
Ci sono film che restano in bilico tra fantascienza e distopia. Esemplare è Megalopolis (2025) l’ultima opera monstre di Francis Ford Coppola. Che film è? Una profezia, un incubo, una visione? La forma è irrisolta, ed infatti, nonostante il grande regista abbia progettato e lavorato per molti anni intorno a questa opera, il risultato è davvero modesto. La scelta del parallelismo con la decadenza dell’Impero Romano, con l’uso dei nomi e l’adattamento di quel mondo ad una civiltà del futuro da all’intero impianto un costante tono da parodia. All’opposto, inquietante per la capacità grottesca e cinica di ingrandire tratti distopici del nostro presente fino al parossismo è Triangle of Sadness di Ruben Ostulund, vincitore a Cannes nel 2022. Con un tocco di leggerezza che lo alleggerisce e un’apertura alla fisica quantistica, il triangolo-della-tristezza (lo spazio tra le sopracciglia) mi ha fatto pensare a Serenity – L’isola dell’inganno (2019) di Steven Knight. L’ultimo film di Liliana Cavani, L’ordine del tempo (2023) addirittura, azzarda a portare al cinema un saggio sulla fisica di Carlo Rovelli. Ma anche in questo caso, l’esito è negativo. Non parodistico, ma patetico, bilanciato solo dal rispetto per una grande regista ancora al lavoro, malgrado l’età.
Se pensiamo che The Truman Show di Peter Weir è del 1998, prima, dunque, della grande rivoluzione di internet, è evidente che questo film sia una vera e propria profezia, il capolavoro della distopia cinematografica, insieme crudele e struggente. È indubbio che il Premio Oscar Everything Everywhere all at once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert – vincitore dell’Oscar nel 2022 – ha saputo cogliere la potenza ubiqua della tecnologia e la matrice orientale di questa pervasività, ma non centra la questione fondamentale della post-modernità: la perdita del libero arbitrio. Coglie, tuttavia, l’avanzata del mondo orientale, il quale, a sua volta, anche nelle proprie contraddizione insegue continuamente e in modo circolare un contatto con la nostra cultura. Esemplare è un altro film premio Oscar, Parasite del 2019 di Bon Joon-ho.
Infine, segnalo tre film molto diversi tra loro, ma che hanno colto la distopia in elementi più antropologici che socio-culturali. Il primo è un film terribile di un regista estremo come il greco Yorgos Lanthimos con Dootooth del 2009. Poi, The Palace (2023) di Roman Polanski che ricostruisce il Capodanno del 2000 in un resort frequentato da orrendi ricconi. Simmetrico e opposto, benché molto in anticipo, è Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola del 1977. Dobbiamo, dunque, temere che la distopia più plausibile consista in un generale imbarbarimento umano. In fondo, a rifletterci, niente di nuovo, almeno per noi italiani, se Leopardi nello Zibaldone ci definiva la nazione con la borghesia più ignorante e il popolo più incivile.
