
Questi racconti di Enrico Grandesso hanno una sapienza cechoviana. Fulmenei ma eloquenti, lucidi e insime sottilmente ironici. Il minimalismo delle situazioni rappresenta solo un approdo roccioso dal quale aprirsi al mare aperto. Infine, singolare e dunque da rimarcare è la capacità di mettere in relazione dinamica i luoghi con i personaggi. Stazioni, angoli di città e valli interagiscono con efficacia impressionistica con i protagonisti delle storie.
(Pasquale Vitagliano)
da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso.
Tante cose
Si era svegliata da quel breve riposo quasi di soprassalto: eppure certa dell’immagine di lui che la guardava con il suo sorriso inquieto e dolce, con quegli occhi tra l’azzurro e il verde che nessun pittore avrebbe mai saputo mettere su tela. Gilbert, che aveva sempre saputo spiazzarla nei momenti importanti; il giovane uomo sempre giovane; nella felicità il suo punto di forza. Intanto fuoriusciva puntuale una voce leggera e dura, “allacciare le cinture, signore e signori, stiamo atterrando su Milano”. Un’ora e cinque dalla partenza, c’est vachement bon! I tempi erano rispettati. Un tipo alto, con la barba e un naso da capretto le aveva lanciato una brutta occhiata mentre tornava al suo posto. “Arabi” lo aveva sentito dire, “ammazzarli tutti! Senza pietà”. “Così poi il petrolio ce lo prendiamo noi, cazzarola!” aveva aggiunto uno seduto vicino a lui. “Li scannerei con la scimitarra”. Sapeva di non doverli neppure ascoltare; e il tempo avanzava, più rapido del previsto, dieci giorni dopo quel martedì maledetto.
“Stiamo per atterrare a Milano Malpensa, il tempo è bello, sono le ore 16.12 di venerdì 21 settembre 2001”. Fatima si guardò un attimo nello specchietto, indossò gli occhiali da sole e si preparò all’atterraggio. Erano tutti pigiati nel pulmino fino ai controlli e il caldo umido si faceva sentire. L’ometto che guidava frenò quasi di colpo e ognuno andò in qualche modo addosso a qualcun altro: lei, ad una signora quasi anziana. “Faccia un po’ d’attenzione, neh!”, si sentì dire. “Excusez-moi, Madame”, rispose, abbozzando un sorriso. Non ricambiato dall’altra. Al controllo documenti fu mandata, assieme ad un anziano signore africano e ad una giovane coppia magrebina, al controllo di polizia. La perquisirono, poi controllarono per bene il passaporto, perché era francese sì ma si vedeva che era araba. Li fecero attendere in uno stanzino, per una mezz’ora. “Voi, cosa avete fatto?” chiese in arabo alla coppia. Nulla, le dissero, il nostro unico torto è di essere nati a Casablanca. E per giunta siamo ebrei. Ma secondo voi, chiese il signore, elegante, sui settant’anni, conoscono la differenza tra un arabo e un musulmano? Come no, sentenziò Faty. E sorrisero, piano. Vede signora, disse l’uomo, io sono egiziano, sono un commerciante, originario di Al Jizah. Ho 76 anni. Non le sembro un po’ stagionato per far cascare gli aerei? Ssshhh disse la donna della coppia, indicando una specie di buco nel muro. Ci staranno ascoltando. Beh sì, pensò Faty, sono la polizia, dovrebbero. Sentivano che là dentro stavano litigando, avevano pronunciato spesso la parola “turni”, e poi “ferie”. Le voci erano tese.
