Apprendistato alla salvezza di Pasquale Vitagliano

 

Nota di lettura di Laura Cantelmo

La intensa qualità visionaria della silloge Apprendistato alla salvezza di Pasquale Vitagliano contiene in ogni suo testo una ricchezza simbolica e immaginifica tale da sembrare, anche nell’unità tematica- la speranza di   salvezza dal caos- un’esposizione di arte figurativa.

Questa sua interessante singolarità, attribuibile a una predilezione culturale dell’Autore, si presta a una sperimentazione del linguaggio tipica di certi importanti movimenti artistici del secolo scorso, come il Cubismo o la Metafisica, nei quali la sovrapposizione di oggetti di epoche storiche differenti o di provenienze contrastanti, ottenevano un sincretismo dove l’immagine aveva una fondamentale funzione evocativa. Qui il Poeta ottiene lo stesso effetto, attribuendo all’immagine un’importanza prevalente rispetto alla parola e alle sue potenzialità semantiche. In poesia la giustapposizione di immagini su cui viene costruita l’architettura del discorso poetico vanta illustri esempi, come il Surrealismo, Ezra Pound e il suo Movimento Imagista e T.S.Eliot, per citare i più celebri. La freudiana Interpretazione dei sogni ci insegna che la funzione dell’inconscio si esplica attraverso le immagini ed è intuibile come in questa silloge esse, nell’esprimere uno stato dell’anima, abbiano uno stretto collegamento con l’Es, grazie all’atmosfera onirica nella quale appaiono.

Nella scelta di presentare i testi senza titolo, come oggetti anonimi, e nell’iniziare i versi con la lettera maiuscola, quasi a sottolineare l’indipendenza di ciascuno di essi da quello successivo, non si può non ravvisare le atmosfere atemporali della pittura metafisica. Così come nella apparente casualità cubista della scomposizione nello spazio degli oggetti – e qui, delle immagini –osservati da diversi punti di vista, ciascuno portatore di una sua verità. E ancora, il semplice atto di citare con la lettera minuscola, quasi fosse un refuso, lo scultore Rodin, amante delle forme possenti e delle figure sbozzate, al pari di Michelangelo, oppure di nominare – sempre con la minuscola- il pittore astrattista Rothko, autore di vaste e nude campiture di colore, espressione di un grave e inquietante silenzio nell’immensità di un deserto, conferma il profondo impatto dell’arte figurativa sulla scrittura di Pasquale Vitagliano. Azioni automatiche che paiono emergere involontariamente dall’Es.

Nel titolo, il termine Apprendistato allude a un lavoro di apprendimento, umilmente teso al raggiungimento di un obbiettivo che implica qualcosa di sacro – la salvezza– e di necessario alla sopravvivenza di fronte a un grave pericolo. Un impegno mirante a preservare quella nobiltà dell’essere umano, ormai persa, che l’Ulisse dantesco ci ha tramandato e scolpito nella mente, come monito: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”  Come in molta poesia contemporanea, sembra evidente che il tema principale è la perdita, quella stessa perdita, riteniamo, a cui alludeva Dante nel Canto XXVI dell’Inferno.

La tematica, di evidente ispirazione nichilista, viene inquadrata entro una scena in una sospensione delle categorie di tempo/spazio annunciate dall’esergo di Clemente Rebora: “Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante/ con imminenza di attesa/ – e non aspetto nessuno:” Versi da tenere presenti per l’interpretazione della silloge stessa: l’importanza dell’immagine, la funzione temporale – concentrata sull’istante, senza passato né futuro – l’attesa come stato d’animo, nell’ amara consapevolezza che nessuno verrà. Anche nelle Correnti di arte figurativa cui si accennava, la categoria del tempo è quella che viene “sacrificata” a favore dello spazio indefinito.  Il tempo è memoria, organizzazione, sequenza- tutto quanto è ormai escluso nella condizione che Vitagliano descrive.

Un paesaggio distopico, dunque.  Nel vuoto derivante da una catastrofe non ben definita, la causa del disastro che viene man mano descritto sembra essere la perdita del sogno– “un sogno che non ci appartiene più”. Ne viene coinvolto l’Io scrivente in quanto everyman, l’essere umano in generale:” Ho bussato a tutte le porte/ Qui non c’è più nessuno/ Salvo i fantasmi dietro le porte”. Il linguaggio (la parola) è ormai, sterile: “Dopo la prova che la parola non cura”, il Poeta è espropriato dello strumento essenziale della poesia. Un aggancio alla speranza emerge dall’invocazione “la luce la luce è la luce”, (p.9), per la sua capacità di manifestare” la reale sostanza delle cose”. Braccato, sotto assedio, il Poeta si muove lacero, i sensi narcotizzati in un “corpo smemorato” (p. 21). Smarrita ogni certezza: “Non mi sembra vero /Di essere riuscito a fare delle parole/ Copie” (p.25), poiché “Tutto è stato detto prima” – ne deduciamo che la scena del mondo contaminato ed estenuato fa riferimento alla realtà attuale: una eliotiana Terra desolata, asfittica e disperatamente sterile, priva persino di quei lillà primaverili, sorprendentemente privi di speranza.

