverà il mondo, purtroppo, ma mi è chiaro che la mancanza di bellezza è fonte di infelicità ed è sintomo che le esigenze “laicamente spirituali” (non trovo altra definizione) sono trascurate nel progettare le nostre vite.

Il Brutto, come categoria, è un prodotto della necessità: ridurre il costo e il tempo soprattutto. Basta guardarci attorno nelle nostre città per vedere che alla bellezza è prestata ben poca attenzione, quando basterebbe un piccolo sforzo per migliorare di molto la nostra vita, che ha necessità di armonia. In fondo, noi cerchiamo costantemente la bellezza in ciò che facciamo, anche senza rendercene conto; e, come dico nei versi, il vero e il giusto non sono che suoi sinonimi, e sono in stretta relazione.

Ho una consapevolezza del dolore (universale e ontologico, intendo, al di là di quello storico di cui parlano fin troppo le cronache) troppo forte per sperare che la poesia possa davvero donare una “riparazione”; né la poesia può lenire, se non in condizioni specifiche che non hanno nulla a che fare con la letteratura ma piuttosto con l’antropologia: mi pare piuttosto che la letteratura abbia la funzione di preservare, piuttosto che curare a posteriori: la poesia fornisce una riflessione, umile ecreativa, su una ineludibile condizione umana al cui interno dobbiamo trovare ragioni di felicità. E la fornisce usando le parole, immateriali ma impregnate di semantica, quindi di significato, e secondo regole non scritte (né definibili, se non in rigidi e inutili manifesti aprioristici) che sono ereditate nel tempo, ma sempre da ricontestualizzare. Il bello della poesia è in equilibrio su una corda tesa fra una canonizzazione tradizionale e la necessità di innovare, adeguare – senza la quale si scrive in poetichese, cioè una lingua morta.

Forse è in questo senso che la poesia può essere “bella”, cioè vera e giusta come dico nei versi citati.

L’amore, inteso in ogni senso (anche oltre la tripartizione che ci offre la lingua greca: eros, agapè, filia) è uno dei temi favoriti della poesia, e ha dato modelli insuperabili. Per questo (forse) non scrivo molti testi esplicitamente a tema amoroso, ma preferisco inserire il tema, un po’ obliquamente, all’interno di altre tematiche universali.

 

•  Come vedi il futuro della poesia?

Argomento spinoso… Da un lato, al di fuori di ogni facile mistica, la poesia (come tutta la letteratura e tutta l’arte) è una esigenza insopprimibile, tanto da essere la prima forma letteraria a svilupparsi; dall’altro, come per tutte le forme di espressione umana, ha avuto una evidente evoluzione: è stata il veicolo per i miti e le prime forme di conoscenza anche scientifica e filosofica, per i dogmi religiosi e per le ideologie dell’aristocrazia dominante; è diventato la palestra dell’Io di una cultura man mano più borghese e laica. Adesso rischia di diventare solo lo sfogo, il medicamento, per le anime abbruttite e devastate dalla nostra modernità. Questa sarebbe una diminutio inaccettabile, contro cui dobbiamo lottare con ogni mezzo, rafforzando il dialogo tra la poesia, le arti e la scienza. Perché, alla fine, stiamo tutti cercando risposte a domande forse insolubili.

Oggi la situazione è complicatissima, tanto che, se vogliamo accettare il giochino ozioso della ricerca di un responsabile,non sappiamo proprio a chi guardare. Agli editori, che per far quadrare i conti accettano spesso compromessi deleteri? Alla critica, che ha distolto gli occhi dalla poesia? Alla scuola e all’accademia, che ha chiuso la storia della poesia (forse per sempre) al primo dopoguerra? Ai riconoscimenti farlocchi, alle antologie amicali, al turismo poetico? O agli stessi poeti, che poi sono quelli che hanno dato autorità ad agenzie che in fondo non fanno che certificare la ormai raggiunta perifericità del genere poesia?

Non dovrebbero essere i poeti i primi (gli unici) a dare autorevolezza alle voci davvero forti e non alle più banali, cioè quelle che attirano i consensi più facili – gli stessi consensi che hanno contribuito all’indebolimento della poesia? Non sarebbe  meglio se la comunità dei poeti, quelli alla fine che si riconoscono a fiuto, se vogliamo essere onesti, operasse dando il giusto (limitato) valore a ciò che è solo inutile e deleteria sovrastruttura?

Siamo davvero convinti che siano gli elementi più spettacolari, cronachistici e “social” a portare avanti la poesia, e non un inutile peso che ci si porta dietro e che distrae?

Alla fine, ci penserà comunque il Piccolo padre tempo a mettere ordine. In un modo o nell’altro.

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