Apparve un marcantonio con barba e baffi. “Entri la signora Bensaid”. La fecero accomodare in un ufficio appena un po’ più grande. Sul tavolo un portacicche pieno. “Cittadinanza?”. “E’ doppia: francese e algerina”: “Perché?”. “E’ mio diritto averla”. “Qui non c’entra il diritto, signorina, sono saltati in aria quattro aerei la scorsa settimana”: Faty si calmò e, dopo un respiro profondo disse: “Sono nata a Parigi e lavoro lì, ma voglio mantenere anche la cittadinanza dei miei genitori”. “E suo padre cosa fa?”. “E’ medico chirurgo”. “Ah sì…”. Gli angeli però, si sa, tra le righe hanno il sense of humour con chi amano: così si ricordò di avere un biglietto da visita di suo padre in borsetta, con tanto di titoli, indirizzo dell’ospedale e appartenenza ai Lions (proprio quelli. Ma quando servono…). “Ecco chi è mio padre. Volete telefonargli?”. “E lei cosa fa?”. “Professoressa universitaria. Sono a Milano per parlare ad un convegno di diritto internazionale, all’Università Statale”. E mostrò al poliziotto e all’interprete l’invito. I due si guardarono. “E’ sposata?”. “J’suis pacsé”. “Eh?” “Pacsé”. Convivono sotto contratto, spiegò l’interprete. “Rimanga qui, non si muova” le disse il poliziotto toccandosi la pistola. Entrarono nell’ufficio seguente, dove c’era il loro capo che era al telefono con la moglie. Ma se è, come si dice, pasté – pacsé! – si insomma, perché devo mettere sposata? Non ha la fede. Ma in Francia è come il matrimonio, una unione laica. Ma io non posso scrivere sposata, è falso in atto pubblico. Io non mi prendo questa responsabilità. No, intervenne il capo, è che a noi i pacs non li danno. Da loro cantano i galli, da noi i preti – comunque io non mi fido. Insegna all’Università. Ma pure quelli di Al Qaeda erano tutti laureati, bastardi criminali. Batti e ribatti, alla fine decisero di non scrivere nulla e di lasciarla andare senza segnalarla.
Chissà, pensava Fatima, quante se ne era sentite dire mio padre quando era arrivato a Parigi. Quando poi scoprivano che era laureato, mentre molti dei bianchi arroganti faticavano a parlare il francese correttamente… ma da quindici anni in qua pronunciare Mahmoud Bensaid voleva dire le mani più magiche di Parigi, che avevano operato il Ministro della Difesa e le star della televisione, capitani d’industria e scienziati. E lei, Fatima la belle, con le mani dalle lunghe dita affusolate accarezzava i codici di diritto commerciale come una grande pianista interpreta Chopin; insieme alla sua amica del cuore, Anne-Marie, erano i pilastri di Pierre d’Avril Périgord, il principe delle cause sui brevetti e sui diritti societari multinazionali, nonché Eccellenza della Sorbona. Anny e Faty, il duo invincibile. Anny bionda, briosa, occhi chiari, con una pennellata d’artista nell’introdurre le problematiche giuridiche. Lei, di una razionalità incalzante unita al suo sguardo da Scheherazade, pronta a spianare la strada alla tesi giuridiche comparate da affermare. E il Prof, con due pennellate finali, a concludere in vittoria. Alle prese con i loro primi convegni internazionali, eccole a Milano: la sua amica era partita in mattinata, lei solo alle 14.55, ma il pensiero di luce era: come è bella l’Italia e la moda italiana. Si sarebbero viste per cena con Anny, per una salade, poi c’era la notte per ripassare, scrivere la conclusione dell’intervento, mandare un bacio per sms a Gilbert dopo una settimana di incomprensioni e liti. L’ultima volta, tutti e due stanchissimi dopo una giornata faticosa, lui coi suoi pazienti ortopedici, lei a correggere scritti, si erano mandati a quel paese: perché suo padre aveva fatto la resistenza col generale De Gaulle – e mio nonno l’ha fatta contro di voi, putain! – e tutto faceva presentire una bestiale ferocissima guerra domestica. Per evitarla era andata a dormire dai suoi, fino al convegno.