“Pensare senza il pensiero/ Scrivere ciò che è illeggibile”: la sospensione della razionalità provoca azioni antitetiche il cui effetto è una “dolce aponia” – la mancanza di dolore fisico- che la nostra memoria, evocando Epicuro, associa ad atarassia, la serenità mentale, condizioni necessarie per il filosofo greco al raggiungimento della felicità come scopo della vita (p.19). Ci viene detto che sulla via di una possibile salvezza la dolce aponia non rappresenta l’oblio, ma unicamente uno stato di assenza del dolore, in un silenzio che è il silenzio del mondo. Qualsiasi coinvolgimento emotivo viene evitato: i sensi narcotizzati inducono quella aponia e, coerentemente col clima descritto, acuiscono il senso di totale disumanizzazione.

Il duro apprendistato verso la salvezza richiede anche l’affrancamento da sentimenti e da pratiche del passato, come l’esperienza del dolore o la scrittura poetica: emanciparsi dal dolore è già di per sé una sorta di liberazione. Eppure, l’idea di una dissociazione della mente dal proprio corpo vive una contraddizione, una rivendicazione di proprietà della parola: “Benché pronunciate continuano/ Le parole ad essere le tue anche/ Se col corpo non c’entrano più”.  Immerso in una realtà straniante, dominata dalla disumanità della tecnologia, che “vede inutile pensare”, il Poeta si rende ormai conto di aver perduto “virtute e canoscenza”, quella che è la sostanza della natura umana.

Nelle due sezioni finali troviamo i testi che ci forniscono la chiave di lettura dell’intera silloge:” Taranto per noi” descrive lo sfregio subito dalla fulgida bellezza di un’antica e storica città, attraversata da una dolorosa ferita, un ponte che non unisce come dovrebbe, ma separa i due mari e due settori dell’abitato.

Qui il clima non è più astratto, il tono è di denuncia, pur essendo il paesaggio simile alla distopia descritta in precedenza:” ? accaduto anche alle loro case di essere lasciate sole/Insidiate dalle piattaforme che affollano svuotandole/ Asfissiate dalle ghiere che le disabitano…”. Il danno è stato compiuto e adesso, nella sua cruda realtà, l’atmosfera del disastro si ammanta nuovamente di una desolante cupezza: “Nella nostra notte terrestre il silenzio è così grande che le luci  si sono spente/? come guardare una tenebra  ed invece è una nottata calma in cui tutto è sistemato.” (p.48) “Tutto è sistemato” sono parole di fuoco, se non di morte…

 Dopo accenni ad altre catastrofi – la pandemia e l’incombenza della morte, il Poeta sembra avere raggiunto un traguardo: “Porto dentro di me ogni riparo” (p.46) insieme all’insopprimibile senso di perdita:” La luce non serve la speranza non smuove/ Alzati ascolta prova a spostarti cammina/ La luce non serve per salvarsi”. (p.47). Neppure la luce ha più un senso:” L’oscurità ti viene dentro/Mentre la notte non ti lascia”. (p.47)

Moderno Lazzaro, il Poeta è costretto a muoversi attraverso l’oscurità e la desolazione universale, seppur pronto alla lotta.

Il tono nichilista ritorna nell’ultima sezione, “Dopo la battaglia”, anche se “ La guerra privata è finita” (p.53).  Le storture e i capricci di una società consumista, le sue drammatiche minacce sono ora trattate con tono beffardo: “Il cibo inghiottito non ci nutre” e “Non c’è l’arsenico in questa torta/ c’è solo che siamo a dieta”.:” …potremmo morire tutti all’istante/Tutto è diventato possibile/ Prima o dopo il bollettino ufficiale/ Anche che qualcuno alla fine si salva.”(p.56).

Dopo tanto cammino, il ritorno alla realtà dà nuovamente spazio al sogno:” Finalmente ho fatto un sogno/Che non era un presagio era/ […] promessa che la tavola è una terra/ Sulla quale nessuno chiede permesso.”(p.59)

 Significa forse che finalmente il sogno consente la speranza?

Ma la conclusione è significativa: “Non mi aspettavo una guerra/Per cui non devo combattere/ Eppure sono in trincea/ Con un solo colpo in canna/ Così devo difendere la chiave da passare al prigioniero”. (p.62) Possiamo dedurre dunque che l’apprendistato forse non avrà fine? Pur se la perdita, cocente, resta.

Con un inquietante colpo in canna.

Privo di finale consolatorio, il dramma è raccontato con grande maestria da un Poeta che pratica l’impegno politico dal basso e che si muove con consapevolezza nel marasma in cui tutti viviamo, sognando un mondo migliore.

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