Da Di lentissimo azzurro di Angela Caccia (Campanotto Editore, 2024)

 

La poesia di Angela Caccia si inserisce nella tradizione ma con una naturalezza che rende la sua lirica familiare eppure inedita. Radicata nella sua terra è priva di qualsiasi ristrettezza regionale. Inspira le sue origini e espira un’anima universale. E’ come se guardasse il mondo da una finestra che delimita ma non chiude.

(Pasquale Vitagliano)

Sarà servito a qualcosa

leggere Omero farsi disturbare
il sonno da una mail
vivere
fino la ferita
e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?
Sarà servito
innamorarsi spartire
in due il peso di sé stessi
modellarsi uno all’altro
sino a fare
del dubbio l’unico fronte di liberazione?
… come Giacobbe e la sua anca rotta
poter lottare col proprio Angelo
per guadagnarsi un nome

 

*

 

Nessun verso ha il colore del pieno e
chi ne scrive sa
sa che la parola è concava
sorride di sé – di te –
e continua a galleggiare nei suoi silenzi.
Fortuna
che la preserva l’indicibile:
ascolta ciò che non ho detto
leggi quanto non è scritto.
Anche
quando cade di traverso sul foglio
ed è lo scolo del macellato
rimpiange il buio dove s’è addensata
nel sonno
dell’acqua
che non conobbe forma

 

*

 

s’intravede una pernice sui tetti
e fissa il vuoto
sarà nel sud delle cose
mi dico
la tensione ad annusare l’abbandono

 

*

 

E torno a darti un peso attraverso parole
nella lingua da carillon come solo l’anima…
Siamo terra
suoi e tuoi tragici intagli – altrimenti
resta la forma dei nostri desideri –

insieme

solo nell’inconfessato pensiero
di saperci
tutti
nello stesso Caravaggio
tutti in quel dito
che trema
e sposta la pelle di Te risorto

 

*

 

Se leggo un verso
acconsento a quella breve residenza
del cuore
in un cuore altro
m’impegno a oltrepassare la stessa notte
reggo il peso di righi bianchi
i sensi allertati da spifferi furtivi.
Procediamo indistinti
io e l’autore – tra noi
la strana fratellanza in una guerra
di cui nessuno sa bene il nemico

 

*

 

Potrà sembrare uno spazio di
nuvole e zucchero filato questo mio
eppure
ha visto tsunami
conosce a menadito
il settimo grado della scala Mercalli.
Mi pesa la parte di me ferita che
carico ogni giorno sulle spalle
con la stessa cura di Enea per Anchise.
A sera
ho un piccolo raccolto di cui non
vado sempre fiera
lo adagio comunque ai piedi del letto
lo sento farsi incenso
e bruciare

 

*

 

Qualcosa si prepara a depredarci.
Disimparata a certi silenzi
cado più lontana da me stessa. Ansie
di nuvole ritorte
forse colpi d’ala e nessun miracolo da
rincorrere – quando appena in luglio
tutto sembrava possibile.
Transumanza di un tempo compresso
ritmi che si distendono
è il pellegrinaggio verso un centro immobile
che mi riporta un punto di emozione: quel
falchetto in stasi sulla tela cielo intenso.
Incombe come uno schiaffo questo tempo:
restiamo
in attesa dell’impatto tra mano e guancia
(… avrà un suo galateo di seduzione?)

 

*

 

Questa casa
ancora ignara di come
schermarsi dagli eccessi di stagione
che ha imparato l’arte sottile
di sfumare e non archivia più nulla
né bene né dolori
che ogni giorno
chiama per nome i suoi morti
in un murmure aspro – comunque
fronte cuore – e cigola di tramonto
nel darsi alla notte e si difende dagli
sguardi insidiosi
che tra vetro e tendine cercano brecce.
Questa casa
mia intimità assoluta
che pare sfaldarsi quando la racconto
è il mio azzardo
la riedifico
crepa su crepa
con gli stessi mattoni sbeccati nel crollo

 

*

 

Su
diamoci questo scontento
che il mare
come il tempo ha lo stesso senso della metrica:
sovrasta
e poi scintilla caos ovunque e con franchezza.

 

Mi dici che il bene del mio verso in ogni
stagione tende al sazio e io – che avevo
dimenticato il tempo
in cui il pensarti
era il mio tempo migliore – mi chiedo
chi ricucia gli strappi dei rami spezzati
chi ne raccolga le parole ingiallite
a chi tocchi nel buio di viscere
stipare l’abbraccio dell’ultimo raggio
basterà l’autunno a catechizzarci anche
quest’anno
a convincerci che l’inverno è un dogma
con le chiavi di altri risvegli?

Siamo scesi nella consueta trappola che
l’estate sarebbe stata eterna e ora
vedovanza su vedovanza
toccherà darci questo nuovo scontento che
nulla – e noi lo sappiamo! –
va via senza lasciare graffi

 

*

 

Non è la ricerca di un senso a gravare
ma la fatica di lasciare splendere
il non detto: quanto
la parola non arginò
ne fu sedotta e fece da esca. Così
ti affiderai al gusto di una mela
con miele e un velo di cannella
o agli occhi ghiaccio del gatto
che penzola a trofeo il topo in bocca.
Nell’inchiostro simpatico di un ricordo
oscilla la linea d’ombra tra i suoni
dell’amore
e la sua prospettiva capovolta

 

Angela Caccia ha pubblicato sei sillogi di poesie e contribuito a diverse pubblicazioni online. Le sue opere sono state recensite in prestigiose riviste tra cui Poesia.Corriere.it, Satura, Patria Letteratura, Rai Poesia, La Poesia e lo Spirito, Limina Mundi, L’Osservatore Romano, e nelle rubriche di Eugenio Lucrezi su La Repubblica di Napoli e di Alba Donati su La Repubblica di Firenze.

 

 

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