
La poesia di Angela Caccia si inserisce nella tradizione ma con una naturalezza che rende la sua lirica familiare eppure inedita. Radicata nella sua terra è priva di qualsiasi ristrettezza regionale. Inspira le sue origini e espira un’anima universale. E’ come se guardasse il mondo da una finestra che delimita ma non chiude.
(Pasquale Vitagliano)
Sarà servito a qualcosa
leggere Omero farsi disturbare
il sonno da una mail
vivere
fino la ferita
e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?
Sarà servito
innamorarsi spartire
in due il peso di sé stessi
modellarsi uno all’altro
sino a fare
del dubbio l’unico fronte di liberazione?
… come Giacobbe e la sua anca rotta
poter lottare col proprio Angelo
per guadagnarsi un nome
*
Nessun verso ha il colore del pieno e
chi ne scrive sa
sa che la parola è concava
sorride di sé – di te –
e continua a galleggiare nei suoi silenzi.
Fortuna
che la preserva l’indicibile:
ascolta ciò che non ho detto
leggi quanto non è scritto.
Anche
quando cade di traverso sul foglio
ed è lo scolo del macellato
rimpiange il buio dove s’è addensata
nel sonno
dell’acqua
che non conobbe forma
*
s’intravede una pernice sui tetti
e fissa il vuoto
sarà nel sud delle cose
mi dico
la tensione ad annusare l’abbandono
*
E torno a darti un peso attraverso parole
nella lingua da carillon come solo l’anima…
Siamo terra
suoi e tuoi tragici intagli – altrimenti
resta la forma dei nostri desideri –
insieme
solo nell’inconfessato pensiero
di saperci
tutti
nello stesso Caravaggio
tutti in quel dito
che trema
e sposta la pelle di Te risorto
*
Se leggo un verso
acconsento a quella breve residenza
del cuore
in un cuore altro
m’impegno a oltrepassare la stessa notte
reggo il peso di righi bianchi
i sensi allertati da spifferi furtivi.
Procediamo indistinti
io e l’autore – tra noi
la strana fratellanza in una guerra
di cui nessuno sa bene il nemico
*
Potrà sembrare uno spazio di
nuvole e zucchero filato questo mio
eppure
ha visto tsunami
conosce a menadito
il settimo grado della scala Mercalli.
Mi pesa la parte di me ferita che
carico ogni giorno sulle spalle
con la stessa cura di Enea per Anchise.
A sera
ho un piccolo raccolto di cui non
vado sempre fiera
lo adagio comunque ai piedi del letto
lo sento farsi incenso
e bruciare
*
Qualcosa si prepara a depredarci.
Disimparata a certi silenzi
cado più lontana da me stessa. Ansie
di nuvole ritorte
forse colpi d’ala e nessun miracolo da
rincorrere – quando appena in luglio
tutto sembrava possibile.
Transumanza di un tempo compresso
ritmi che si distendono
è il pellegrinaggio verso un centro immobile
che mi riporta un punto di emozione: quel
falchetto in stasi sulla tela cielo intenso.
Incombe come uno schiaffo questo tempo:
restiamo
in attesa dell’impatto tra mano e guancia
(… avrà un suo galateo di seduzione?)
*
Questa casa
ancora ignara di come
schermarsi dagli eccessi di stagione
che ha imparato l’arte sottile
di sfumare e non archivia più nulla
né bene né dolori
che ogni giorno
chiama per nome i suoi morti
in un murmure aspro – comunque
fronte cuore – e cigola di tramonto
nel darsi alla notte e si difende dagli
sguardi insidiosi
che tra vetro e tendine cercano brecce.
Questa casa
mia intimità assoluta
che pare sfaldarsi quando la racconto
è il mio azzardo
la riedifico
crepa su crepa
con gli stessi mattoni sbeccati nel crollo
*
Su
diamoci questo scontento
che il mare
come il tempo ha lo stesso senso della metrica:
sovrasta
e poi scintilla caos ovunque e con franchezza.
Mi dici che il bene del mio verso in ogni
stagione tende al sazio e io – che avevo
dimenticato il tempo
in cui il pensarti
era il mio tempo migliore – mi chiedo
chi ricucia gli strappi dei rami spezzati
chi ne raccolga le parole ingiallite
a chi tocchi nel buio di viscere
stipare l’abbraccio dell’ultimo raggio
basterà l’autunno a catechizzarci anche
quest’anno
a convincerci che l’inverno è un dogma
con le chiavi di altri risvegli?
Siamo scesi nella consueta trappola che
l’estate sarebbe stata eterna e ora
vedovanza su vedovanza
toccherà darci questo nuovo scontento che
nulla – e noi lo sappiamo! –
va via senza lasciare graffi
*
Non è la ricerca di un senso a gravare
ma la fatica di lasciare splendere
il non detto: quanto
la parola non arginò
ne fu sedotta e fece da esca. Così
ti affiderai al gusto di una mela
con miele e un velo di cannella
o agli occhi ghiaccio del gatto
che penzola a trofeo il topo in bocca.
Nell’inchiostro simpatico di un ricordo
oscilla la linea d’ombra tra i suoni
dell’amore
e la sua prospettiva capovolta
Angela Caccia ha pubblicato sei sillogi di poesie e contribuito a diverse pubblicazioni online. Le sue opere sono state recensite in prestigiose riviste tra cui Poesia.Corriere.it, Satura, Patria Letteratura, Rai Poesia, La Poesia e lo Spirito, Limina Mundi, L’Osservatore Romano, e nelle rubriche di Eugenio Lucrezi su La Repubblica di Napoli e di Alba Donati su La Repubblica di Firenze.