Ma ecco, era il momento di prendere il pullman per la stazione. Voleva sedersi al centro e dormire un pochino, ma aveva vicino una mamma con una bambina che urlava come un’ossessa. Ogni volta che sua madre le diceva shhh… non urlare!, lei ripartiva più forte. Quando si dice una giornata che non va… allora si era seduta in terza fila, magari mi guardo un po’ del bel paesaggio d’Italia. Milano… era la sua prima volta qui, da piccola era stata a Roma, con i suoi e suo fratello. Come rideva, quando in albergo chiamavano suo fratello “er pupo”. L’anno prima era stata in vacanza in Sicilia con Gilbert, si erano goduti il mare e i cannoli. Ora Milano, chissà com’era. Ma gli occhi le si erano chiusi poco dopo; e aveva anche dormito un po’, se non fosse che l’avevano svegliata le due vecchie arpie sedute davanti a lei, commentando a voce alta gli ultimi avvenimenti mondiali. Lingue di merda parigine, pure qui dovete spargere il vostro veleno. E alla fine di un gran discorso, quella seduta vicino al finestrino aveva cannoneggiato: “Le Pen al governo ci vuole. E ricacciare tutti gli arabi da dove sono venuti”. Faty si mise a ridere: si ricordava di suo nonno che, quand’era piccola, le aveva insegnato: “Con un bel bastone, anche una strega diventa una fata sorridente”. Quant’è bella la magia, pensava da bimba. Ora le era tornato in mente quel vecchio ritornello e rideva, rideva. Espèce de vieilles, per loro un bastone non si trovava più… di nessuna fabbricazione… no no, proprio più.… mentre stavano scendendo le guardò e disse: “I vostri discorsi sono insensati. Volete riportare indietro l’orologio della storia? Manco fossero i tempi di Godefroy de Bouillon”. Le due ruspie capitoline si guardarono, senza nascondere un pizzico di stupore: c’era un negoziante, alla fine del loro quartiere, che si chiamava Godefroy. Ma non avevano mai saputo che riparasse orologi. Le era ritornata la voglia di ridere. Con un sms aveva detto ad Anny che non ce la faceva ad andare all’Università, tutto era in ritardo. Peccato, c’è anche il console, le aveva scritto il prof. Mi scusi, tanto! Ma proprio non riesco a fare tutto in tempo. Domattina alle 9 sarò lì, pronta a dare il meglio. Ciao, le scrisse Anny, poi ti dico tutto, sapessi. Ci troviamo al Bar Tre Gazzelle, vicino al Duomo, alle otto. Ciao, beurette. Ciao, suédoise. Aveva poi messaggiato i suoi a casa, e sua sorella Hajar, promettendo di comperarle le scarpe scamosciate italiane per cui impazziva.
C’era un’aria strana lì, appena fuori la stazione, attendendo il taxi. Il caldo si era mitigato. D’improvviso guardò il cielo: sembrava che i raggi del sole si tuffassero e uscissero negli acquarelli dell’aria, cambiando i tratti e le linee. Le persone erano riflesse ma come diverse, da un cielo magneticamente azzurro, che lasciava percepire un veloce imbroglio di silenziosa felicità. Arrivò il suo taxi, ne scese un uomo castano sui quarant’anni, coi baffi, e gli occhi cerulei. Com’era bello. Le pose la valigetta nel bagagliaio, la portò in hotel, attese cinque minuti per la registrazione e poi ripartirono verso Piazza Duomo. Lei è parigina, le chiese. Sì, come fa a saperlo. Eh, ne vedo di gente io… ci sono stato, tre anni fa a Parigi, con mia moglie e mio figlio – c’era la foto di un ragazzo dai capelli ricci e gli occhi vispi, vicino all’autoradio. Quanti anni ha, gli chiese. Sedici, adesso è più alto di me. Ah c’ha la fidanzata, ‘sto furfante, sta sempre fuori, ci lascia da soli io e mia moglie…. ma è la sua vita, è giusto così. Lei si era quasi sdraiata sul velluto dei sedili: verrei a cena volentieri con te, pensava, altro che il diritto commerciale je m’en fous. Mannaggia alla vita. Erano arrivati. Discese piano, pagò, si abbassò gli occhialoni da sole e lo guardò negli occhi. “Merci bien!”. “Buona serata, signora, e tante cose” le sorrise lui. Tante cose… perché? Vuol dire… tante cose? Se lo dicono gli innamorati? Se sono cose, perché tante? All’amore basta poco, poi non servono le cose… mentre il taxi scompariva lentamente Faty cercava il suo bar. Solo dopo qualche secondo notò due carabinieri che passeggiavano; poco più in là, un posto di blocco. Ecco, poteva chiedere a loro dov’era questo bar, le due leonesse – ma il pensiero di tutto quel tempo ferma per niente e perquisita all’aeroporto l’aveva fatta trasalire un attimo. Le veniva da tremare. Altro che Italia.
