«In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
[Mt 5,1-12]
È stata vista in televisione, la bambina di non più di sette anni, che, scalza, portava sulle spalle la sorellina più piccola ferita, con un piede nudo e l’altro coperto da una calza. Aveva fatto già chilometri, in queste condizioni, per le strade di Gaza, coperta dalla polvere della distruzione. Aveva ancora qualche chilometro da fare prima di arrivare all’ospedale più vicino, quando è stata notata da un giornalista, che l’ha accompagnata in macchina, fino ai soccorsi medici. Ha solo detto che si sentiva un po’ stanca. Aveva gli occhi neri spalancati su visioni di morte. Non so quanta morte aveva dentro di lei, dopo aver perso mamma e padre. Ma la sua salvezza era nel prendersi cura della sorellina. Anche la salvezza del giornalista è stata nel prendersi cura delle bambine.
Il prendersi cura, forse è il mezzo per rinsaldare le fratture profonde, per mettere insieme i cocci di una umanità frantumata.
Spesso, in situazioni di abbandono e di forti rotture, ci sono state persone che si sono fatte carico dell’altro, aggiustando ciò che era rotto.
Anche in condizioni di morte, dove le rotture erano irreparabili, c’è stato qualcuno che, in qualche modo, ha ricomposto i pezzi. Nei campi di concentramento, nelle carceri, nelle periferie, sotto le bombe.
Massimiliano Kolbe, Dietrich Bonhoeffer, Madre Cabrini e Madre Teresa, tutti gli operatori sanitari e semplici civili nelle zone di guerra. Sono nomi e volti ( e ce ne sarebbero tantissimi altri) di chi ha provato ad aggiustare le fratture che altri uomini avevano causato. Fratture profonde, che toccano le radici dell’esistenza, che mettono in discussione le fondamenta di quel che consideriamo un essere umano. Fratture che creano un abisso in cui è facile perdersi. Solo “un altro abisso può chiamare l’abisso” (Salmo 42). “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (EttyHillesum). Solo un amore senza fondo può aggiustare questi cocci rotti.
Quando ci capita di dover aggiustare qualcosa che si è rotto, cerchiamo di ricomporre i pezzi e di riattaccarli cercando di non far vedere i segni della rottura. Il lavoro ci sembra venuto bene quando non si vede nulla che richiami i cocci rotti e ricomposti. Le cicatrici danno fastidio. La rottura deve essere dimenticata.
In Giappone, da secoli, c’è l’arte di aggiustare, il Ki-nt-su-gi. La ciotola andata in pezzi viene ricomposta nella sua interezza, badando bene, però, ad evidenziare le linee di frattura. Non solo non si nascondono, ma si evidenziano con l’aggiunta di oro. Il piatto rotto, la ciotola andata in pezzi, sono ricomposti, senza dimenticare che erano rotti, impreziosendo, anzi, i segni della rottura con l’oro.
Saranno le linee d’oro a costituire la memoria della rottura. Solo l’oro può dare la possibilità di “salvare” ciò che era in frantumi.
È l’oro che Dio usa per ricomporre le nostre fratture.
Siamo troppo stupidamente orgogliosi, per ammettere che spesso andiamo in pezzi. Solo riconoscendolo, solo riconoscendo la nostra fragilità e la nostra incapacità a ricomporre, saremo aggiustati. “Aggiustare” (< ad-juxtum, ad-jungere) è mettere ogni cosa al proprio posto, al proprio giusto posto. Ma è anche “aggiungere”, aumentare, accrescere. Ciò che era rotto, non solo è ricondotto alla sua precedente forma, ma è arricchito, accresciuto di valore, aumentato nel suo spessore esistenziale. Chi si lascia aggiustare si ritroverà con cicatrici d’oro non cancellabili, e che, proprio per questo, saranno la preziosità della propria storia di donne e uomini frantumati e ricomposti.
Cicatrici da mostrare, fili d’oro per ricucire strappi troppo profondi per essere altrimenti sopportati.
Passare “attraverso la grande tribolazione e lavare le vesti nel sangue dell’Agnello” ( Ap 7,14), essere frantumati e ricomposti, scoprirsi “aggiustati” con oro.
Non è questa la resurrezione? Non è questo il modo di prendervi parte?
E, se questo è vero, non è questa la santità?


essere frantumati e ricomposti, scoprirsi “aggiustati” con oro.
eh sì forse è questo il modo di tentare di vivere le beatitudini…altrimenti non potremmo nemmeno sperare