
di Pasquale Vitagliano
Tutto quello in cui credo/ è crollato. I primi due versi della raccolta di Olivia Balzar, ed il titolo Là dove finisce il mondo (Ensemble, 2024), delimitano subito e assertivamente il perimetro semantico dell’opera. Precisamente, non è un libro sulla fine della storia ma sul trapasso di un’epoca. Le ferite che parlano con la poesia sono pieghe di un tessuto sdrucito, passaggi drammatici di cammini necessari. La singolarità, tuttavia, sta nel fatto che nulla di ciò che sta morendo – di cui siamo testimoni – appartiene veramente all’autrice e alla sua generazione. Il mondo che sta finendo non è il suo ma il mio, il nostro mondo di genitori e fratelli maggiori. Eppure, come sempre avviene nel crogiolo della creazione artistica, questo peso fatto di un interno universo immaginato (attraverso la mediazione della letteratura, della musica, del cinema) grava qui sull’anima di una sola poetessa. Siamo della materia di cui sono fatti gli incubi. Ma non sono i suoi incubi. Sono i nostri. Come un sogno dentro un sogno, anche un incubo (individuale) può stare dentro un altro incubo (collettivo). La poesia dimostra tutta la sua funzione mimetica.

Camminiamo in bilico su seta di ragni./ Le lapidi sono quel che resta delle storie. Questa poesia è in bilico. Lo dichiara l’autrice stessa. Tutto è in bilico qui. Non c’è solo la linea d’ombra della storia, anche quella dell’identità. A muoversi sopra un filo che oscilla è anche la scelta formale, tra poesia e prosa, verso e parola. Ho l’impressione di trovarmi di fronte alla biografia di una generazione, che sulle macerie che gli abbiamo lasciato si è trovata a costruire nuove fondamenta. E per farlo il vuoto deve prendere il posto dei cumuli indifferenziati del passato. Per questo la lettura di queste dieci sezioni brucia ma non respinge. Abbiamo in mano una rovente pasta nascente di cui si intravede già una forma nuova. Non ho radici, dicevo, ma ho in mano le strade del/ mondo.