Che caos ridente però, che gente vestita bene, belli i ragazzini che ridevano, come i suoi due fratelli più piccoli: il sorriso, quello che in Francia avevano dimenticato dai tempi di Robespierre. Ecco, era… come… come un piccolo pezzo di cielo fosse atterrato proprio lì: senza perché senza dolore senza motivo senza odio. Senza la fatica di fine giornata. Erano le sette e dieci, aveva l’impressione che il tramonto si fosse fermato, per farle raggiungere quel caffè. Chiese a un signore anziano col berretto. “Venga con me, bella signora, che la porto io. Sono duecento metri. Vedrà che bello, l’è un post da sciuri! Ma non sono leonesse, che quelle mangiano i miei nipoti: eh no! Gazzelle sono, tre gazzelle: un, deux, trois, et voilà! Si goda il fresco, saluti”. “Merci, merci beaucoup”. Che giungano a te le benedizioni e il sorriso che spettano a chi sa accogliere. Al bar c’era l’ultimo tavolino libero fuori, si era sistemata e aveva ordinato del rosé. C’era un “Corriere” sul tavolo vicino, lo aveva chiesto in prestito. Ma sì, prego, aveva risposto una signora elegante, col cappello, le labbra grandi e un nasone nobiliare d’altri tempi. “Aujourd’hui c’est vraiment la folie”, rifletteva angosciata tra sé e sé. “Bush impone una stretta nei rapporti con il Pakistan”, leggeva intanto. Cosa vuol dire una stretta? Cosa sta facendo il Pakistan? Un pezzo di taglio basso intitolava: “Il governo pensa al coprifuoco”. Che tristezza. Che idiozia. Che crimine pensare che i musulmani, arabi e non arabi, volessero la distruzione dell’Occidente. Confondere un gruppo terrorista con intere popolazioni. Ma chi la voleva un’altra guerra? “Vivre c’est vachement cool!” si erano dette lei e Anny prima di partire. Vuoi mettere? Nel tempo sospeso di una nuova città. Quand’ecco un bambino, biondino di tre-quattro anni, si era fermato proprio vicino a lei, la guardava. L’abbracciava coi suoi occhioni: lei si tolse gli occhiali, prese il suo verre de vin rosé e gli disse: “Cin cin!”, dedicandogli il brindisi. Lui le sorrise furbetto poi si allontanò, mentre una voce sollecitava: “Federico…”. Un signore alto, elegante – camicia bianca, gilet, giacca e farfallino – si era appena alzato dal tavolino vicino al suo, accompagnato da una signora più piccola con gli occhiali e da un altro signore dal naso affilato. Forse un divo, un po’ bombato, dal portamento altero e dalla bella voce. Un refolo di vento le percorse la schiena: il cielo la guardava ancora, imagine tesa d’un attimo lieve; e sorseggiando il rosé Faty si sovvenne del suo ritardo di due giorni. Intanto, tre signore che parlavano inglese iniziavano ad accomodarsi lentamente al tavolino rimasto libero, palpito d’incanto.
Il cellulare trillò nella sua borsetta. J’arrive, Anny.
Enrico Grandesso è scrittore e studioso di letteratura. Ha pubblicato saggi, tra gli altri, su Rebora, Fogazzaro, Sbarbaro, Turoldo, Sciascia, Marlowe e T. S. Eliot. Ha diretto per dieci anni una collana di critica letteraria per Marsilio editori. E’ autore radiofonico per RADIO RAI e autore teatrale. Gli altri vedono il clown è il suo secondo volume di narrativa.
