Anfora dello Spirito, riversa il tuo crisma su di me
(Luigi Rigoni Il poema di As)
Il ragazzo modenese di Luigi Rigoni – che è lui stesso – in una soffitta familiare beveva vino e scriveva versi, mi si dice, già a quindici anni. Così come Rimbaud, in un pagliaio di Charleville, componeva esametri latini in funzione delle sue visioni – le cosiddette Illuminazioni – un elevarsi paolino al terzo cielo.
Mansarde, pagliai e piani alti dei casermoni, sono stati abitati anche da Luigi, quasi in una trasposizione dell’Esarcato di Ravenna, prima a Modena, e di poi da questa a Roma, per vivervi le sue notti bizantine, tal quale l’affondo storico di Faenza e dei Canti Orfici di Campana, dalla Digione del Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, alle ascensioni alla Verna.
Tutti i grandi intarsi metrici dell’arte scultorea di un Wiligelmo vengono tenuti insieme da questo folle ragazzo che si mette a smerlettare tra gli altipiani già cementati di un odierno centro, oppure periferia dell’Urbe, un areogramma del suo dom, della sua tomba. Modena era scomparsa durante i secoli dell’Esarcato di Ravenna, di cui non faceva parte, e ricompare come fenomeno longobardo-romanico nell’età comunale con gli antichi profeti, e soprattutto la wiligelmina cacciata dal paradiso, di già masaccesca.
La colomba dello Spirito Santo, che in genere discende su di noi, ha la proprietà di unire tutto in uno stesso luogo, l’identico. Lingue diverse diventano compresenti, comprensibili.
Da questo desiderio di pace e di unità è preso il salmista nell’andare incontro a tale movimento discendente dello spirito, il suo “quis dabit mihi pinnas sicut columbae et volabo et requiescam” (Salmi 54,7), poi divenuto un luogo famoso del Petrarca, (Canzoniere LXXXI, 12-13).
Bisogna dire che in questo suo empito ascensionale e fabbrile, artista e poeta si fondono in Luigi Rigoni in una cifra unitaria, tra realismo tosco-emiliano e irrealtà del fenomeno, nell’accezione più strettamente husserliana; ma che egli stesso non viene mai visto, non si dà a vedere. Si perdono in basso le zavorre mitiche della persona – quelle più accese luci di un successo – per cui accade che nell’edificare questo suo tempio, Luigi è piuttosto un essere noi, noi siamo piuttosto un essere lui.
Questa estrema rarefazione di un corpo in vista della memoria, e quindi di una presenza che lo riscatti, rende e risolve il grosso problema di una liturgia del teatro.
Sacrosantamente si fa il nome di Artaud, ma in tempi a noi meno remoti, Luigi ha avuto i suoi modelli che era lui stesso e che erano accanto a lui.
A prescindere da Carmelo Bene, suo mentore, da cui Luigi ha saputo apprendere una altissima qualità della dizione, ma dal cui protagonismo di stampo novecentesco è ormai ben lontano, il suo corpo a corpo con un’effettività liturgica del teatro – non sarebbe poi così lontana una derivazione dal mysterium medioevale – ne fa piuttosto, ed in una sorta di assòli, il fratello di Victor Cavallo, di Antonio Neiwiller, di Rossella Or, di Laura Rosso, per arenarci poi su quel corpo-film di Pier Paolo Pasolini ritrovato ad Ostia. E cioè l’erede di un teatro di poesia, di una effettività culturalmente non mitica ma in sé stessa spoliativa e come tale facente capo ad una memoria più fraterna e condivisa.
E più delle ombre di Caravaggio di cui fa una lettura sorprendente Victor Cavallo nel suo Ecchime, discendente diretto dalla Vocazione di San Matteo alla Contarelli, il muoversi di Luigi Rigoni, tra più chiare ed eleganti torniture, lascia trasparire più di qualche contingenza di scuola bolognese, che l’accomuna all’omonimo e quasi conterraneo, ma di area appunto bolognese, Luigi Ontani; il suo corpo-San Sebastiano d’après Guido Reni, il suo moderno Ganimede sotto forma di mosaico ravennate.
La memoria dicevamo, è più della cosa. E ci dà quell’orante mistero di essa, per cui non possiamo mai perderla. Non possiamo mai perderci.
Su questo filo lontano della memoria, sui suoi lastricati, Luigi presenziava alle sue assenze. A noi sembrava mai di coglierlo. Egli ci veniva incontro per ciò barcollando, a volte con piccoli passi di danza, a volte in un riconoscersi quasi sacro e cerimonioso.
Non fu mai visto. Non lui noi i suoi
attributi. Eppure mediò la carne
che si rinnova e coniò il principio
della sua vitalità proteica
come vita dello spirito ch’esonda
e che si infrange con la sua integrità
putrefatta sugli scogli che castrano
l’argine del verde cristallo
degli occhi di As. Principio di vita
e principio di fine che ialinizza
anche l’apparato de l’escatologico
inizio. As venne al mondo per dare
la vita col suo apparato visto
trasparito da specchio rappresentato
( Luigi Rigoni, Il poema di As)
Origine del nome: duomo dal lat. domus (vedi scr. Dam-As, casa), di poi Domus Dei; dom in dialetto modenese.
Modena in relazione con l’etrusco mutna o mutana, tomba, rialzo, collina, altopiano.
Il poema di As, in quanto poiesis, sarebbe “il fare di una casa”, “la fabbrica”, “il legare”, “il compaginare”, “il collegare insieme i materiali da costruzione”.

