20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Il tema del Ethna, l’ultimo romanzo di Anna Bertini (Arkadia, 2025), è musicale. Anzi, è una canzone, Ethna’s Song. Intorno a questo tema, che ritorna puntualmente, come nel jazz, c’è l’imprevedibile assolo della vita di ciascuno di noi. La protagonista ritorna in un luogo, Castel Sonnino, dove aveva soggiornato in un periodo difficile della propria eistena. Si trova a dialogare con una sua doppia e a riscoprire la persona che era stata allora e che non è più. La musica tende il filo che le consente di non perdersi in questo viaggio a ritroso. “Ho cercato dentro di me un certo distacco, necessario per ripercorrere i giorni che hanno cambiato in modo radicale l’andamento della mia esistenza, e anche la mia indole”. Il jazz è il viatico per il suo rinnovamento.

Ethna non è Anna. L’autrice dichiara espressamente che questa è una storia di fiction. Tuttavia, la filigrana richiama inconfondibilmente il profilo della Bertini. L’ho conosciuta personalmente e mi porto il ricordo di una sua aura singolare, un respiro cosmopolita che convive con uno sguardo familiare. Anna come Ethna sembra aver visto cose straordinarie ma che ha vissuto con una apparente non curanza. L’atmosfera, creata da una trama che riesce a trasmettere un alone metafisico alla narrazione naturalistica, mi ha fatto pensare alle Vele scarlatte (più il film di Pietro Marcello che il romanzo di Grin). Anche la profezia di grazia che Ethna Sarfatti rincorre, alla fine potrà compiersi. Si realizzerà l’augurio della lettera-canzone di Lucio Dalla. Sarà tre volte Natale. Può davvero accadere. Bisogna, però, avere il coraggio di guardarsi indietro. Senza rimpianti. “Il nostro strano mondo fiorentino l’ho sentito mio. E se ora torno non è per nostalgia. Piuttosto lo faccio per dare una nuova svolta. Mi sono convinta di un fatto: non si può attendere che sia la vita a svoltare per noi”.

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